Budd Camp 2017

 

Il concetto di accoglienza è centrale nel dibattito europeo e italiano sull’immigrazione, e spesso frainteso. Il filosofo francese Derrida parla di “accoglienza incondizionata”, l’azione di accogliere chiunque senza porre condizioni, senza conoscere il nome dell’ospite, senza chiedere nulla in cambio, senza giudicare, nè controllare. Ovviamente tale accoglienza non esiste, è una aporia; l’unica possibilità è la sua versione imperfetta, ovvero un’“accoglienza condizionale”, praticata attraverso la regolazione e il controllo dei flussi migratori e delle richieste di asilo. L’ospite, l’”altro”, è obbligato a seguire determinate regole per entrare e rimanere nel paese ospitante; se non lo fa, diventa illegale o criminale. Utilizzando la terminologia foucaultiana, l’ospitalità condizionale è una forma bio-politica di gestione e produzione di soggetti-migranti.

L’accoglienza condizionale prende vita attraverso diverse restrizioni e separazioni spaziali e sociali. Innanzitutto l’ospitalità è temporanea, e così lo spazio offerto all’ospite. I richiedenti asilo vengono accolti se danno prova di “meritare” l’accoglienza, comportandosi secondo certe regole. In genere sono esclusi dalla vita economica e politica di un paese. I luoghi dell’accoglienza sono di solito fuori dalla comunità, per minimizzare il conflitto coi residenti, assicurare controllo e sicurezza, ma anche per far sì che gli ‘aiuti’ vengano portati efficacemente. Questo contribuisce alla marginalizzazione del rifugiato e migrante, e crea conflitto tra i diritti garantiti dalla protezione umanitaria e quelli garantiti dai diritti civili, specialmente quando i rifugiati sono ospitati in zone già con problemi socio-economici.

Il concetto di ospitalità si può estendere a tutte le relazioni umane; governa il rapporto fra se e altro da se, non solo tra stato ospitante e richiedente asilo. É una relazione binaria, ma non statica. Essa evolve nel tempo. Il rifugiato, l’ospite, è il portavoce di un processo trasformativo. É in questa logica che ADL opera a Brescia, mettendo in discussione i limiti dell’ospitalità condizionale che è alla base delle politiche migratorie.

Facendo tesoro dell’esperienza precedente e internazionale, ADL lavora su tre fronti: mette in discussione la mitologia del rifugiato come “soggetto” ricevente aiuto, od “oggetto” di politiche migratorie; mette in discussione sistemi di governance standardizzati, presta attenzione a bisogni individuali, incoraggia l’autonomia e l’incontro faccia a faccia con la comunità ospitante; sopratutto, si assicura che la “questione” rifugiati sia all’ordine del giorno nelle agende politiche, che ci sia partecipazione civica alla sfida dell’integrazione; e che l’accoglienza diventi una pratica sistemica, relazionale, coordinata anziché aliena ai sistemi di welfare per “il resto dei cittadini”. Quest’ultimo punto è vitale visti ii tempi di crisi, di tagli ai servizi sociali, di sgomberi forzati, di aumento dei senza tetto. Il punto forse più importante della loro azione, è il riconoscimento che accoglienza non è provvedere ad un tetto sopra la testa, accoglienza è creazione di un sistema di relazioni.

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