La Mostra di Sheradzade

   

A Palazzo Martinengo, nella mostra organizzata dalla Fondazione Pinac, in collaborazione con la biblioteca di Collebeato è stato possibile far rivivere la tragedia della guerra in Siria ed il viaggio verso la speranza attraverso una modalità inedità: quella dei disegni creati da Sheradzade, una bambina curdo-siriana di 10 anni.

 

Quando ha disegnato, Sheradzade era a Idomeni. Spicca la semplicità: pennarello e matita colorata, sfondo bianco… Basta questo per trasmettere il senso di smarrimento provata da questa bimba e dalla sua famiglia.
I disegni sono il suo diario di viaggio: raccontano ad esempio dei bombardamenti sulla città di Aleppo, la città assediata e un gruppo di persone che cominciano a scappare verso la destinazione finale simbolicamente indicata nelle bandiere tedesca ed Europea.
Poi le manifestazioni ad Idomeni, le telecamere dei giornalisti ed i fili spinati. In uno di questi disegni la scritta che accompagna le figure grida “Non ci lasciano passare”.

   

    

La serata è poi proseguita ed è stata arricchita dalla proiezione di alcuni cortometraggi e dalla recita delle testimonianze tratte dal viaggio di alcuni rifugiati.

 

 

 

 

Un’ intera generazione rischia di scomparire, le università si sono completamente svuotate. I giovani che possono scappano all’estero. Alcuni invece sono rimasti rischiando ogni giorno ed hanno deciso di raccontarlo:

“Ci chiamiamo Eva e Hamez, nella nostra città i maestri insegnano ai bambini nascondendo i libri di storia nelle zone controllate dall’Isis. Delle donne si radunano per cercare di continuare a farsi belle anche sotto le bombe. Si vive nella paura ogni giorno di morire, per una bomba, per un regolamento di conti.
Solo chi è armato cammina tranquillo in Siria, parlare è difficile, morire no.”

“Mi chiamo Gholam e sono nato in Afghanistan Ho iniziato a lavorare a 4 anni. Facevo il contadino e andavo a scuola per aiutare mio padre. Sognavo di fare l’insegnante, mi piaceva studiare. A 10 anni nel 2008, sono scappato dal mio paese perché mio padre è stato ucciso dalla guerra civile. Non potevo stare là perché avrebbero ucciso anche me. Ho preso mio fratello minore e siamo andati in un’altra città. Non avevamo soldi, e quindi abbiamo trovato un piccolo ristorante in cui potevamo lavorare, guadagnare qualcosa, mangiare per poi viaggiare. Lì abbiamo incontrato una famiglia che ci ha portato in Pakistan e, tramite i contrabbandieri, ci siamo diretti verso l’Iran clandestinamente. Di notte attraversavamo montagne e deserti. Abbiamo fatto viaggi veramente terribili. In Iran i poliziotti erano molto violenti. Siamo stati in prigione per 4 giorni ed eravamo anche in mille. Ci facevano rotolare nella sabbia. Ci hanno rimandato in Afghanistan. Al secondo tentativo sono tornato in Iran, ancora una volta grazie alla stessa famiglia. Lavorando ho potuto restituire i soldi a queste persone generose. Di giorno facevo l’operaio e il muratore, studiavo il Corano la sera. Però non avevo documenti. Non potevo avere ne un conto in banca, ne frequentare una scuola vera, ma solo quella coranica. Lavoravo sempre clandestinamente, ma non c’era futuro in Iran. Dovevo arrivare in Europa.
Attualmente vivo a Venezia e frequento l’università Ca Foscari, dove studio Lingue e letteratura araba e persiana. Ho raccontato la mia vita nel libro Il mio Afghanistan. Mi fa male ricordare, ma bisogna far conoscere queste storie. Possiamo imparare solo dal passato.”