Laboratori scolastici – A Cellatica con Livio Senigalliesi

La passione per la fotografia intesa come testimonianza e l’attenzione ai fatti storici di questi ultimi decenni l’hanno portato su fronti caldi come il Medio-Oriente ed il Kurdistan durante la guerra del Golfo, nella Berlino della divisione e della riunificazione, a Mosca durante i giorni del golpe che sancirono la fine dell’Unione Sovietica, a Sarajevo ha vissuto tra la gente l’assedio più lungo della Storia.
Ha seguito tutte la fasi del conflitto nell’ex-Jugoslavia e documentato le atroci conseguenze di guerre e genocidi in Africa e sud-est asiatico (sito web www.liviosenigalliesi.com).
Ieri mattina Livio Senigalliesi, fotoreporter per UNHCR e collaboratore per numerose ONG italiane e straniere, ha presentato alcuni stralci delle sue attività all’attenzione delle classi terze della Scuola Media di Cellatica.

Testimonianze preziose ed uniche. Come il documentario prodotto assieme al giornalista Raffaele Mastro: una finestra sulle impervie zone della provincia dell’Ituri in Congo. Territorio caratterizzato dalla presenza del LRA, l’Esercito di resistenza del Signore, gruppo fondamentalista cristiano nato negli anni ’90 che con la propria presenza ha provocato la morte di decine di migliaia di persone ed il sequestro di migliaia di bambini, trasformando i maschi in mercenari e le femmine in concubine. Si tratta di un’area sconosciuta e raramente raccontata alla maggior parte del pubblico, raggiungibile solo con un piccolo aereo Cessna. In queste aree non c’è energia elettrica e scarseggia il cibo, ma in compenso abbonda la presenza di materie prime strategiche: oro, diamanti e coltan. Le popolazioni locali non hanno tempo per coltivare la terra: le scorribande dei guerriglieri lo impediscono. Le multinazionali in loco hanno buon gioco nel servirsi dei mercenari per costringere i residenti al reperimento di queste risorse nelle paludi e nelle cave. Quello del minatore, racconta Senigalliesi, rientra nei mestieri più diffusi e coinvolge ragazzi giovanissimi che lavorano per un compratore d’oro locale, il quale poi si interfaccia con un fornitore di cibo. Questi solitamente detrae il costo del cibo dal valore dell’oro trovato, mentre parte del materiale estratto finisce al proprietario del terreno (solitamente il capo del villaggio più vicino). Al lavoratore, resta solo il necessario per mangiare la sera e ripresentarsi il giorno dopo. É dalla visione di queste immagini che emerge in maniera lampante la stretta correlazione tra i consumi della società occidentale e i conflitti locali alla base della fuga di queste popolazioni.

Nella seconda parte della presentazione, l’attenzione si sposta su un altro scenario. Quello del Medio Oriente e dell’Afghanistan, condannato fin dal 1979 a decenni di conflitto. Intere generazioni non trovano pace e si trovano costrette a pagare schiere di trafficanti, affinché i figli più giovani possano tentare di fuggire verso un mondo migliore.
Alcune foto accompagnano la narrazione, con l’obiettivo di sottolineare i motivi per cui i migranti arrivano. Troppo spesso sui media mainstream le storie personali vengono tralasciate, lasciando spazio alla retorica dell’invasione.
Secondo Senigalliesi, è fondamentale conoscere a fondo i singoli soggetti, rimanendo con loro anche per qualche giorno o settimana. Costruire un rapporto di fiducia è necessario affinché la persona ritratta comprenda che l’interesse dietro la fotografia è sano ed orientato ad una divulgazione corretta e provvidenziale della sua storia. É questo il caso di Eman, una docente dell’Università di Damasco. Benestante e discendente da una storica famiglia di medici e avvocati, ha resistito sette anni prima di abbandonare con la famiglia la propria terra. In una delle ultime foto mostrata agli studenti, è ritratta seduta in un campo profughi improvvisato in Macedonia. Nella sua semplicità l’effetto è stordente, l’empatia immediata: Eman potremmo essere noi.


Eman, nella foto di Livio Senigalliesi

“Spero tanto che il mio messaggio arrivi in Europa, per far loro sapere che noi arabi non siamo terroristi, ma siamo esseri umani scappati per salvare i nostri figli.
Abbiamo vissuto una vita molto bella in Siria prima della guerra e tutti noi amiamo le bellezze dei nostri monumenti storici.
Noi non siamo terroristi. Siamo persone per bene, abbiamo studiato e avevamo una buona carriera. Vengo da una famiglia di medici e avvocati. Poi la guerra ha distrutto tutto e ora siamo qui in una tenda lungo i binari del treno. Mi sembra di impazzire….Non è umano! Basta .. basta … basta…(Eman piange).
Se i Grandi della Terra hanno un po’ di umanità, vengano a vedere come siamo ridotti! Siamo gente come voi in cerca di pace, sicurezza e stabilità.
(Tratto dal libro “Rotta balcanica” di Livio Senigalliesi – Edizioni Blurb.com)

La presentazione prosegue: una breve sequenza sulle attività di salvataggio in mare aperto da parte dei volontari di una ONG tedesca riporta l’attenzione alla campagna diffamatoria posta in essere dai principali media quest’estate. “Quando sono stato in Grecia, da Izmir (sponda turca) – racconta Senigalliesi – ogni notte partivano 80 barche con almeno 300 persone a bordo. Ogni volta, almeno la metà di queste non riusciva ad arrivare a destinazione“.
Infine una serie di fotografie che raccontano la disperata ricerca della libertà lungo la Balkan Route: uno sbarco ad Atene con volontari che improvvisano tende e sacchi a pelo, i giochi dei bambini sui binari occupati di una ferrovia, i segni sul corpo lasciati ora dai cani sguinzagliati dai reparti di polizia, a quelli inferti in maniera distintiva dalle ronde dei cacciatori di migranti. Fino a chi, finalmente arrivato al confine tra Slovenia e Italia, rinuncia ad attraversare l’Isonzo, temporeggiando nei boschi circostanti dinanzi alla prospettiva della deportazione nel primo paese in cui è stata attivata la procedura d’asilo.


(Idomeni a sinistra, Roszke in Ungheria a destra. Foto Livio Senigalliesi)

Grazie al team medico di MSF, ho raggiunto la terra-di-nessuno, tra Serbia e Ungheria, dove i profughi passano settimane senza un riparo, senza cibo, senza una doccia. I loro piedi sono piagati, i bambini si ammalano per il freddo notturno. Solo MSF porta loro una coperta e assistenza medica. Ma questa situazione emergenziale non può continuare. Moriranno soffocati nel tentativo di sfondare i reticolati o in qualche campo di concentramento disperso nella campagna ungherese.

Hasnain ricorda con orrore l’arrivo nella notte al confine sloveno: ”Abbiamo marciato per cinque mesi nei boschi per arrivare alla meta attraverso Grecia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Croazia. Giunti al confine sloveno abbiano trovato soldati e la Polizia di Frontex con fucili spianati e cani molto aggressivi. Chi di noi ha cercato di attraversare di corsa il confine è stato sbranato dai cani. Noi siamo scappati e ci siamo portati a braccia i feriti fino al confine Italiano. Ora a Gorizia siamo al sicuro e abbiamo richiesto asilo politico. Nessuno ci aveva detto che i confini erano chiusi. Abbiamo speso tutti i nostri soldi per vivere ma la Balkan Route è disseminata di cadaveri. Molti, troppi di noi non ce l’hanno fatta”.

(Questo brano è tratto dal libro “Rotta balcanica” di Livio Senigalliesi – Edizioni Blurb. Com)

Per chi fosse interessato al libro, rivolgersi direttamente all’autore: contatti@liviosenigalliesi.com