L’Ordine delle Cose e Human Flow

Al 74° Festival di Venezia spiccano due pellicole che si candidano ad un ruolo di altissima testimonianza di ciò che sta accadendo dall’altra parte del Mediterraneo. Si tratta del film L’Ordine delle Cose di Andrea Segre e Human Flow di Ai Weiwei.

L’Ordine delle Cose è in uscita proprio oggi. Andrea Segre è un regista che si è spesso dedicato al tema dei migranti: l’ha fatto sia coi documentari (il notevole «Mare chiuso» del 2012), sia con il cinema di finzione (da «Io sono Li» a «La prima neve»). Anche con «L’ordine delle cose» dimostra grande sensibilità nel trattare un soggetto tanto delicato e costruisce una sorta di thriller impegnato, capace di tenere alta la tensione dal primo all’ultimo minuto e di far riflettere su un argomento di strettissima attualità.
L’idea alla base non è quella di realizzare una pellicola militante e arrabbiata, ma di far ragionare sulla migrazione seguendo traiettorie narrative molto differenti: basti pensare al personaggio principale, un funzionario del Ministero che è una figura molto diversa dalla maggior parte di quelle presenti nei titoli che parlano di questa tematica.

Human Flow, del regista e militante cinese Ai Weiwei, trapiantato a Berlino, è l’unico documentario in corsa a Venezia per il Leone d’oro. Ed è un pugno nello stomaco. È una mappatura dettagliata, asciutta e agghiacciante, degli esodi biblici in atto sul nostro pianeta, realizzata filmando “dal di dentro” i campi profughi e le “onde anomale” di intere popolazioni costrette a lasciare, per guerra, fame e persecuzioni, la propria terra e le proprie case. Qualche emergenza ci è prossima e familiare, moltissime no.

 Non è come assemblare i reportage degli infiniti network che hanno documentato la grande fuga dalle zone calde del mondo. Contro le regole del documentario classico, Ai Weiwei non è solo testimone, è partecipe, condivide le marce disumane dei rifugiati, si improvvisa cuoco, barbiere, fotografo di strada, scherza e consola. Ha i suoi cameramen, ma riprende anche col suo cellulare. E sono immagini che ti costringono a vivere quello che vedi.