Per Giulio Regeni ad un anno di distanza

Mercoledì 25 Gennaio 2017: un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo. Un anno di dolore per familiari e amici, un anno di menzogne, un anno di reticenze, un anno di depistaggi; ma anche un anno di movimento per chiedere VERITA’ E GIUSTIZIA per Giulio ma anche per tutte le donne e gli uomini che in Egitto ed altrove subiscono la repressione e le brutalità di governi autoritari e irrispettosi dei diritti umani.

Giulio Regeni si era trasferito al Cairo dal settembre 2015 per una ricerca di dottorato sui diritti dei lavoratori e i sindacati egiziani e scomparve nella capitale egiziana fra le 19.30 e le 20.00 del 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio con segni di tortura e da quel momento gli investigatori italiani si attivarono, concentrandosi da subito sul lavoro di Giulio, sui suoi rapporti con il sindacato, su tradimenti e omissioni. Il tutto tra continui depistaggi e menzogne da parte delle autorità egiziane che già il 24 marzo avevano liquidato l’inchiesta: per loro i colpevoli sono i membri di una banda criminale “specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi”; ne sono certi poiché subito dopo la sparatoria, a casa di un parente del capo della banda, i poliziotti trovarono proprio il passaporto, due tesserini universitari e il bancomat di Giulio.

Ma gli investigatori italiani non si lasciarono convincere e continuarono (e continuano) il loro percorso ad ostacoli, certi che la banda sia un depistaggio: a trovare 
i documenti sono state le forze di sicurezza che sono quindi coinvolte. Il ruolo della polizia nell’omicidio nel trascorrere dei mesi ha trovato conferma: al centro ci sono gli ufficiali identificati, quelli che hanno effettuato accertamenti sul giovane e poi quelli coinvolti nell’uccisione della banda scelta come comodo capro espiatorio. La procura generale del Cairo ha iscritto due di loro nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio: il che significa ammettere il depistaggio e avvicinarsi ai mandanti 
e a chi aveva in mano i documenti 
di Giulio.

Nella vicenda gioca un ruolo rilevante il presidente del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah che ha ammesso con orgoglio di aver denunciato Regeni ai servizi segreti egiziani poco prima della sua morte violenta. Dai tabulati del telefono di Abdallah sono emersi contatti continui con la sede centrale della Sicurezza Nazionale a Nasr City. Tra gli sviluppi più recenti, c’è il fatto che il 22 gennaio 2017 una tv egiziana ha trasmesso un filmato in cui si vede l’uomo chiedere denaro per curare la propria moglie malata di cancro e Regeni si rifiuta di darlo. Media egiziani scrivono che il video fu girato con una piccola telecamera nascosta che Abdallah ricevette dalla polizia egiziana al fine di provare la denuncia che questi fece nei confronti di Regeni.

Le indagini insomma procedono, ma a rilento: ad oggi l’unica certezza è che a 12 mesi dall’assassinio non sappiamo chi, perché e per conto di chi ha ucciso Giulio Regeni. Non si può quindi abbassare la guardia: #veritapergiulioregeni