No Man’s Land – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di luglio.

Luglio 2019. Contenere e scoraggiare, attori e contraddizioni in gioco

William Bonapace e Maria Perino
Parte I – Il reportage di Febbraio
Parte II – il reportage di Aprile
Parte III – il reportage di Maggio

Come previsto, la bella stagione ha portato a una significativa crescita degli arrivi di profughi in Bosnia Erzegovina e in particolare nel Cantone Una Sana, il territorio più prossimo alla zona Schengen. Secondo i dati dell’UNHCR aggiornati alla fine di maggio 2019, infatti, la presenza di migranti nel paese balcanico era tra le 7.500 e le 8.500 persone di cui solo 4.344 collocate nei centri di ricezione, e 1.744 che dal gennaio 2018 al maggio 2019 avevano fatto richiesta di asilo. Da qui la segnalazione dell’urgente necessità di trovare altre sistemazioni e un lungo elenco di priorità e di problemi al quale rimandiamo per una lettura integrale che può dare il senso della situazione.
Due sono i principali percorsi che i migranti intraprendono per giungere al Cantone Una Sana: il primo parte dal sud del paese e quindi risale verso nord passando per Sarajevo; il secondo attraversa longitudinalmente la Bosnia partendo principalmente da Zvornik, città di frontiera con la Serbia, dove, con grande pericolo, nelle ore notturne i profughi guadano il fiume Drina ed entrano nel paese. Nel mese di luglio abbiamo voluto monitorare questo secondo itinerario.
Da questa piccola città di confine, teatro di una tra le prime feroci pulizie etniche della guerra, i migranti raggiungono Tuzla, nota per essere stata un centro urbano che nei terribili anni ’90 rifiutò la divisione etnica della popolazione. Al momento attuale la città e il suo territorio si trovano coinvolti in una crisi economica di cui non si vede via d’uscita. Cresciuta attorno alle miniere di sale e a grandi stabilimenti per la produzione di energia elettrica, Tuzla da diversi anni ormai vede solo poche attività produttive ancora funzionare mentre assiste alla privatizzazione di buona parte del suo patrimonio immobiliare e delle proprietà pubbliche acquistate da gruppi di potere strettamente collegati a oligarchi russi.
La disoccupazione raggiunge tassi elevatissimi, fino e oltre il 50% della popolazione attiva. Nel 2014 proprio da Tuzla iniziòuna rivolta sociale dei lavoratori, da mesi senza stipendio, di due grandi società privatizzate e subito fallite. Questo movimento, propagatosi in diverse città del paese, non riuscì tuttavia a incidere su questi processi e oggi l’emigrazione verso la Germania èper i giovani una realtàquotidiana.
I profughi giungono da Zvornik a piedi o con i mezzi pubblici e si raccolgono intorno alla stazione dei pullman di Tuzla nell’attesa di poter ripartire verso la Bosnia occidentale.
Abbiamo potuto constatare di persona che, a seguito di disposizioni interne, alla biglietteria gli impiegati non vendono loro i biglietti per proseguire il viaggio. Sono quindi dei volontari bosniaci che provvedono all’acquisto per poi cedere i loro documenti di viaggio ai migranti. Nonostante ciònon èraro che durante il tragitto la polizia fermi il mezzo e faccia scendere i profughi che sono quindi costretti a proseguire a piedi o a ritornare a Tuzla.
Nello spiazzo antistante la stazione bivaccano quindi giorno e notte circa un centinaio di persone in attesa di qualche soluzione, mentre giornalmente il numero di nuovi arrivi oscilla tra le 50 e le 200 unità. Le autorità pubbliche non hanno provveduto ad alcuna azione di supporto logistico (non vi sono tende né servizi igienici) o di altro genere per cui queste persone restano all’addiaccio diversi giorni, spesso ammalate, affamate, infreddolite, a volte ferite, senza alcun aiuto da parte delle istituzioni locali o delle organizzazioni internazionali. Le varie realtà religiose (cattoliche, ortodosse e musulmane) non intervengono e non permettono ai migranti di cercare riparo nei loro rispettivi luoghi di culto. A una certa ora ogni sera tali luoghi vengono chiusi in modo che nessuno tenti di dormirci dentro. La volontàdelle diverse autorità politiche e religiose è infatti quella di scoraggiare l’arrivo e la permanenza di nuovi profughi. A tale proposito la dichiarazione del sindaco èemblematica: “non intendiamo permettere che Tuzla diventi una seconda Bihac”.
Sono invece i volontari (circa una ventina in tutto) che giornalmente prestano servizio provvedendo a rifocillare e, quando necessario, a curare i migranti lì presenti. Ogni sera semplici cittadini, organizzati attraverso facebook, portano nel piazzale antistante la stazione dei pullman cibi caldi, vestiario e prestano le basilari cure mediche. In molti casi comunque l’intervento sanitario da loro offerto non èsufficiente e quindi, con grande fatica, accompagnano chi necessita di cure particolari all’ospedale dove ricevono solo interventi di primo soccorso. Nessuno viene ricoverato, anche di fronte a evidenti necessità sanitarie. Il paziente viene semplicemente rimandato davanti alla stazione dei bus.

Distribuzione di vestiti nell’area antistante la stazione dei bus a Tuzla.
L’uomo al centro con la barba è uno studente di medicina volontario che presta il suo servizio quotidianamente.
Foto di William Bonapace.

Ogni mattina i profughi appena giunti in città si presentano all’entrata degli uffici ministeriali per presentare richiesta di un permesso temporaneo necessario per muoversi nel paese. Quasi nessuno pensa realisticamente di restare. Tra l’altro, se volessero richiedere l’asilo, sarebbero costretti a tornare a Sarajevo, aspettare l’udienza davanti a un giudice e sperare nell’accoglimento della domanda, con il rischio quindi di rimanere bloccati nella capitale e ritrovarsi lontani dalla frontiera. Ben pochi sono disposti a rischiare.
In questo contesto di disperazione, davanti agli uffici del ministero nel centro di Tuzla, due volontari, con il cartellino dell’UNHCR, prestano servizio di consulenza legale, aiutando i migranti a compilare i moduli e offrendo loro consigli o chiarimenti sui loro diritti. La Croce Rossa invece distribuisce un piccolo pacco alimentare sufficiente per un giorno. Non c’è altro.
Le attese sono sempre di diverse ore e la piccola folla di profughi rimane, stanca e affaticata, all’esterno dell’edificio seduta in terra o, quando può, al riparo sotto dei piccoli portici. La richiesta da parte dei volontari di installare dei servizi igienici chimici da loro stessi pagati è stata rigettata dalle autorità con la conseguenza di un uso costante da parte dei migranti dei giardini antistanti al ministero stesso con le conseguenze che si possono immaginare.

In attesa di fronte agli uffici del Ministero della Sicurezza di Tuzla. Foto di William Bonapace.

L’IOM, presente in cittàma assente nella gestione dei migranti, si occupa invece di un progetto finanziato dagli USA, la GB, la Norvegia e per un certo periodo anche dall’Italia, di lotta contro la radicalizzazione religiosa (sic!).
Per coloro che riescono comunque a partire con il pullman verso Bihać la cittadina di Ključ, primo centro abitato del cantone Una Sana, è un ulteriore punto critico. Infatti, anche in questa piccola località la polizia alla stazione dei bus respinge i profughi rimandandoli indietro o inviandoli a Sarajevo.
Chi raggiunge Bihać si trova di fronte una situazione complessa e contraddittoria: i campi allestiti dall’IOM sono sottoutilizzati; Borići, il vecchio studentato ristrutturato l’inverno scorso, accoglie intorno alle 200 persone, tutte famiglie, nonostante la sua capacità sia di 600 posti. Tuttavia molti profughi hanno lamentato un sovraffollamento nelle piccole camere in cui vengono spesso alloggiate due famiglie con bambini. La vecchia fabbrica Bira a sua volta ospita circa 1.100 persone a fronte di una disponibilità di almeno 500 posti in più. Le autorità intendono evitare presenze massicce dopo gli incidenti avvenuti tra migranti e tra questi ultimi e la polizia all’interno del sito nei mesi scorsi. Il clima, infatti, non è particolarmente sereno, la tensione tra i profughi è alta mentre risultano esservi diversi traffici illeciti tra cui lo spaccio di droga. La domanda di sostanze stupefacenti è, tra l’altro, in crescita specialmente tra i minori non accompagnati.
Il risultato di questa situazione è una presenza diffusa di migranti nelle strade alla ricerca di un luogo dove sistemarsi o in attesa di partire per il game. Le autorità municipali hanno quindi allestito nel mese di giugno un altro campo a Vučjak, una piccola località di montagna, gestito dalla Croce Rossa, le cui condizioni sono pessime e sottoposte a severe critiche da parte del’UE.
Il 13 luglio abbiamo assistito a un trasferimento. I profughi sono stati fermati lungo le strade della città e, allineati in fila per due, condotti a piedi sotto la pioggia fino al nuovo campo, distante 10 km da Bihać. La lunga colonna è stata fatta sfilare lungo le strade della città, come segno di forza e per dimostrare alla cittadinanza che le autorità svolgono un’azione decisa nei confronti della crisi dei migranti, e quindi inviata verso le montagne. In questo campo all’inizio del mese di luglio erano accolte circa 600 persone. La struttura è priva delle più elementari condizioni di vivibilità, mancano servizi igienici, docce, elettricità, acqua e come se non bastasse, l’area su cui è stata edificata era in precedenza la discarica della città di Bihać, con presenza di metano e, nei campi limitrofi, di mine rimaste inesplose dagli anni della guerra. Di fronte a tale situazione le autorità hanno garantito che nel corso del mese di luglio verranno installati dei container adattati per i servizi igienici. Sta di fatto che gli ospiti sono alloggiati in tende e mangiano seduti in terra dal momento che il campo è sprovvisto di tavoli e sedie. Il campo inoltre è privo di una solida recinzione per cui molti migranti abbandonano facilmente il sito per inoltrarsi nei boschi circostanti in direzione della Croazia, il cui confine dista solo a pochi kilometri.

Trasferimento al campo di Vučjak. Foto di William Bonapace.

Molte sono le perplessità verso questa scelta delle autorità locali sia per quanto concerne la tutela della dignitàdei migranti e le garanzie sui diritti umani, come sottolineato anche all’IOM e dall’UE, sia per l’effettiva efficacia della stessa. Risulta infatti incomprensibile la decisione di impiantare un campo senza vere recinzioni a pochi kilometri dalla frontiera croata e priva di reali sistemi di contenimento degli ospiti. Probabilmente anche questa decisione fa parte del gioco contrattuale che i diversi soggetti attuano in questa partita in cui geopolitica, interessi economici, business e affari non sempre del tutto leciti si intrecciano cinicamente utilizzando i migranti come merce di scambio e di contrattazione.
Le Nazioni Unite hanno espresso in un comunicato stampa “serious concern with regard to this decision, as we firmly believe that this location is entirely inadequate for the purpose of accommodating people there“.
Anche l’Unione Europea ha criticato questa soluzione. Già l’11 giugno il Capo della delegazione UE in BiH Lars-Gunnar Wigemark scriveva al Presidente del Consiglio dei Ministri Denis Zvizdićaffermando, con un lungo e circostanziato elenco dei problemi, che il luogo non soddisfa i criteri di assistenza dell’UE, peraltro impegnata in un ulteriore finanziamento di misure speciali per sostenere la Bosnia Erzegovina nella gestione dei flussi migratori. I fondi dovrebbero essere utilizzati per coprire le esigenze fondamentali dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, vale a dire per alloggio, cibo, acqua, servizi igienico-sanitari, accesso alle cure sanitarie, all’istruzione e ai servizi di protezione sociale. Nel rispetto dei principi umanitari e senza discriminazioni. Un ulteriore sostegno dovrebbe essere utilizzato per aumentare la capacità di identificazione, registrazione, e supporto ai ritorni volontari assistiti. La lettera del capo della delegazione europea si concludeva con un sollecito al ministro di riferire tempestivamente su tutte le questioni menzionate, a prendere nelle proprie mani il problema, nell’auspicio che l’onere della gestione delle frontiere e delle migrazioni sia condiviso da tutte le autorità del paese e della regione (cazin.net).
Il 17 luglio a Bruxelles infine, a seguito di un incontro tra i rappresentanti delle autoritàdella Bosnia Erzegovina e la Commissione europea profonda insoddisfazione è stata espressa da parte di quest’ultima, la quale, in una dichiarazione ufficiale, ha deplorato le cattive condizioni di accoglienza dei migranti e ha espresso rammarico per non aver trovato situazioni appropriate a nuovi centri di accoglienza, nonostante la Commissione avesse garantito l’adeguato appoggio finanziario. Il documento prosegue richiedendo l’evacuazione del campo di Vucjak e la realizzazione di altri centri di raccolta nell’area di Doboj e Tuzla, e conclude indicando il mese di settembre quale periodo per svolgere un’ ulteriore riunione tra la delegazione della BIH e l’UE.

L’ultima tappa è Velika Kladuša, città di confine con la Croazia. In questa località già da noi descritta nei precedenti rapporti, il campo di accoglienza nella vecchia fabbrica Miral ospita 600 profughi ma altre centinaia vivono come possono nella città, occupando case abbandonate o affittando illegalmente stanze nelle abitazioni dei locali.
La situazione somiglia sempre di più a un collo di bottiglia nel quale le persone si trovano incastrate e il clima di insicurezza peggiora per tutti. Nella zona di Bihać e di Velika Kladuša l’allarme tra i cittadini è cresciuto: noi non siamo abituati a questi migranti. Ieri dei pakistani cercavano i marocchini, hanno armi, riportava a inizio luglio il sito del cantone Una Sana descrivendo gli scontri all’interno del centro Miral che hanno coinvolto un centinaio di persone con l’intervento dei poliziotti – tre sono rimasti feriti – che hanno sparato in aria. I cittadini denunciavano furti in strada di denaro e di telefoni cellulari, incertezza e paura, pur sottolineando la solidarieta dimostrata nel passato. 

Ogni servizio offerto dalle organizzazioni non governative è stato bloccato dalle autorità per cui la mensa gestita da Sos Kladuša e le docce installate da No Name Kitchen (NNK) sono state chiuse. Solo un piccolo ambulatorio improvvisato ma ben gestito da due volontari della prima associazione continua ad operare prestando aiuto ai migranti e curando le ferite dei respinti dalla polizia croata, spesso con la forza, nel tentativo di attraversare la frontiera. Quest’attività è ancora in funzione grazie al fatto che gli operatori sono bosniaci. Gli altri volontari di altre nazionalità presenti nei mesi precedenti sono stati invece espulsi e i soldi provenienti dall’estero utilizzati per far funzionare la mensa, bloccati.
Per queste stesse ultime ragioni le attività di NNK sono state ridimensionate ma non completamente interrotte. Ogni giorno, verso sera, i volontari dell’associazione portano cibo e vestiti ai profughi godendo per il momento di un atteggiamento di relativa tolleranza da parte delle autorità.

Intanto, nel corso dei mesi di maggio e giugno sono continuati i cosiddetti push-back – cioè le espulsioni informali, fuori da una procedura legale, di individui o gruppi in un altro paese – e violenze della polizia ai confini tra Croazia e Bosnia Erzegovina, come documentato regolarmente nei rapporti di NNK e le pressioni (come già avevamo segnalato nel monitoraggio di maggio) delle autorità bosniache e serbe contro associazioni, attivisti e volontari indipendenti.
Particolarmente “scioccanti”, come le ha definite Jelena Sesar, ricercatrice di Amnesty International, le affermazioni che la presidente della Repubblica Croata Kolinda Grabar Kitarovic ha rilasciato a proposito dei metodi violenti della polizia di frontiera del suo paese nel corso di una intervista all’emittente SRF durante una visita ufficiale in Svizzera nella prima metà del mese di luglio e che riportiamo per intero: ”Ho parlato con il ministro dell’interno, il capo della polizia e gli agenti alla frontiera, i quali mi hanno assicurato che la polizia non fa ricorso a un uso eccessivo della forza. Certo è necessario usare un po’ di forza quando si effettuano i push back, ma dovreste vedere quell’area”. Pochi giorni prima di fronte ai giornalisti aveva dichiarato che la polizia non era coinvolta in respingimenti illegali e che comunque i migranti che tentano di attraversare la frontiera non erano profughi di guerra ma semplici migranti economici.

Non meno grave è il silenzio che la Commissione europea ha tenuto a seguito di tali dichiarazioni nonostante le ripetute denunce sui metodi delle forze di polizia di Zagabria nei confronti dei migranti da parte di organismi indipendenti e a seguito di interpellanze presentate al Parlamento europeo da parte di numerosi deputati nel corso degli ultimi due anni e rimaste sempre senza risposta.
Ai respingimenti si somma l’incremento dei controlli ai confini. Dall’1 luglio il confine Italia – Slovenia (10 km) è sorvegliato da pattuglie miste delle due polizie. Se il ministro degli interni ha motivato l’accordo con la minaccia di flussi ingenti di migranti in arrivo, la polizia slovena ha ridimensionato il fenomeno, dichiarando che da inizio 2019 a fine giugno in quell’area italiana sono stati registrati 898 migranti di cui 129 riammessi in Slovenia, numeri inferiori agli anni passati. Bisogna tuttavia precisare che nei primi quattro mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo del 2018, sono quasi triplicati i migranti entrati nel circuito dell’accoglienza della sola Trieste: da gennaio ad aprile le accoglienze sono state 664, contro le 248 del 2018. Un dato che peraltro non tiene in considerazione quanti invece sono sfuggiti ai controlli e proseguono la traversata. Il 5 luglio 2019 il partito di opposizione conservatore sloveno (NSI) chiedeva di discutere in parlamento l’accordo con l’Italia di pattugliamento binazionale del confine italo-sloveno – che secondo l’opposizione è solo a vantaggio dell’Italia – e di prendere tutte le misure necessarie per proteggere il confine sloveno con la Croazia dal quale erano entrate nel primo semestre dell’anno 5.306 persone rispetto alle 3.612 dello stesso periodo del 2018. Il 12 luglio il primo ministro sloveno ha promesso l’invio di altri uomini, nuove barriere e droni alla frontiera con la Croazia.

Frontiera italo slovena. Foto: Il Piccolo

All’interno di questo quadro complesso e contraddittorio, la posizione europea assume tuttavia un particolare significato che va inquadrato in alcune questioni fondamentali:

  • la situazione politica bosniaca
  • l’entità e l’uso dei finanziamenti che continuano ad essere forniti alla Bosnia Erzegovina
  • il ruolo della cosiddetta società civile, interna e internazionale fatta di volontari e cittadini
  • il lungo, lento, impervio, e indebolito percorso di allargamento europeo ai Balcani Occidentali.

Sulla prima questione, come già abbiamo sottolineato nei precedenti rapporti, è necessario ribadire che la situazione economica e sociale del paese è molto difficile, come evidenziato dalla crisi demografica e dall’intensificarsi delle emigrazioni dei cittadini bosniaci. Inoltre, l’assenza di un governo centrale – dalle elezioni dell’ ottobre scorso non è ancora stato istituito -, i livelli istituzionali che nell’Entità della Federazione (una delle due in cui è costituito il paese) danno ai Cantoni responsabilità amministrative, legislative ed esecutive autonome in assenza di un quadro normativo generale condiviso, sono elementi che mettono le municipalità sotto fortissima pressione, soprattutto dove i migranti arrivano e si fermano, come nel caso delle cittadine del Catone Una Sana.
Sulla questione dei finanziamenti riteniamo opportuno riportare le cifre pubblicate il 25 giugno nel sito della delegazione europea

“The European Union announced today €14.8 million to address the needs of migrants and refugees who remain present in Bosnia and Herzegovina. This includes €13 million of support to migration management – for which an implementation agreement was signed on 21 June with the International Organisation for Migration – and €1.8 million for humanitarian aid. This brings EU overall assistance to Bosnia and Herzegovina to cope with the increased migratory flow since 2018 to €24 million (€20.2 million from the Instrument for Pre-accession Assistance and €3.8 million of humanitarian aid). This is in addition to €24.6 million assistance the European Union has provided to Bosnia and Herzegovina in the area of asylum, migration and border management since 2007.”
Vengono poi forniti dati su tutta la regione:
“Since the beginning of the refugee crisis in Western Balkans the European Union has allocated more than €25 million in humanitarian aid to assist refugees and migrants in Serbia, and over €4 million to North Macedonia. EU humanitarian aid helps the most vulnerable refugees and migrants to meet basic needs and preserve their dignity. In addition to humanitarian assistance, the European Union has provided Western Balkans partners with significant financial support amounting to €98.2 million for activities related to migration and refugee crisis. This is done primarily through the Instrument for Pre-accession Assistance.”
E una specie di promemoria per la Bosnia Erzegovina:
“Since 2007, the European Union has been providing assistance to Bosnia and Herzegovina worth amounting to € 44.8 million in the area of migration and border management [ma che cosa significa precisamente? ndr] through the Instrument for pre-accession assistance. The country has also benefited from the IPA regional programme ‘Support to Protection-Sensitive Migration Management’ worth up to €14.5 million. The emergency humanitarian assistance provided so far amounts to € 3.8 million.
Si dice inoltre che il riconoscimento dell’entità del flusso migratorio che percorre il paese non giustifica tuttavia condizioni di vita inaccettabili:
Over 33,300 refugees and migrants entered Bosnia and Herzegovina since January 2018, according to government estimates. Approximately 8,000 refugees and migrants in need of assistance are currently present in the country, mostly in the Una-Sana Canton. Approximately, 4,500 are accommodated in EU-funded temporary reception centres.
As of Friday 14 June, local authorities proceeded with a forced relocation of 900-1000 refugees and migrants to a new location called Vučijak that has been deemed unsuitable by the European Union and UN. The above-mentioned venue, without the necessary infrastructure in terms of water, sanitation or electricity, surrounded by minefields, creates a clear danger for the life and health of migrants. Furthermore, the land is a former landfill and may still be toxic. The European Union is concerned about the well-being of the people moved there and has, together with its humanitarian partners, requested the authorities to stop forced relocations and provide dignified and secure shelter solutions. The European Union is also concerned about the authorities’ intention to take measures against humanitarian partners.
Ma lo scarto fra le risorse allocate e le condizioni di vita è netto, e il progressivo divieto di qualsiasi servizio da parte di persone e associazioni che sono fuori dal circuito dei centri ufficiali ha peggiorato la situazione, come denuncia duramente AreYou Syrious:
Recently, reports of police violence have sharply increased in Bihać, where it has become routine for authorities to search houses and squats as they look for people to transfer to the new ‘facility’ in Vučjak. A 23-year-old Algerian man describes the tactics implemented by Bosnian police as directly comparable to those implemented by Croatian police during push-backs to Bosnia. ‘They are even breaking phones and taking peoples’ money now too,’ he reports. It is important to note that while funding may be coming into Bosnia from the EU, the mismanagement of this funding, predominantly by IOM, but also the other large actors in the country, is devastating for the people who need to endure their idea of ‘migration management’ and ‘humanitarian assistance’
La criminalizzazione dei volontari e delle associazioni che soccorrono i migranti è un problema che trova una delle sue cause nella ambiguità delle normativa europea sullo smuggling, cioè sul favoreggiamento della immigrazione irregolare, definito nel 2000 da un Protocollo dell’assemblea delle Nazioni Unite come un “servizio” che ha l’implicito consenso del migrante (a differenza del “traffico di esseri umani”, è pagato e quindi produce benefici materiali diretti o indiretti a chi lo mette in atto). Invece, lo strumento normativo principale europeo, il Facilitators Package del 2002, dà ai paesi europei ampi margini di discrezionalità di decidere in che cosa consiste il crimine di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, tanto che per molti stati europei il guadagno da parte dello smuggler non è componente dirimente del crimine ma è usato soltanto come aggravante. Quindi possono rientrare nella categoria persone e associazioni che non agiscono per vantaggi materiali.
La “criminalizzazione della solidarietà” è iniziata e si è sviluppata anche grazie a un clima politico che ha diffuso espressioni diventate senso comune facendo abbassare il livello di fiducia della popolazione nel contributo volontario e facendo dimenticare la centralità dei diritti umani: l’ “hostile environment” verso i migranti in Gran Bretagna, la repressione in Italia delle ONG che fanno soccorso in mare, i “delits de solidarieté“ in Francia, le “restrizioni dello spazio della società civile” in Ungheria e Polonia hanno orientato il dibattito politico sulla gestione dei flussi migratori e sul controllo delle frontiere.

Nel giugno 2019 sulla piattaforma ReSOMA è stato pubblicato un rapporto con una ricca bibliografia sulla repressione in corso delle ONG e dei volontari che forniscono aiuto a profughi e migranti.

Vi si trova un’analisi della tendenza politica di molti stati a limitare lo spazio della società civile e dei contrasti esistenti tra istituzioni europee sul problema. Il rapporto fornisce pure raccomandazioni orientative di natura giuridica e di policy e l’indicazione di possibili strumenti giuridici europei atti ad arginare e superare tale tendenza (il 17 gennaio 2019 il Parlamento Europeo votò in favore della proposta della Commissione di tagliare fondi ai paesi dell’Unione che non si attengono al cosiddetto rule of law). Particolarmente interessante è infine il riferimento alla possibilità di accesso diretto a fondi senza l’intermediazione statale sia per azioni di monitoraggio, sia per interventi di aiuto.
La raccolta di casi di “criminalizzazione della solidarietà” effettuato dai ricercatori di ReSOMA evidenzia infatti una crescita del fenomeno dal 2015, quando rientravano in questa definizione solo 8 casi. Nel 2018 sono diventati 24 coinvolgendo 104 persone in 7 paesi europei, e nel primo trimestre del 2019 si sono già verificati 15 casi riguardanti 79 persone e volontari. La ricerca ha analizzato 29 casi e la situazione di 158 persone, investigate per aiuto all’ingresso illegale o alla permanenza, in 6 casi con aggravanti (riciclaggio di denaro, appartenenza a reti criminali), coinvolgendo 16 ONG in 11 paesi europei tra i quali spiccano la Francia con 31 casi, la Grecia con 53 e l’Italia con 38.
Oltre alla denuncia formale e ai procedimenti giudiziari, bisogna sottolineare e tenere in conto, in un quadro di incertezza e vaghezza giuridica, anche le intimidazioni, le minacce, i divieti (ad esempio di distribuzione di cibo o indumenti) a volontari e associazioni, come sta avvenendo lungo la rotta balcanica.
Infine, la questione dell’ingresso dei Balcani Occidentali nell’Unione Europea non è direttamente connessa con i flussi migratori, ma è opportuno richiamarla per avere un riferimento al quadro geopolitico nel quale si trovano sia i migranti sia le popolazioni locali. Al summit di Poznan del 2 luglio la Germania – che è particolarmente attiva nella regione con attività economiche e commerciali e politiche migratorie di reclutamento di manodopera – ha ribadito il suo supporto ai paesi balcanici nel cammino delle riforme, benchè l’impressione generale sia stata di una rimozione dal tavolo europeo della questione dell’allargamento e di una ormai consolidata riluttanza dei leader balcanici, peraltro molto divisi, ad affrontare le complesse riforme richieste senza una chiara prospettiva di membership.
Sono lontani i tempi in cui, appena finita la guerra del 1992- 1995 si pensava che un rapido percorso di ingresso nell’Unione Europea fosse cruciale. Invece, il vuoto progressivo che si è creato ha dato spazio ad altri soggetti geopolitici, Russia, Cina, Turchia, Paesi del Golfo, e alla crescita di tensioni politiche, economiche e sociali, inserite in un quadro nazionalistico costruito e rafforzato negli anni. Se oggi i paesi europei si limitano a proporre un “nuovo approccio” (Latal, BIRN, July 4, 2019) parlando di “partnership” e “cooperazione” non colgono tutta la fragilità della regione, di cui la “rotta balcanica” è una delle drammatiche espressioni.
Qui il report in versione PDF.