Foto di Francesco Malavolta

POPOLI IN MOVIMENTO
Una mostra fotografia di Francesco Malavolta

Francesco Malavolta è un fotogiornalista impegnato da vent’anni nella documentazione dei flussi migratori che interessano il nostro continente. Le foto esposte a Brescia nel 2017 in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, rappresentano una sintesi degli ultimi cinque anni di lavoro che sono stati segnati da un intensificarsi senza precedenti delle migrazioni stesse.

Un lavoro svolto in un contesto spazio-temporale in costante mutamento che lo ha portato a viaggiare dallo Stretto di Gibilterra e le enclave di Ceuta e Melilla a Lampedusa, dalla Grecia e le sue isole alla Turchia fino alla cosiddetta “rotta balcanica”. Proprio quest’ultima è stata ampiamente documentata  fra il 2015 e il 2016 quando più volte si è spostato fra Serbia, Fyrom Macedonia e Ungheria unendosi agli stessi migranti in alcuni tratti del loro cammino. Collabora da anni con la Comunità Europea, in particolare con l’agenzia FRONTEX, con l’agenzia di stampa internazionale Associated Press, nonché con organizzazioni internazionali quali UNHCR e OIM.

Al centro del suo lavoro ci sono quei popoli in movimento che segue a partire dall’esodo degli albanesi in fuga durante gli anni 90 testimoniando così quello che va considerato un tratto peculiare della natura umana: la migrazione, il movimento, lo spostamento. L’umanità infatti è da sempre in movimento e questo movimento assume tratti tanto più drammatici quanto più si cerca di ostacolarlo, ripiegando su paure e posizioni illogiche e anacronistiche.

“Le fotografie non devono essere solo belle ma buone, devono cioè saper cogliere la realtà senza retorica e manipolazione.”
(Tratto da un articolo di Emanuele Galesi sul Giornale di Brescia)

Trenta gli scatti esposti su circa un milione in archivio. In queste fotografie dolore e felicità coesistono, la morte non esclude la vita e viceversa, anzi, la vita sembra mostrarsi nel suo significato più autentico nel confronto ravvicinato con la morte.

Le fotografie non devono essere solo belle ma buone, devono cioè saper cogliere la realtà senza retorica e manipolazione. Quindi minimi ritocchi di post-produzione e niente crop, la pratica di tagliare per aumentare l’impatto visivo ed emotivo.

C’è un uomo in giacca e cravatta, appollaiato sul bordo di un gommone:”Questo signore parlava quattro lingue, aveva due lauree, scappava dall’Africa per motivi politici – Spiega Malavolta – indossava l’abito di tutti i giorni. Voleva lanciare un messaggio di dignità.” Era il 2011 e un’immagine di questo tipo scandalizzava e disturba ancora: dove sono i profughi vestiti di stracci?

Un altro scatto ha immortalato il bacio dopo il naufragio che ha fatto il giro del mondo: un uomo e una donna entrambi caduti in mare, non sapevano che fine avesse atto l’altro e al momento dell’insperato ritrovo si baciano davanti all’obiettivo pronto del reporter.

C’è una barca in mezzo al mare, un giovane spalanca le braccia in segno di vittoria, brandendo trionfante il suo salvagente.

“Migrazione è anche arrivare in un luogo sicuro: è un urlo di felicità”, commenta l’autore, che però mostra anche l’immagine di un vecchio afghano, che per amore dei suoi cari ha lasciato la sua terra e lo sente come una sconfitta.

Una fotografia è questione di sguardo, anche nel rappresentare la morte. Una foto ritrae le gambe di un cadavere ma il focus è sul mucchio di medicinali di cui si sono serviti i volontari nel tentativo di salvare quell’uomo.

C’è una necessità di testimoniare le cose come sono, che basterebbero, per il fotografo, a farci capire da che parte stare.