Tramite Osservatorio Balcani e Caucaso, riportiamo di seguito un estratto dell’intervento di Zlatko Dizdarević alla conferenza “Vent’anni da Dayton”, svoltasi a Torino il 12 novembre 2015.
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-realpolitik-di-Dayton-165782

Signore e signori, cari amici,
sono testimone diretto del tempo e del processo in cui veniva creata nel sangue la nuova Bosnia. Ed ho creduto che il progetto del nuovo Stato – giacché quello di prima ormai non c’era più – avesse senso e possibilità. L’ho creduto anche rappresentando come Ambasciatore quello stesso Stato per dodici anni. Nel frattempo, però, ho anche imparato che la Bosnia Erzegovina spesso viene vissuta e raccontata in maniera completamente differente, sia nel  paese che all’estero. Ecco perché penso che oggi abbia senso discutere di alcuni temi, nell’anniversario di uno Stato che non c’è, e che si fa beffe di qualsiasi normale concetto di statualità.

Promesse ingannevoli
Uno dei temi dovrebbe essere ciò che la Bosnia Erzegovina, come Stato e come sistema, potrebbe e dovrebbe essere vent’anni dopo la guerra, al servizio, anche in misura minima, dei suoi cittadini. Cosa che non è, neanche lontanamente. Solo pochi giorni fa l’Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, Valentin Inzko, si è detto contento perché la Bosnia oggi non è la Siria. Io penso che sia una misura vergognosa del nostro successo.
Un tema, quindi, sono tutti i nostri vagheggiamenti. Compresa la famosa tesi che Dayton “ha fermato la guerra”. La guerra è fermata, ma non è conclusa. Negli attuali limiti di Dayton non può neanche esserlo. Limiti che ogni giorno generano nuove divisioni, animosità e odio. Non è una buona base per una pace accettabile.
Un tema sono anche i vent’anni di ingannevoli promesse che tutto sarà diverso, mentre si fa di tutto perché ciò non accada. Nel sistema [di Dayton] sono incorporati tutti i meccanismi di ostruzione, e quasi nessun meccanismo di sblocco delle ostruzioni. La vita, nei suoi più elementari aspetti, non fa che peggiorare, diventando sempre più difficile e insopportabile per la maggioranza della popolazione, mentre non fa che migliorare in misura scandalosa per un numero sempre minore di persone che, di regola, non meritano questo per il proprio lavoro e capacità. Un fenomeno, del resto, non solo bosniaco, anche se questa è una magra consolazione.

Il saccheggio
Un altro tema dunque sono le persone in Bosnia e all’estero, che da vent’anni giurano di lavorare a favore dei cittadini e per il benessere del popolo, e lavorano invece per se stessi e i propri familiari. Il saccheggio della sostanza economica del Paese è enorme, e non è ancora concluso. La politica è una pura menzogna e questo non potrà essere tollerato indefinitamente. Il mio è un  ammonimento.
Un tema è anche l’assetto costituzionale e il sistema politico il cui obiettivo è mantenere lo status quo dei rapporti sociali. E’ il progetto dell’oligarchia che in questo modo protegge e mantiene il potere. E lo manterrà ad ogni costo, se necessario pure con la forza.
Un tema è la cosiddetta comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, che per vari motivi non vede e non vuole vedere in maniera corretta quello che avviene in Bosnia. L’UE riflette sui problemi sostanziali della Bosnia in maniera estremamente burocratica, ignara del fatto che la Bosnia è diventata un ideale “spazio vuoto” per vari appetiti che sono direttamente contrari alla concezione e agli interessi dell’UE. Le geostrategie altrui non stanno a guardare, e i fondamentalisti di tutti i colori sono sempre pronti a combattere per i propri interessi.

Un tema al quale si crede e che invece è falso, persino cinico, è l’affermazione che qualcosa in proposito si stia facendo e che si stiano raggiungendo anche dei risultati. Al momento va di moda affermare che è entrato in vigore l’Accordo di stabilizzazione ed associazione e che questo rappresenti un successo. Ma è una mossa estorta all’ultimo momento, sette anni dopo la firma e dopo che è stato, in misura enorme, chiuso un occhio sull’adempimento delle condizioni poste. I leader, sia europei che bosniaci, si vantano dell’approvata dichiarazione sull’opzione europea della Bosnia. Non importa niente a nessuno che ciascuno legga tale dichiarazione a modo suo, in modo completamente differente l’uno dall’altro. Uguale è il caso della cosiddetta agenda delle riforme.
Infine, un tema da discutere dovrebbe essere anche il fatto che dalle nostre parti sembra dover esplodere qualcosa di forte per farci comprendere quanto ci siamo illusi a proposito del luogo in cui viviamo e di quello che ci succede. Un po’ come nel caso dell’Europa che, di fronte al problema dei profughi, pur avendo ampiamente partecipato a causarlo, è rimasta scioccata, sconcertata e senza un minimo di razionale cognizione di che cosa si tratti. Ora gli europei non sono in grado di collegare le due cose e sono disposti anche a pagare il furbo profittatore totalitario perché fermi l’afflusso di coloro i cui destini l’Occidente gestisce a modo suo fin dagli inizi di questa storia. Intanto, come concepisce il totalitarismo lui, candidato all’UE, non interessa più a nessuno.

La soluzione etnica ha distrutto la società
Gli artefici e i realizzatori del progetto Dayton sono così convinti che si tratta di un progetto buono, e utile, che ora hanno cominciato, dietro le quinte, a proporlo come soluzione per il Medio oriente e persino per la Siria. Ecco perché, nella maggioranza dei casi, in Bosnia e in giro per l’Europa, il tema in questione viene discusso “politicamente” da coloro che affermano come tale accordo sia un’ottima soluzione laddove il conflitto è etnico e quindi da risolvere con divisioni etniche.

Questa valutazione è sbagliata in partenza. Il problema della Jugoslavia, e in particolare della Bosnia Erzegovina, non è stato in primis storicamente etnico e religioso. Per questo motivo, per la dissoluzione non si poteva trovare una soluzione soddisfacente su basi esclusivamente etniche, in particolare nella costituzione statuale della Bosnia Erzegovina. Il necessario bilanciamento che rispettasse sia le differenze etniche che la coesione civile non solo non è stato istituito, ma ogni tentativo di mantenimento e di sviluppo dell’elemento civile veniva eliminato e vanificato alla radice. Con la concezione daytoniana, sulla quale si è insistito fino ad oggi, si distruggeva e si è distrutta in Bosnia, in modo pianificato e mirato, la società civile, nel nome dei dogmi etnici e nazionalistici.

Il vicinato, dalle nostre parti, è sempre stato uno dei fondamenti dei rapporti e della sostanza sociale, più importante della struttura statale basata sulle divisioni. La logica daytoniana delle divisioni, così come l’hanno interpretata le corrotte oligarchie locali, rappresenta una violenza alla storia e alla realtà bosniaca.

A tutto questo noi in Bosnia stiamo facendo, all’apparenza, abitudine. I cosiddetti leader si sono abituati a prendersi gioco della comunità internazionale, e del proprio popolo. Sanno perfettamente che gli stranieri non diranno nulla, se non le solite vuote frasi diplomatiche, per cambiare la situazione, perché pensano che ogni altra variante sia più rischiosa e pericolosa. Sanno pure che il cosiddetto popolo si adatterà nuovamente alla logica delle divisioni etniche, perché è su queste basi che le persone sono state comprate e formattate, che hanno avuto un posto di lavoro o che sono disoccupati, ed è su queste basi che si fa carriera, che si ottengono privilegi o guadagni illeciti.


Oltre il sessanta per cento degli occupati in Bosnia percepiscono lo stipendio a carico dei fondi pubblici. Dunque, dipendono dai governanti. Tutti loro, perciò, assieme alle loro famiglie, sono il corpo elettorale dei governanti. I veri operai non esistono più. Le pensioni dipendono dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. L’economia praticamente non c’è più. I giovani ed i capaci se ne sono andati o si preparano ad andarsene. Quel che è rimasto dell’intellighenzia è corrotto dal punto di vista partitico, ideologico, degli interessi. La misura del valore non sono più l’istruzione e le capacità, ma il partito, le parentele e le amicizie giuste.


Una élite contro l’Europa

Per gli stranieri che vengono dall’UE e per i rappresentanti diplomatici, i partner principali non siedono nel parlamento bosniaco: sono unicamente alcuni leader dei partiti nazionalisti. Le coscienze si tranquillizzano costituendo un enorme numero di organizzazioni cosiddette non governative, nella maggioranza dei casi del tutto irrilevanti. I media hanno perduto ogni ritegno, i proprietari dei media sono prevalentemente datori di lavoro privati che appartengono al mondo del business falso, sempre trovando appoggio nei partiti nazionalisti.

A vent’anni dalla fine della guerra, la Bosnia è il fanalino di coda per l’ingresso nell’Unione europea. Le sue élite non ci vogliono entrare, per motivi razionali. L’UE rappresenta un sistema, leggi, procedure. Se tutto questo comincia a funzionare, si perdono privilegi, e profitti illeciti. Quando la Croazia è entrata nell’Unione, metà del governo, con a capo il premier, è finita in galera. In Bosnia sono ancora al potere quelle stesse strutture sulla matrice delle quali è scoppiata la guerra, che hanno condotto la guerra e che ne hanno tratto profitti. I risultati delle elezioni dell’anno scorso sono quasi identici a quelli di vent’anni fa. I vincitori si tengono stretti per mano, spasmodicamente difendendo il concetto esclusivamente etnico. Se cade uno, cadono tutti.


In tutto questo, vent’anni dopo, la farsa acquista dimensioni enormi. L’idea della divisione etnica, come fondamento del sistema politico e costituzionale, ha di fatto perduto ogni senso, perché non l’ha mai avuto. La logica alla base delle coalizioni politiche oggi è rappresentata dall’interesse personale dei corrotti. In questo non hanno alcuna importanza le differenze etniche. Così come le differenze etniche non sono un problema per la collaborazione dei pochi produttori di successo, che lavorano basandosi sugli standard economici. Ugualmente, sotto la falsa superficie di interessi nazionali, la struttura criminale e quella politica sono assolutamente multietniche, poiché si tratta di denaro e di potere. L’etnia e la religione, nel caso delle masse popolari, sono strumenti per mantenere viva la paura dell’altro e del diverso, e per tenere a raccolta la tribù come base elettorale dei produttori della paura. Questa è la cruda realtà, quella che nei circoli dei politici e dei loro protettori esteri si chiama realpolitik.


Una realpolitik sanguinosa

Qualche giorno fa, a Sarajevo, la giornalista francese Florence Hartmann ha presentato il suo libro sulla realpolitik incorporata nelle più insanguinate fondamenta della Bosnia, Srebrenica. È una storia che lei conosce perfettamente, per essere stata corrispondente di Le Monde da Belgrado, poi consigliere e portavoce del procuratore capo del Tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra nell’ex Jugoslavia e in Ruanda.

Tanto tempo fa, prima della guerra, ha pubblicato un libro su Milošević, in tempi in cui nessuno le voleva credere. Ma tutto poi si è dimostrato vero. Ora ha pubblicato un libro, basato su documenti fino a poco tempo fa “classificati” del Tribunale dell’Aja e di altre fonti, ed ha ricostruito la storia di Srebrenica spiegando come l’esito fosse del tutto prevedibile molto prima del massacro. Gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna dovevano soddisfare le richieste di Milošević, e lui chiedeva tre enclave lungo la Drina: Srebrenica, Goražde e Žepa, come condizione per il cosiddetto “processo di pace”. Era chiaro per ogni persona normale che ciò avrebbe significato solo un enorme crimine. Ma ai grandi non importava, avevano una loro ottica della divisione della Bosnia. Il resto verrà coperto dalla storia. E lo stesso è stato fatto in Iraq, in Libia e ora lo si sta facendo in Siria. Le chiacchiere sulla democrazia sono pura farsa.

Dayton con il terreno ripulito a Srebrenica e a Žepa, è il fondamento sul quale Milošević ha ottenuto la divisione della Bosnia e “l’entità” nazionale, la Republika Srpska, munita di tutte le prerogative statuali. Il concetto è piaciuto e lo hanno approvato, pubblicamente o dietro le quinte, anche gli altri leader nazionalisti, in Bosnia e nei dintorni.

Uno Stato senza cittadini

Così è rimasta fino ad oggi. La Bosnia Erzegovina è un surrogato dell’idea di vent’anni fa, e la celebrazione di due decenni di falsa pace è importante per gli artefici dell’idea, affinché la violenza contro la Bosnia e contro la sua realtà e sostanza storica si possa giustificare come ineluttabile. Non è vero che la Bosnia sia sempre stata teatro di conflitti e che ciò sia sempre stata la sua maledizione. Nella terra di Bosnia, gli storici lo sanno bene, ci sono state meno guerre etniche locali che in molti paesi dell’Europa civilizzata ed i bosniaci hanno combattuto soprattutto le guerre altrui, europee. Anche la Prima guerra mondiale l’abbiamo celebrata con glamour a Sarajevo due anni fa. Poi gli stranieri sono partiti e ci hanno lasciati a litigare: Gavrilo Princip era un terrorista o un eroe? Non ne abbiamo discusso per cento anni. Oggi ne disputiamo fino a odiarci. Anche questo è Dayton.

Tutto quanto già ora non funziona, è un problema per noi, ma a lungo andare sarà un problema anche per voi. Una creatura statuale frammentata, senza identità, è già diventata il terreno ideale per l’arrivo di quelli che là fuori realizzano varie geostrategie, sognano influenze e rieducazioni, proprie ambizioni morbose e abbagli storici sulle identità.

La Bosnia deve essere uno Stato costituito, né più né meno, sugli elementari principi e presupposti statuali su cui è costituito ogni altro paese normale in Europa. Con un presidente, un governo, un parlamento, con un’unica organizzazione territoriale, con le istituzioni che hanno tutti gli stati, quelli laici, civili, in cui vige il pieno rispetto della parità di diritti e delle caratteristiche etniche e religiose. Oggi non è così. Oggi la Bosnia, di fatto, esiste solo perché non osa andare a pezzi, come ha brillantemente spiegato il professor Nerzuk Ćurak, docente della facoltà di Scienze Politiche di Sarajevo. In Bosnia Erzegovina il cittadino che si dichiara bosniaco ed erzegovese viene censito tra gli “altri”. I bosgnacchi, serbi e croati sono i cosiddetti popoli costituenti. I bosniaco erzegovesi non hanno neanche propri candidati sulle liste, né per i presidenti né per il parlamento.

Proprio perché sono bosniaci ed erzegovesi. La Corte europea di Strasburgo ha disposto sei anni fa di correggere quest’anomalia, e non se n’è fatto nulla. Questa non è una vergogna per le oligarchie bosniache, loro non lo vogliono per motivi d’interesse. E’ una vergogna per l’UE e per la Corte di Strasburgo, ma illustra anche quale è il vero atteggiamento nei confronti dei cittadini bosniaci.

Una casa vuota

Che cos’è allora che si “celebra” oggi? E perché, se non si vuole parlare di queste cose? E di regola non se ne parla, perché la Bosnia odierna è nata dal “processo di pace” iniziato a Srebrenica. Non c’è da meravigliarsi, allora, se cinque mesi fa, alla conferenza su Srebrenica all’Aja, venne invitato anche uno dei sopravvissuti testimoni del genocidio, all’epoca interprete nella base militare dell’Onu. Nel massacro gli hanno ucciso il padre, la madre e il fratello minore. Poi, alla vigilia della conferenza, l’invito fu annullato. La motivazione era che la sua presenza avrebbe messo a disagio gli altri partecipanti, i quali, tutti quanti, hanno avuto un importante ruolo, civile e militare, negli avvenimenti di Srebrenica. Questo, però, oggi non fa sentire a disagio nessuno.

Oggi questo si chiama realpolitik. Decine e centinaia di migliaia di morti, paesi, società e storie distrutti, nulla ha importanza. Personalmente credo che i valori europei, per non parlare di quelli americani, da molto tempo non sono più, in primo luogo, quelli democratici. La dignità, la giustizia e la libertà sono morte. La democrazia e il nuovo capitalismo imperialista da molto tempo non implicano l’un l’altro. La volontà degli elettori e dei cittadini non ha più importanza. Importante è la volontà delle banche e delle corporazioni ed i loro interessi.

L’accordo di Dayton, in sostanza, è un episodio che oggi viene offerto come un modello di successo in giro per il mondo, in situazioni simili di Stati e società devastate come vent’anni fa in Jugoslavia e poi anche in Bosnia. I confini diventano di nuovo il valore più grande. La nuova generazione ha perduto la propria casa, quella che era all’insegna della libertà di movimento, della concorrenza di veri valori civili, europei. Dayton non abita quella casa. Perciò non c’è nulla da celebrare. C’è da preoccuparsi, e non poco.