PERIFERIE DELLA CURA
Confronto tra pratiche e teorie di cura dei migranti forzati.
Giornata di studi dedicata a Federico Corallini
Si è tenuto venerdì 16 dicembre 2016 a Brescia il convegno Periferie della cura, promosso da tanti soggetti che si occupano di accoglienza e dedicato a Federico Corallini, che lo scorso anno ci ha lasciati: “con lui è nata l’idea del convegno, lui che è stato un libero pensatore e un protagonista colto dell’azione dell’accoglienza”, ha ricordato in apertura Marco Zanetta, della cooperativa K-pax. La mattinata si è aperta con il saluto delle autorità di Provincia e Comune di Brescia che hanno dato il patrocinio, ed è proseguita dapprima con un taglio teorico di inquadramento della disciplina, poi con il racconto delle pratiche di lavoro nei territori, assieme a rappresentanti di realtà sanitarie, associazioni di psicologici e cooperative. Parte operativa ripresa nel pomeriggio con alcuni esempi di progetti di accoglienza e con la tavola rotonda finale tra relatori e pubblico.

Molti gli argomenti veramente interessanti, quindi, nell’impossibilità di un riassunto esaustivo, proponiamo alcuni spunti di riflessione profondi e da tener presente nelle pratiche dell’agire quotidiano di chi fa accoglienza ma in generale di tutti.
– L’oggetto di studio del convegno è stata l’etnopsichiatria, ovvero il prendersi cura delle persone anche in considerazione dei contesti di provenienza e di accoglienza, delle loro appartenenze e dei loro vincoli socio-culturali, dal momento che tutti noi siamo costruiti nella cultura in cui siamo nati. E’ quindi necessario incontrarci con l’irriducibile alterità dell’altro con uno sguardo meticciato antropo-culturale.
– E’ in gioco la cura dell’anima attraverso strumenti molto difficili da maneggiare. La persona che ha bisogno di aiuto si muove all’interno della sua cultura, che la costruisce e che costruisce a sua volta in modo attivo; si tratta della possibilità che ha un essere umano di pensarsi, di dare un senso alla sua esistenza. Gli etnopsicologi e gli etnopsichiatri quindi devono pensare alla persona nella sua comunità di appartenenza, spesso lacerata ma che comunque è presente: occorre guardare la persona che si vuole curare con uno sguardo professionale e culturalmente sensibile, offrendo un lavoro transdiciplinare.

-Attenzione a non operare slittamenti automatici da sofferenza a malattia: parlare sempre di vulnerabilità e chiedersi come accogliere le richieste senza patologizzarle né destoricizzarle. Considerare la persona come esperta della sua storia e non come paziente, come contestualmente vulnerabile, così come lo sono anche gli operatori.
-Dare spazio alle esperienze soggettive dei protagonisti attraverso il loro modo di narrare, evitando di inscatolare le differenti vite in un triangolo in cui persecutori, vittime e salvatori rischiano di recitare a turno parti invariabili e prestabilite. Siamo fatti di storie e le storie che ammalano possono essere trasformate, nel corso di un’interazione significativa, in storie che curano. Il disagio psichico è interpretabile come una narrativa negativa di sé che contiene nella espressione stessa dei sintomi tutti gli elementi per una nuova co-narrazione che porti al superamento del disagio stesso.
-Quella del rifugiato non rappresenta in sé una condizione patologica, lo può diventare se le difficoltà sul territorio si dimostrano più dure da affrontare delle possibilità del profugo di gestirle. L’idea è che l’assistenza diventi essa stessa terapeutica

