­Combattere la disinformazione è il primo passo verso la comprensione di questioni complesse. La giornata di mercoledì 9 marzo è stata emblematica in tal senso, visto che presso il centro Paolo VI a Brescia è stato presentato e diffuso il Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia nel 2016 (link qui)
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Ad introdurre l’incontro moderato da Antonio Trebeschi (Sindaco di Collebeato e coordinamento degli Sprar bresciani) è stato il prefetto Valerio Valenti che ha ribadito l’impegno personale nell’attività di mediazione con gli amministratori locali al fine di renderli consapevoli dei vantaggi derivanti dal passaggio dal modello di accoglienza “straordinaria” a quella ordinaria basata sullo SPRAR.
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Dopo aver sottolineato la necessità – espressa nell’ultimo incontro dei prefetti a Milano – di attivare un coordinamento regionale che funga da sportello di informazione per i sindaci e gli amministratori locali interessati, è stato il turno di Marco Fenaroli. L’assessore del Comune di Brescia ha ricordato quanto sia difficile oggi fare buona accoglienza dovendo fare i conti con l’erosione dei fondi destinati alle politiche sociali e la montante politica dell’ostilità. “Dove ci porta la visione di Orban? Sono ormai in gioco i fondamentali della nostra società. Noi dobbiamo dare il nostro meglio come amministratori locali, vigilando e facendo rispettare le regole di ogni bando. Allo stesso tempo vanno però moltiplicate le occasioni di discussione pubblica, perché coinvolgere la popolazione nella lettura critica di ciò che stiamo facendo diventa fondamentale.”
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L’intervento di Maria Silvia Olivieri (responsabile settore programmazione, comunicazione, sviluppo editoriale del Servizio Centrale SPRAR), ha fatto chiarezza su alcuni punti legati all’accoglienza e alla sua sostenibilità per gli enti locali.
“Quello contenuto nel decreto del Ministero dell’Interno per accedere al Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo è un capitolo di spesa del bilancio dello stato a se stante che finanzia il 95% degli interventi di accoglienza a fronte di un 5% in carico ai comuni che aderiscono. Non solo quindi non si prevede un aggravio di spesa, ma le risorse dello SPRAR vanno a rinforzare le casse comunali. Non si tratta dunque di un welfare parallelo ed esclusivo per i richiedenti asilo ed i titolari di protezione beneficiari di questi progetti, ma di un arricchimento del welfare esistente locale altrimenti in difficoltà dai tagli degli ultimi anni.” Sempre Olivieri, ha poi commentato positivamente le novità del nuovo decreto che liberano lo SPRAR dal vincolo della progettazione, e gettano le basi per una sistematizzazione che permetterà agli enti partecipanti al termine del triennio di dare continuità alla loro azione attraverso una domanda di prosecuzione in luogo di una nuova progettazione da zero.”
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Agostino Zanotti (direttore di ADL a Zavidovici) e Marco Zanetta (direttore cooperativa K-Pax) hanno riassunto alcune tappe e dati fondamentali dello Sprar dall’inizio ad oggi. Alcuni passaggi del loro intervento:
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“La provincia di Brescia è costituita da 250 comuni, 1.250.000 abitanti. Questi numeri comportano la necessità di organizzarsi in ambiti territoriali.
Il sistema di accoglienza nasce nel 2004 con i primi progetti a Brescia e a Breno con 20 posti a testa. Il Comune di Brescia dopo esserne uscito è rientrato nello Sprar nel 2014, quando i progetti erano ancora due, con 20 posti su Breno e 20 a Cellatica (comuni capofila)
Il 2011 è l’anno chiave: la Protezione Civile si era di fatto sostituita alla Regione nella gestione della cd Emergenza Nord Africa, e aveva individuato alcune strutture nel comune di Monte Campione dove, nel giugno del 2011 furono inseriti 116 richiedenti asilo.
Da qui ha avuto origine il lavoro sul territorio che ha portato ai progetti di micro accoglienza diffusa e all’attività di concertazione sul territorio per cui prefettura, comuni e allora anche il soggetto attuatore per l’Emergenza Nord Africa si sono messi in campo formalizzando un primo accordo nel settembre di quell’anno tra la Comunità Montana e una dozzina di comuni della Valcamonica. I richiedenti asilo sarebbero stati trasferiti per poi essere distribuiti non solo nella Valle ma anche nel resto della provincia di Brescia, avviando il primo coordinamento con la prefettura di Brescia (non coinvolta direttamente durante l’Emergenza Nord Africa se non nel finale).
Sono stati creati due strumenti fondamentali: il Forum Terzo Settore (costituito dagli enti attuatori sia dei progetti Sprar sia dei progetti Emergenza Nord Africa) e il Tavolo Asilo Provinciale del Forum del Terzo Settore di Brescia. Questo lavoro ha portato nel 2012 ad allargare il sistema di accoglienza in provincia di BS coinvolgendo 24 comuni che hanno accolto le persone che erano state inserite in Valcamonica.
Nel 2013 cinque di questi comuni hanno poi aderito ai progetti Sprar di Breno e di Cellatica, trasformando le strutture di Emergenza Nordafrica in progetti Sprar.
Nel 2014 si è registrato un ulteriore ampliamento Sprar: è rientrato il comune di Brescia con Collebeato e Flero, hanno aderito Azzano e altri comuni.
Nel luglio dello stesso anno spicca il primo accordo a livello nazionale sull’accoglienza: l’accordo Ministero-Regioni-Unione Provincie-Anci che ha definito poi la famosa obbligatorietà dell’accoglienza in base alle popolazioni a livello regionale e poi provinciale. Era prevista la costituzione dei tavoli di coordinamento regionale che non sono stati formalmente istituiti, ma sono poi stati realizzati attraverso gli incontri dei prefetti e dei sindaci per la ripartizione delle quote. In questo senso la politica della Regione non ha aiutato.
Nel marzo del 2015, è stato siglato l’accordo tra Provincia di Brescia, Associazione Comuni Bresciani, Comunità Montana Valcamonica, Forum Terzo Settore e 45 comuni bresciani che hanno accettato l’idea fidandosi del modello già attuato a Monte Campione.
Nell’aprile del 2016 è stato formalizzato un importante accordo tra la Prefettura e la Comunità Montana in Valcamonica che ha fissato con la condivisione di 30 comuni le quote di accoglienza per questo territorio scegliendo percorsi di micro accoglienza diffusa. I comuni in questione non sono stati più inseriti nei bandi. Si è trattata di un’esperienza importante per gestire direttamente il fenomeno.
È infine dello scorso luglio il decreto bando Sprar, con un ulteriore incremento con 7 nuovi progetti. Attualmente la rete provinciale dei progetti Sprar coinvolge 29 comuni, 11 progetti Sprar dei comuni con 280 posti.
Ad oggi i comuni coinvolti sono 107 (più del 50%). 78 comuni con accoglienza CAS e 28 comuni con accoglienza Sprar”
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I dati accorpati dal 2014 al 2016 nello Sprar Brescia, Breno e Cellatica dimostrano la continuità delle attività in questi anni. I progetti hanno visto la presenza di alcuni enti gestori: ADL a Zaviovici, K-Pax, Cooperativa Tempo Libero, Associazione Il Mosaico.
Una caratteristica fondamentale di questi progetti è il turn-over. Pur essendo percorsi con un determinato numero di posti, all’interno di ciascuno Sprar ruotano diverse persone, sia per il fatto che i beneficiari titolari di protezione possono rimanere in questo progetto per soli 6 mesi, sia per il fatto che nello Sprar si cerca di lavorare fin dall’inizio sul raggiungimento dell’autonomia.
I dati sui paesi di provenienza ricalcano in gran parte quelli relativi agli arrivi su scala nazionale e vedono in testa Nigeria, Mali, Pakistan e Gambia.
Il dato locale sull’età vede come preponderante la fascia 18-25 anni, minoritaria quella dai 40 anni in su.
In termini di titolo, i rifugiati che entrano nei progetti Sprar sono in maggioranza in possesso di una protezione umanitaria, seguita da quella sussidiaria.
Il progetto si basa sull’orientamento all’autonomia. Parte dall’accoglienza micro in appartamento, con un massimo di 4/5 beneficiari e vede nel rapporto con l’operatore di riferimento uno strumento efficace, nonostante alcuni limiti presenti nel dispositivo dell’asilo.
Sono stati attivati 214 tirocini formativi, nessun beneficiario è rimasto a carico dei servizi del territorio.
Il dialogo con la comunità è fondamentale. Lo è il lavoro di questi anni nelle scuole, gli eventi organizzati in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno, i concerti, i seminari tematici, le giornate di formazione e trasmissioni come Glab Radio, creata da due operatori della Cooperativa Tempo Libero e Il Mosaico, che permettono di dare voce ai beneficiari, ma anche agli operatori stessi.
Lo Sprar reinserisce nello spazio pubblico la soggettività e la visualità politica di queste persone. Ne consegue un faticoso lavoro di continua implementazione e di contrasto a quel pensiero reattivo che avvelena il processo di integrazione alimentando falsa informazione e attingendo a soluzioni politiche già tragicamente giudicate dalla storia.
Alla luce di ciò, il legame sociale viene rafforzato in molteplici modi: mediazioni in condominio, riunioni di quartieri, partecipazione alle consulte. Agire nei contesti locali è quindi necessario per valorizzare la posizione dei beneficiari all’interno delle rispettive reti locali.”
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Chiara Marchetti (CIAC Onlus e docente di Sociologia dei processi culturali presso il Dipartimento di Scienze della mediazione linguistica e di studi interculturali dell’Università degli Studi di Milano) ha riassunto ed interpretato la nascita dello SPRAR in Italia sottolineando la bontà intrinseca di un sistema che, diversamente dai rispettivi modelli presenti negli altri stati europei, ha saputo mettere al centro dell’attenzione l’accoglienza integrata e diffusa. Nello stesso intervento, anche una lettura critica della tendenza all’accoglienza straordinaria e l’assenza di una continuità di percorso tra richiedenti asilo e titolari di protezione.
“Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati è stato una grande intuizione. Disporre di un sistema che mette al centro proprio questa duplice anima è una grande rarità in Europa. In Italia questa intuizione è stata meritoriamente precoce, nonostante le dimensioni, in termini di numeri e durata, siano sempre rimaste gravemente sottodimensionate rispetto al bisogno effettivo.
Nel sistema italiano hanno sempre convissuto – anche se con un’estrema varietà di definizioni ed evoluzioni – due anime. Da un lato l’idea che ci possa essere un sistema integrato di accoglienza che comprende richiedenti asilo e rifugiati sulla base di piccoli numeri e servizi qualificati (rapporto beneficiari operatori, radicamento comuni e territori, la presenza fisica nel tessuto urbano).
A fianco di questa visione non si può negare che sia sempre stata presente la tentazione “concentrazionaria”. Ovvero disporre di grandi centri collettivi perlopiù isolati in luoghi assolutamente inidonei ad una accoglienza qualificata (es. i CARA poi evoluti con altri nomi). Aldilà del fatto che le persone avessero la libertà di uscire o meno da questi centri, la logica di fondo era diversa: mettere a disposizione gli stessi servizi dello Sprar, ma tutti in un unico luogo isolato dalla cittadinanza.
Il radicamento nel territorio è fondamentale per una buona integrazione, ed un progetto di accoglienza che prevede – nelle primissime fasi – la possibilità di imparare l’italiano, conoscere i vicini, disporre di un medico di base, essere iscritto all’anagrafe, pone in evidenza un percorso di cittadinanza attivo che tutela il beneficiario stesso da uno progressivo schiacciamento verso forme di marginalità. Nei Centri di Accoglienza Straordinaria, pur nel miglior scenario possibile, questo coinvolgimento del territorio e degli enti locali viene a mancare.”
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Alberto Mossino (Direttore PIAM Onlus) Ha infine presentato l’evoluzione dei 2 progetti di accoglienza SPRAR attivati sul territorio di Asti. Una grande casa padronale, abbandonata da anni, è stata completamente ristrutturata. Sono stati organizzati eventi ricreativi e spettacoli teatrali che hanno permesso alla cittadinanza di riabbracciare un luogo ormai cancellato dalla memoria. In un’altra struttura l’agricoltura e la cura del terreno si sono rivelate attività chiave per il percorso verso l’autonomia. Infine, nello SPRAR che ha coinvolto altri 5 comuni astigiani e una popolazione complessiva di 2500 abitanti, gli stessi sindaci hanno ovviato alle carenze di organico e ai tagli dei contributi regionali attivando dei tirocini. Dopo l’organizzazione di corsi di formazione specifici da parte dell’associazione, i beneficiari hanno formato una squadra di pronto intervento che ha effettuato azioni di manutenzione paesaggistica in una valle lunga 13 km.
Un percorso iniziato nel 2011 che, grazie a queste brillanti intuizioni, ha progressivamente ridimensionato il numero degli scettici che in origine raccolsero firme per dire no all’accoglienza. “Quella buona” ha concluso Mossino “deve essere lodata, quella cattiva che sottrae risorse, distrugge il tessuto di coesione sociale e rovina il futuro di tutti deve essere oggetto di denuncia sociale”
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