Sono trascorsi oltre due anni dalla scomparsa e dall’uccisione di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano il cui corpo senza vita venne ritrovato alla periferia del Cairo il 3 febbraio 2016.

A che punto siamo con le indagini (da https://www.amnesty.it/2annisenzagiulio/)
Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni veniva sequestrato, trasferito in uno o più centri di detenzione senza poter avere contatti col mondo esterno, per essere poi sottoposto nei giorni successivi a feroci torture e assassinato.

Da subito chi in Egitto e in Italia conosce bene il sistema di violazioni dei diritti umani nel paese nordafricano ha parlato di “delitto di stato”, dell’ennesima tragica sequenza sparizione-tortura-uccisione che aveva riguardato stavolta non una delle centinaia e centinaia di cittadini egiziani bensì un cittadino italiano.
Come è noto, le autorità egiziane hanno scelto la tattica del depistaggio, della perdita di tempo, delle promesse non mantenute; si pensi che solo nel dicembre 2017 l’avvocata della famiglia Regeni è riuscita a farsi dare dei documenti dalla procura locale solo recandosi direttamente al Cairo mentre rimangono ancora indisponibili le immagini riprese il 25 gennaio 2016 dalle telecamere a circuito chiuso installate nella zona in cui Giulio Regeni scomparve.
Nonostante questo comportamento assai poco collaborativo, lo scorso settembre l’Italia ha deciso di far tornare alla piena operatività l’ambasciata al Cairo. Amnesty International ha giudicato prematura tale decisione, rammaricandosi per il fatto che non fossero state adottate ulteriori misure di pressione politica e diplomatica che potessero dare sostegno al lavoro investigativo della Procura di Roma e al coraggio dei legali italiani ed egiziani della famiglia Regeni.
All’inizio del 2018 la Procura di Roma ha proceduto all’interrogatorio di Maha Abdelrahman, tutor di Giulio Regeni presso l’università di Cambridge. Amnesty International ha sempre sostenuto che la verità dovesse essere cercata a tutto tondo e apprezza ogni azione investigativa che aiuti a comprendere il contesto nel quale è maturato l’omicidio di Giulio Regeni. Ma eventuali responsabilità di natura morale o civile di altri soggetti non dovrebbero mai essere confuse né equiparate con le responsabilità penali di chi ha compiuto in Egitto quell’omicidio.
Aggiornamenti (da https://www.amnesty.it/giulio-regeni-ultime-notizie-aggiornate/)

18 dicembre 2018 – Un tribunale del Cairo ha disposto il rilascio con la condizionale di Amal Fahty, moglie del direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà. Fathy continua a essere indagata per le inesistenti accuse di terrorismo e diffusione di notizie false. Il 30 dicembre vi sarà il processo d’appello contro la condanna a due anni per aver diffuso un video in cui accusava il governo egiziano di non difendere le donne dalle molestie sessuali.
14 dicembre 2018 – Quando manca poco più di un mese al terzo anniversario della scomparsa di Giulio e dopo 15 mesi dal rientro dell’ambasciatore al Cairo, registriamo una preoccupante impennata dei voli di rimpatrio forzato verso l’Egitto.
Impennata segnalata dal Garante per i diritti delle persone detenute o private della libertà personale Mauro Palma: “Proprio nel momento in cui, dopo la conferma della mancata collaborazione delle autorità egiziane nelle indagini sui responsabili della tortura e dell’assassinio di Giulio Regeni, forme di cooperazione istituzionali con l’Egitto vengono sospese, si ha la sensazione che, viceversa, la collaborazione fra i due paesi in tema di rimpatri forzati sia entrata in una fase di rilancio”.
13 dicembre 2018 – In occasione della riunione del Consiglio di Associazione UE-Egitto prevista per il 20 dicembre 2018, il Parlamento europeo ha esortato l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini e gli Stati membri a mantenere una posizione unitaria in materia di diritti umani e ad adottare sanzioni se il governo del Cairo continuerà a violare i diritti fondamentali.
Inoltre i deputati hanno sottolineato che l’Egitto ha nuovamente respinto la richiesta della procura italiana di identificare gli agenti coinvolti nella scomparsa e nella morte di Giulio Regeni.
Il Parlamento ha esortato inoltre gli Stati membri a porre fine all’export verso l’Egitto di tecnologie di sorveglianza che possono facilitare gli attacchi informatici contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti, anche tramite i social media.
Nella risoluzione si legge anche: “Si ricorda alle autorità egiziane la loro responsabilità per la sicurezza dei membri italiani ed egiziani del team legale che sta investigando sul caso di Giulio Regeni”.
28 novembre 2018 – La Procura di Roma ha deciso di formalizzare l’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni dei nove soggetti, tra poliziotti egiziani e agenti del servizio segreto civile, ritenuti coinvolti nell’omicidio di Giulio Regeni.
Su parte dei nomi inclusi nella lista di sospettati, consegnata dai magistrati italiani a quelli egiziani nel dicembre 2017, ora la procura di Roma indagherà per proprio conto.
Secondo gli investigatori di Ros e Sco, gli indagati hanno avuto un ruolo nel sequestro del 28enne ricercatore di origine friulana e nelle attività di depistaggio che hanno fatto seguito al ritrovamento del cadavere.
I pm hanno quindi comunicato che l’iscrizione dei nomi degli indagati “costituisce un passaggio obbligato per il nostro ordinamento processuale, step che la legislazione locale non contempla”.
Una mossa necessaria e, si spera, efficace. Che – per quanto venga definita obbligatoria e inevitabile ai sensi dell’ordinamento giuridico italiano – intanto mette le autorità egiziane di fronte a una stretta: collaborare davvero, mettendo a disposizione della procura di Roma gli indagati, o rifiutare. La tattica della perdita di tempo non potrà più funzionare“, afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia.
17 settembre 2018 – Il presidente della Camera Roberto Fico è volato al Cairo e ha incontrato il presidente egiziano Al-Sisi. Come da lui stesso spiegato sulla sua pagina Facebook, l’incontro ha riguardato esclusivamente l’avanzamento delle indagini su Giulio Regeni.

Ho ricordo al presidente che Giulio è un nostro ricercatore, che è stato sequestrato, torturato per 7 giorni, e ucciso. Gli ho detto che di certo non è stato torturato da cittadini comuni, c’è stata una sofisticazione delle torture che non appartiene a cittadini comuni“.

Dopo due anni e mezzo e più, non c’è ancora un processo in corso, solo delle indagini, dobbiamo arrivare a un processo che sarà senza dubbio complicato, ma dobbiamo fare un passo in avanti. Senza questo passo in avanti, e l’ho detto anche al presidente del parlamento egiziano, i rapporti tra i parlamenti sono molto complicati”.

Il presidente della Camera ha fatto richiesta per un processo serio e immediato: “Se nn riusciamo a fare passi avanti seri e sostanziali in un processo che porti a una verità definitiva per prendere gli uccisori di Giulio Regeni, ma anche tutto il sistema che si muoveva dietro gli esecutori materiali, i rapporti saranno sempre complicati, tesi, poco sereni”.

13 settembre 2018 – Alla vigilia dell’ anniversario del ripristino di normali relazioni diplomatiche tra Italia ed Egitto attraverso il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, chiedendo quali passi avanti, negli ultimi 12 mesi, siano stati chiesti e ottenuti per conoscere la verità sul sequestro, la sparizione, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni.

Dobbiamo constatare che a un anno di distanza, purtroppo, le indagini non hanno visto nessuno sviluppo significativo. Il materiale messo a disposizione – con grave ritardo – da parte della procura del Cairo alla procura di Roma non ha infatti consentito di identificare alcun elemento utile alle indagini, con la conseguenza che dopo due anni e mezzo non è stato compiuto nessun progresso”, si legge nella lettera.
Rufini ha sottolineato come, da parte del governo italiano, vi sia “un dovere politico e istituzionale, non solo per la memoria di Giulio e per la sua famiglia, ma anche e soprattutto in virtù dei principi di libertà e giustizia su cui si fonda la nostra democrazia, di arrivare alla ricostruzione della verità”.
12 settembre 2018 – Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, è stato ricevuto alla Camera dei deputati anche in rappresentanza di A buon dirittoGiulio Siamo Noi e Articolo 21, dal presidente Roberto Fico al quale ha rivolto l’auspicio che l’imminente visita in Egitto possa essere un’importante occasione per parlare di violazioni dei diritti umani.
Le tre organizzazioni e il collettivo Giulio Siamo Noi hanno promosso un presidio di fronte alla Camera per manifestare la preoccupazione per l’attivista e prigioniera di coscienza egiziana Amal Fathy, arrestata l’11 maggio al Cairo e alla quale sono stati imposti ulteriori 15 giorni di detenzione preventiva.
29 agosto 2018 – Il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi di Maio è giunto al Cairo nella serata del 28 agosto, per la sua visita ufficiale in Egitto, durante la quale ha incontrato anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
La normalizzazione dei rapporti tra l’Italia e l’Egitto “non può che passare per la verità su Giulio Regeni”, ha sottolineato il vicepremier dopo l’incontro con Al Sisi.
Di Maio ha auspicato “una svolta entro l’anno” nel caso del ricercatore italiano ucciso. “La verità su Giulio Regeni va accertata il prima possibile”, ha insistito il ministro che ha riferito: “il presidente al-Sisi mi ha detto ‘Giulio Regeni è uno di noi”.
“Avrebbero potuto dirla, quella frase, i sopravvissuti alle sparizioni forzate e alla tortura, i ‘Giulio’ e le ‘Giulia’ d’Egitto. Avrebbero potuto dirla madri, padri, mariti, mogli, sorelle, fratelli, amiche e amici di chi alle sparizioni forzate e alla tortura non è sopravvissuto”, afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty.
“Quelle parole sono state offensive e inaccettabili. Ma a furia di blandirlo, omaggiarlo e riverirlo da parte di tre governi italiani consecutivi, il presidente al-Sisi ha potuto pronunciarle”.
28 agosto 2018 – Si è tenuta la nuova udienza nel processo n° 621 di procedimenti di sicurezza dello stato che vede coinvolta Amal Fathy, per la quale è stato decido un rinnovo della detenzione di altri 15 giorni.
8 agosto 2018 – Amnesty International ha condannato come uno scioccante caso di ingiustizia il rinvio a processo di Amal Fathy, l’attivista egiziana arrestata per aver condiviso online un video di denuncia sulle molestie sessuali.

Amal Fathy ha mostrato il coraggio parlando della sua esperienza di molestie sessuali e per questo dovrebbe essere lodata, non sottoposta a processo”, ha detto Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del nord di Amnesty International.

La prima udienza per Amal Fathy è fissata per l’11 agosto, di fronte al tribunale per i reati minori di Maadi, al Cairo. Non è ancora chiaro di cosa sia accusata. Durante le indagini preliminari, era indagata per “pubblicazione di un video in cui incitava a rovesciare il regime”, “diffusione di voci false che mettono in pericolo la sicurezza dello stato” e “uso abusivo di internet”. Le autorità egiziane da tempo usano queste accuse contro le voci critiche e i giornalisti nel tentativo di ridurli al silenzio.

Sebbene sia stato disposto il rilascio su cauzione, il 21 giugno, attualmente è in detenzione preventiva per un altro caso, in cui deve rispondere di “appartenenza a un gruppo terroristico”, “diffusione di idee che incitano ad atti terroristici” e “pubblicazione di notizie false”. Qui un approfondimento sul caso.

30 luglio 2018 – Da venerdì 11 maggio, Amal Fathy è detenuta nel carcere di massima sicurezza Torah, in Egitto. Il tribunale del Cairo ha stabilito che la donna e Haytham Mohamadein dovranno scontare altri 15 giorni di carcere.
18 luglio 2018 – Il ministro dell’Interno e vice premier Matteo Salvini, che in precedenza aveva definito una “questione familiare” la richiesta di verità per Giulio Regeni, ha incontrato al Cairo il presidente egiziano al-Sisi e il ministro dell’Interno Ghaffar, e nell’occasione, peraltro prodigo di ringraziamenti per la “collaborazione” delle autorità del Cairo, ha chiesto di fare piena luce sull’omicidio del ricercatore italiano. L’incontro ha riguardato, secondo il Viminale, “il rafforzamento delle iniziative in tema di sicurezza, contrasto all’immigrazione clandestina e al terrorismo”.
15 luglio 2018 – Si è tenuta la nuova udienza nel processo n° 621 di procedimenti di sicurezza dello stato che vede coinvolta Amal Fathy, per la quale è stato decido un rinnovo della detenzione di altri 15 giorni.
Lo stato di salute della donna resta preoccupante: Amal lamenta insensibilità all’arto inferiore sinistro ed è incapace di camminare senza aiuto.
È stata visitata da un medico che però non le ha prescritto medicine, tranne uno stabilizzatore dell’umore e vitamine B12.
Il 19 giugno, un giudice del tribunale di Maadi, nel governatorato del Cairo, aveva stabilito che Amal sarebbe stata liberata dietro il pagamento di una cauzione di 10mila sterline egiziane, pari a quasi 485 euro.
13 luglio 2018 – Il premier Giuseppe Conte ha incontrato Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori di Giulio Regeni.
Al termine dell’incontro, il presidente del Consiglio ha diramato una nota: “Oggi ho voluto incontrare i genitori di Giulio Regeni, dei quali comprendo il grande dolore, affinché non si sentano soli e abbandonati dalle istituzioni italiane”.
Prima di questo incontro ho acquisito dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone un aggiornamento sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta”, continua la nota del premier.
Ho sentito anche il nostro ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini, per avere ulteriori informazioni. Ammiro la perseveranza, la compostezza e il coraggio con cui questi due genitori, da due anni e mezzo, stanno combattendo per la verità e la giustizia. A Paola Deffendi e Claudio Regeni ho assicurato che questo governo è al loro fianco in questa battaglia e che farà tutto ciò che è necessario per giungere alla verità”, ha assicurato Conte.

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