No Man’s Land – La nuova rotta balcanica in Bonsia Erzegovina
In avvicinamento all’incontro pubblico di sabato 8 giugno 2019 a Brescia, il reportage con la situazione al mese di maggio.
Aggiornamenti: tra respingimenti e analisi locali e internazionali – Maggio 2019
William Bonapace e Maria Perino
Parte I – Il reportage di Febbraio
Parte II – il reportage di Aprile
Con l’arrivo della primavera si riacutizza l’emergenza sulle condizioni di vita dei richiedenti asilo in Bosnia Erzegovina, molti dei quali si accampano intorno ai centri di accoglienza nella prospettiva di muoversi verso il confine o che, tentato il passaggio, non sono riammessi nei centri di raccolta. A questo proposito, a fine maggio, Indira Kulenovic e Rajko Lazic, principali responsabili della Federazione Internazionale della Croce Rossa di Bosnia (IFRC), hanno rilanciato l’allarme sulla drammatica realtà. “ La situazione ha raggiunto un punto critico; quella attuale è una crisi umanitaria” hanno dichiarato. “C’è gente che dorme nei parchi, nei parcheggi, lungo i sentieri, all’interno di edifici pericolanti. Poche settimane fa tre migranti che cercavano riparo in un palazzo abbandonato sono morti a causa di un incendio dovuto a una candela che usavano per l’illuminazione. Pochi giorni dopo, un altro richiedente asilo è precipitato dal tetto di un edificio in cui aveva trovato riparato. Anche lo stress psicologico tra i migranti è molto alto, infatti la settimana scorsa un uomo si è dato fuoco per disperazione”.
A sua volta il 15 maggio la Ministra della salute della Bosnia, Nermina Cemalović, ha dichiarato che a causa del sovraffollamento nei centri di accoglienza si è riscontrato tra i migranti un incremento delle malattie infettive. Nella sola città di Bihać, ha concluso, i casi di scabbia sono 800, mentre si teme una epidemia di morbillo. (https://www.infomigrants.net/en/post/17218/migrants-dying-in-bosnia-red-cross)
Bihać, maggio 2019, Foto: IFRC
Bihać, maggio 2019, Foto: IFRC
A conferma della gravità della situazione e dell’eccessivo sovraffollamento nei centri di raccolta è il drammatico incendio divampato nella notte tra il 31 maggio e l’1 giugno a Velika Kladuša, una delle città simbolo della nuova rotta balcanica adagiata a ridosso del confine con la Croazia.  Forse a causa del freddo e della pioggia battente di quei giorni, una bombola di gas utilizzata dai profughi ha preso fuoco avvolgendo tra le fiamme l’edifico dell’ex fabbrica Miral, trasformato in campo di accoglienza sotto la gestione dell’IOM. Grazie all’intervento dei vigili del fuoco si è evitata una tragedia. Risultano comunque 32 feriti gravi e una porzione significativa della struttura inagibile con l’effetto di accentuare il disagio collettivo – circa un centinaio di profughi sono rimasti senza una sistemazione – e le difficoltà di relazione con i locali.

Il Campo di Miral in una foto scattata dai residenti siriani.

Sono continuati i respingimenti collettivi della polizia croata e slovena (https://www.borderviolence.eu/slovenian-activists-just-published-their-report-on-illegal-practice-of-collective-expulsion-on-slovene-croatian-border/). Quest’ultima inoltre ha intensificato e sistematizzato la negazione della procedura di richiesta di asilo che comporta come immediata conseguenza la riammissione in Croazia – grazie a un accordo tra i due stati che risale al 2006 – e la successiva espulsione verso la Bosnia Erzegovina. Le autorità slovene hanno dichiarato che tra l’1gennaio e il 30 aprile 2019 sono stati bloccati 2.585 migranti, 1.185 in più rispetto all’anno precedente nello stesso periodo, e che 1.503 di questi sono stati rinviati in Croazia. Da aprile, anche la polizia bosniaca a Trebinje in Republika Srpska, al confine col Montenegro ha adottato comportamenti simili, secondo il rapporto circostanziato di BorderViolence
(https://www.borderviolence.eu/violence-reports/april-12-2019-1600-trebinje-montenegro/).“No English, no asylum, Bosnia full”, si sentivano dire i migranti, e poco distante da Trebinje negli stessi giorni 11 persone ( 6 adulti e 5 bambini) venivano recluse in gabbie larghe 2 metri e lunghe 2 metri, come documentato in un video che è circolato nel web  (https://kosovotwopointzero.com/en/since-when-is-keeping-migrants-in-cages-eu-standards/). “La Bosnia sta usando i parametri ungheresi? Ma ai cittadini bosniaci tutto ciò non interessa”, se non, come vedremo, in quanto questione di sicurezza e oggetto di paura crescente nell’opinione pubblica e nei media.
Nel frattempo continua l’arrivo di nuovi migranti nei diversi paesi della regione. In Serbia, secondo Rados Djurovic, direttore esecutivo dell’”Asylum Protection Center” di Belgrado ogni giorno giungono tra gli 80 ai 100 nuovi migranti, in gran parte provenienti dalla Macedonia ma di nazionalità medio orientale e centro asiatica che tentano di giungere in Croazia o in Bosnia. Dall’inizio del 2019 le autorità serbe hanno inoltre bloccato oltre 600 migranti (40 solo nel mese di maggio) che hanno tentato di attraversare il confine verso nord nascosti nei camion o in diversi rimorchi.
In Grecia continuano gli sbarchi. La Guardia Costiera ellenica ha dichiarato che tra il 26 e il 28 maggio sono stati salvati oltre 150 profughi sbarcati in diverse isole del mare Egeo. Altri 83 sono stati ritrovati presso il porto di Alexandroupolis. Nel corso della settimana precedente, Christine Nikolaidou, rappresentante dell’IOM in Grecia, ha dichiarato che vi sono stati almeno 7 salvataggi intorno alle isole di Farmakonisi, Kos, Agathonisi, Lesbos e Samos e 238 profughi portati a riva. A fine maggio il numero degli arrivi nel paese ha quindi raggiunto la cifra di 9.000 migranti in una situazione in cui i centri di raccolta sono da tempo al collasso. Si pensi solo che nel campo di Moria, a Lesbos, il sovraffollamento è pari a 3 volte la capacità di accoglienza della struttura stessa. (https://www.infomigrants.net/en/post/17152/at-least-150-migrants-saved-from-the-aegean)

Militari e poliziotti serbi scortano migranti catturati alla frontiera con la Macedonia.
Foto: Archivio e/epa/Djordje Savic

In questo contesto di continui arrivi e di azioni di contenimento e di rafforzamento delle frontiere esterne all’Unione si colloca l’accordo che l’UE ha siglato nel mese di febbraio con il governo albanese che prevede l’invio di agenti FRONTEX nel paese balcanico per coadiuvare la lotta all’immigrazione clandestina. Con questo accordo, entrato in vigore nel mese di maggio, l’agenzia per il controllo delle frontiere dell’Unione per la prima volta opererà in un territorio esterno all’UE. Il commissario per l’immigrazione della Commissione Europea Dimitris Avramopoulos ha dichiarato martedì 22 del mese scorso che “questo accordo è un passo storico, che avvicina quest’area all’Unione Europea”. (https://www.infomigrants.net/en/post/17025/eu-s-frontex-border-force-deploys-teams-to-albania-to-halt-migrants)
Tirana, 21 maggio 2019. Photo: DW/A.Ruci
Inquietante infine è la situazione in Ungheria dove le condizioni in cui sono tenuti i richiedenti asilo che sono riusciti ad entrare nel paese è a dir poco allarmante, come denunciato da Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa. In una lettera di 37 pagine indirizzata al governo di Budapest inviata a metà maggio, la commissaria solleva la questione denunciata da organismi indipendenti ungheresi sui maltrattamenti nei confronti degli immigrati. Tra questi vengono indicati la carenza alimentare a cui sono costretti i richiedenti asilo (tra cui anche bambini) nei luoghi di detenzione e il costante diniego ad accogliere domande di asilo politico dal momento che le autorità magiare ritenendo la Serbia un paese sicuro respingono oltre frontiera i richiedenti stessi. Il presidente bosniaco del consiglio dei ministri Denis Zvizdic ha annunciato che ulteriori 100 agenti della polizia serbo bosniaca saranno impiegati per il controllo delle frontiere assieme con ulteriori 150 poliziotti provenienti dall’Ungheria e che sono stati concessi al suo paese 2 milioni di euro da parte dell’UE per addestrare la polizia e acquistare equipaggiamento per il controllo delle frontiere
Che cosa sta accadendo a livello politico? Alcuni parlamentari bosniaci a fine aprile hanno incontrato il primo ministro e gli amministratori del Cantone Una Sana, a seguito di una sessione urgente dell’Assemblea sui temi della crisi migratoria durante la quale erano state espresse l’esigenza di conoscenza del fenomeno, di monitoraggio e di alleggerimento delle responsabilità cantonali. Contemporaneamente, il 29 aprile la Commissione europea adottava una misura speciale per supportare la Bosnia Erzegovina nella gestione dei flussi migratori con un ammontare di 13 milioni di euro.  “This new EU action will build on the results of the previous support measures through which the EU has provided €9.7 million to help the country cope with the influx of migrants it has experienced since 2018. This action will be implemented by IOM in cooperation with the UNHCR and UNICEF. EU support will ensure accommodation and food for refugees, asylum seekers and migrants. It will improve protection standards and living conditions as well access to social and health services, including education for school-aged children. The EU funding will also strengthen the capacity of Bosnia and Herzegovina’s authorities in border management, as well as for identification, registration and referral to services for refugees, asylum-seekers and migrants and support for assisted voluntary return”. I soggetti internazionali coinvolti dovranno pertanto utilizzare l’ingente somma per migliorare sia i servizi e gli standard di protezione sia il “border management” e le procedure giuridiche. La Commissione Europea, nello stesso comunicato, riepiloga il sostegno finanziario impegnato nell’area dal 2007: The action is part of a wider EU assistance to the country. Since 2007, the EU has been assisting Bosnia and Herzegovina in the area of asylum, migration and border management for an amount of €24.6 million. Since January 2016, Bosnia and Herzegovina also benefits from the regional programme ‘Support to Protection-Sensitive Migration Management’ worth €8 million.
A fronte di questo impegno viene richiesto alle autorità bosniache un effettivo coordinamento nel gestire la situazione, in particolare dei Temporary Reception Centres, e nell’identificazione di ulteriori soluzioni abitative.
Dopo pochi giorni, il responsabile di IOM in Bosnia Erzegovina, ribadiva in una intervista a BIRN che it is time the country’s state institutions took more responsibility for handling the flow of migrants and refugees crossing the country poiché è evidente che il Pese rimane un paese di transito. “In 2018 that was an emergency, but we now expect them [Bosnia’s officials] to show full responsibility”, concludeva Peter Van der Auweraert.
Nell’intervista emergono altri elementi interessanti: dall’aspettativa degli ingressi per l’anno in corso – registrati con un permesso che permette un soggiorno legale di 15 giorni – di un numero simile al passato, alla precisazione che IOM non è coinvolta nelle deportazioni ma che si occupa soltanto dei ritorni volontari al paese di origine, 420 nel 2018, alla insistenza sulla centralità di alloggi adeguati, centri ufficiali che avrebbero anche la funzione di ridurre la pressione sulle comunità locali.      
Van der Auweraert riconosce tuttavia l’impegno dei ministeri della sanità e dell’istruzione cantonali e la risposta esemplare della popolazione che ha mostrato solidarietà e comprensione e sottolinea che l’intero onere finanziario della “crisi dei migranti” è stato assunto dall’Unione europea, dalla Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, dal fondo religioso del Qatar e dal governo britannico, per un ammontare di 7-8 milioni di dollari nel Cantone UnaSana. Di queste risorse hanno beneficiato direttamente o indirettamente circa 300 cittadini del Cantone che hanno ottenuto un impiego nell’organizzazione – il 97% dei dipendenti IOM in Bosnia Erzegovina è locale – e imprese bosniache di ristrutturazione e di servizi, in generale l’economia locale.
Questo non significa che nell’opinione pubblica e nei media non si stiano imponendo la percezione di insicurezza, senza riscontri fattuali. Il Courrier des Balkans a inizio maggio ha riportato un fatto esemplare: un sito di informazione aveva lanciato la notizia, ripresa da tutti i media bosniaci, di un’aggressione di un minore nei pressi della stazione di Sarajevo da parte di alcuni migranti. La polizia, dopo una breve inchiesta, ha smentito la notizia ma nessun media ha rettificato. Una sequenza ben nota di meccanismi di costruzione del nemico e di crescita dell’odio.
Un interessante articolo di Amir Purić apparso il 15 aprile sulla rivista on line BUKA descrive la crescente preoccupazione per i crimini e per i danni economici prodotti dai migranti. L’articolo analizza le statistiche ufficiali del Ministero degli Interni del Cantone Una-Sana che non conferma che con l’arrivo di migranti sia peggiorata la sicurezza a Bihać e a Velika Kladuša. Ciò che è vero invece, è chela percezione della sicurezza è cambiata. Anche sull’impatto economico, in particolare sul turismo, della crisi dei migranti circolano affermazioni diffuse dai media che dipingono un quadro negativo. Il presidente dell’ente turismo cantonale ha dichiarato, nel novembre 2018, che durante l’anno molte agenzie avevano annullato le prenotazioni per motivi di sicurezza. I lavoratori turistici si sono lamentati del fatto che il numero di turisti provenienti in particolare dai paesi arabi ricchi è diminuito. Tuttavia, dice Amir Purić, non ci sono ancora dati esatti poiché l’ufficio statistico non li ha ancora pubblicati. Ma fa notare che nel 2018 il numero di turisti nel Parco Nazionale Una è aumentato del 15% rispetto all’anno precedente.
Anche i dati relativi al taxfree shopping del fine settimana da Slovenia e Croazia sono indicativi poiché evidenziano che nel corso del 2018 è stato registrato un incremento ai valichi di frontiera del Cantone di Una Sana.
Infine, sottolinea l’autore dell’inchiesta, è noto che il Cantone di UnaSana ha sempre più penuria di manodopera a causa delle massicce migrazioni dei cittadini bosniaci, e quindi la popolazione dei migranti potrebbe essere una fonte significativa di lavoro, almeno per i lavori stagionali durante i mesi estivi. Molti hanno già lavorato in Turchia e in Grecia, guadagnando denaro per continuare il viaggio.
Un ulteriore passo avanti verso il miglioramento della situazione della sicurezza, potrebbe essere la depenalizzazione della fornitura di alloggi ai migranti. Attualmente i cittadini non possono fornire alloggio ai migranti, sia gratuitamente che a pagamento. Molti non vogliono rimanere nei campi in cui ci sono cattive condizioni e forti tensioni dovute a differenze nazionali, sociali e di altro genere tra i presenti. Tra loro ci sono anche quelli che possono pagare per un alloggio privato. Secondo il giornalista ciò non solo rafforzerebbe economicamente la popolazione interna, ma migliorerebbe le procedure di registrazione e identificazione e ovviamente le condizioni di vita rispetto ai centri collettivi.
La conclusione dell’articolo ci pare significativa perché sintetizza un processo diffuso a livello globale. Sostiene infatti l’autore che le frustrazioni dei cittadini di Bihać e Velika Kladuša, in una situazione estremamente confusa e complessa, sono purtroppo indirizzate verso i migranti invece che verso coloro che hanno le responsabilità di gestione della situazione. In un’atmosfera di incertezza e paura, i fatti diventano irrilevanti, e il quadro più ampio della migrazione e, aggiungiamo noi, delle relazioni internazionali, raramente viene considerato.
Numero di reati in alcune città secondo i dati forniti dal cantone Una Sana:

Fonte: Amir Purić, BUKA, https://www.6yka.com/novosti/sluzbeni-podaci-demantuju-tri-najcesce-tvrdnje-o-migrantima  
La mediazione e l’iniziativa politiche sono invece ancora una volta deludenti. Dopo il fallimento a fine aprile del summit informale di Berlino tra Merkel, Macron, Mogherini con Serbia e Kosovo per rilanciare il dialogo tra Serbia e Kosovo, gli incontri italiani del ministro degli esteri italiano con il suo omologo sloveno e del ministro degli interni italiano con il presidente serbo sono andati nella direzione di scambi sulla questione migratoria: il primo ha proposto pattugliamenti congiunti alla frontiera italo-slovena, e il ministro degli interni italiano ha promesso di sostenere la candidatura serba in Europa e di rimettere in questione il riconoscimento del Kosovo in cambio dell’impegno serbo a bloccare la rotta balcanica dei migranti.
Non si ferma invece la rotta dei cittadini bosniaci verso la Germania. I dati dell’ufficio statistico federale evidenziano un aumento delle presenze di lavoratori extra UE in territorio tedesco nel 2018 rispetto al 2017. Sono prevalentemente maschi intorno ai 35 anni, provenienti da India (12%), Cina (9%), Bosnia Erzegovina (8%) e Stati Uniti (7%), con un particolare aumento tra i cittadini dei Balcani. L’ufficio statistico riporta che Albania, Montenegro, Kosovo, Macedonia, Serbia, e Bosnia Erzegovina rappresentano oltre il 25% degli stranieri con permesso di lavoro in Germania nel 2018. Nel 2015 erano circa il 9%. E intanto in Republika Srpska alcune scuole che non hanno più allievi sono state convertite in case di riposo.
In conclusione a questo aggiornamento ci pare importante pubblicare il testo integrale del documento postato su Facebook il 22 maggio dell’associazione AidBrigate di Sarajevo da lungo tempo impegnata a sostegno degli immigrati in Bosnia che annuncia la chiusura a tempo indeterminato delle sue attività nel paese balcanico a causa delle restrizioni legali e politiche a cui sono stati sottoposti dalle autorità.
Foto di presentazione di AidBrigate
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We hereby inform you that as of 22 May 2019, Aid Brigade has ceased all activities until further notice. This means the community centre is closed and there is no of food distribution, NFI provision, legal referral, first aid, psychological support, safeguarding and protection of vulnerable groups to refugees in Sarajevo.
The community centre premises were visited by approximately 20 armed SFA (Service for Foreigners Affairs) and Bosnian police officers who requested the immediate closure of the premises. The international volunteers present on site were taken to the SFA office and banned from the country for reasons including ‘disturbance of peace’, ‘providing assistance to migrants and refugees’ and ‘volunteering under a tourist visa’. After waiting for a reply for 5 months, our request to become an official NGO was denied on the same day. It seems unsafe for local and international volunteers to be assisting refugees in or around Sarajevo, therefore we had no other choice but to stop all of our activities immediately until further notice.
It’s a sad time for the whole Aid Brigade team, both for the people from Sarajevo, the long term international volunteers, those who came for just a few weeks and our stakeholders. All of us have selflessly dedicated our lives to help refugees, aiming to make the world a little bit better. It’s an even sadder day for the hundreds of refugees we used to see daily, who are either denied access or made to wait for days before they can get registration at official camps and don’t always have access to food and shelter.We strongly believe every human being has a right to basic human rights and needs. We have always aimed to work together with government institutions to provide help where it’s most needed and are very sad this now comes to an end.
We are incredibly proud of what we have achieved with a 100% volunteer team. Since March 2018, we managed to feed on average 285 refugees two meals every day. That equals 120.000 meals! We distributed 600 winter jackets and sleeping bags in Usivak refugee camp in December 2018. In January this year, we opened a shelter for refugees and Bosnian homeless people to spend the day in a warm place and eat food. We managed to provide hundreds of hopeless, scared and tired humans with a safe and friendly space every single day.
We want to thank everyone who has made this incredible achievements possible. The people and organisations who supported Aid Brigade financially, the international volunteers who left their homes to come and help, the absolutely amazing Bosnian people who saw people suffer in their own city and started to volunteer, the other NGOs and government bodies that worked together with us and all the refugees who did not only receive help but also helped us out wherever they could.
Although we are no longer allowed to help refugees in Sarajevo, we will continue to do what we believe is right elsewhere – providing humanitarian assistance to people in desperate need. We will not stop standing in solidarity with all those who have lost their homes, families and future. We say goodbye to Sarajevo, the city that has become our home.
With love, team Aid Brigade