Un atto di violenza ingiustificabile

Il primo febbraio a Šid – città situata sul confine Nord-occidentale con la Croazia – tre volontari dell’associazione No Name Kitchen impegnati nell’accoglienza delle persone in transito sono stati raggiunti da fogli di via che intimano di lasciare il Paese entro sette giorni dopo un processo farsa. Aggrediti da operai e poliziotti che esponevano simboli della destra ultranazionalista sono stati fatti passare per gli aggressori


Dobbiamo alzare la voce e cominciare a farla sentire a tutti i livelli. Come procedere:

Contatto delle Autorità a cominciare dalle rappresentanze diplomatiche italiana (segreteria.belgrado@esteri.it) e tedesca (info@belgrad.diplo.de) in Serbia (i volontari che sono stati praticamente espulsi sono un italiano e due ragazze tedesche) e dall’Ambasciata serba in Italia (amb.roma@mfa.rs).

Oggetto della mail:
Episodi di violenza VS Volontari No Name Kitchen a Šid 1.2.2020
Testo della mail da inviare:
Siamo venuti a conoscenza degli episodi di violenza avvenuti il 01.02.2020 e dei provvedimenti di espulsione nei confronti dei volontari di No Name Kitchen che aiutano i migranti a Sid (Serbia). Vi chiediamo di intervenire perché venga revocato subito il provvedimento che gli impone di lasciare la Serbia in modo che possano continuare a portare aiuti umanitari ai migranti”.

Sotto attacco in Serbia gli attivisti che aiutano i migranti lungo la rotta balcanica. Di Stefano Cortese (Altreconomia)

Report dettagliato di Corrado Conti

Sabato 1 febbraio si è ripetuto a Šid in Serbia, vicino al confine con la Croazia, un gravissimo episodio di violenza delle autorità serbe ai danni dei migranti e dei volontari di No Name Kitchen (NNK), l’associazione che a Šid (ma anche a Velika Kladusa, Patrasso e Montenegro) supporta e aiuta I migranti che cercano via terra, sulla rotta balcanica, di arrivare nella fortezza Europa entrando dalla Croazia.

Di seguito vi riportiamo quanto ci ha riferito uno dei volontari che ha vissuto in prima persona l’episodio di forte e inaudita violenza.

Già la mattina del 25 gennaio, i volontari della No Name Kitchen di Šid sono arrivati nei pressi della fabbrica abbandonata Grafosrem (“The Squat”), come fanno ogni giorno come parte della loro routine di lavoro. Vengono due volte al giorno per sostenere i migranti che vivono dentro e intorno all’edificio con cibo, acqua, vestiti, ecc.

La maggior parte delle persone dormono in tende nascoste tra i cespugli intorno all’edificio. Dormire nell’edificio stesso non è più sicuro da quando la polizia ha sgomberato l’edificio il 22 novembre 2019. La gente usa l’edificio solo per passarci il tempo durante il giorno, e va a dormire nelle tende di notte. Tuttavia, dal 18 gennaio, operai mandate dalle Autorità locali si presentano ogni sabato per tagliare proprio questi cespugli.

Come la settimana prima, un gruppo di lavoratori si è presentato alle 9 del mattino per tagliare i cespugli intorno allo squat. Una prima volta hanno fatto il loro lavoro e se ne sono andati dopo un paio d’ore. Sono però tornati una seconda volta, accompagnati dalla polizia. Ben presto, alcuni degli operai hanno cominciato a dare fuoco alle tende che hanno trovato tra i cespugli. Inoltre, hanno raccolto gli effetti personali delle persone che vivevano nello Squat e li hanno messi su una pila che hanno dato alle fiamme. Quando uno dei volontari ha cercato di spegnere il fuoco e ha cercato di impedire di portare via le povere cose dei migranti, la polizia ha spinto e ha afferrato il volontario, mentre un altro volontario veniva colpito da uno degli operai. A un certo punto gli operai hanno deciso di andarsene. Tuttavia, poco prima di farlo, hanno tagliato una delle gomme del furgone di No Name Kitchen anche se la polizia ancora presente. Uno degli operai è diventato particolarmente aggressivo e ha colpito un volontario; aveva una bandiera con simboli cetnici appesa al suo furgone, e indossava anche un tipico cappello.

Il giorno dopo, i volontari interessati dall’episodio si sono recati alla stazione di polizia per denunciare l’incidente. L’agente di Polizia che ha raccolto la denuncia ha dato il consiglio di ricontattarli, se qualcosa di simile fosse accaduto di nuovo in futuro (anche se la polizia era stata presente per tutto il tempo in cui si era verificato il fatto). Finora, la segnalazione dell’incidente del 25 gennaio alla stazione di polizia non ha portato ad alcuna conseguenza per chi aveva compiuto gli atti.

Il volontario di NNK ha tenuto a precisare che non tutti i lavoratori quel giorno sono stati coinvolti negli atti contro volontari e migranti, e che è stato solo uno quello che si è dimostrato particolarmente violento.

Consci di quanto accaduto quel giorno, tre volontari di NNK hanno deciso di presentarsi molto presto nello squat sabato 1 febbraio. Sono arrivati lì verso le 7:30 e hanno iniziato a svegliare le persone che dormivano nelle tende più vicine all’edificio. I volontari li hanno esortati a togliere le tende e gli effetti personali per evitare che gli operai li portassero via, li bruciassero o li distruggessero di nuovo. Purtroppo non sono stati abbastanza veloci, e quando gli operai sono arrivati alle 9 del mattino, c’era ancora una tenda tra i cespugli, molto vicina all’edificio. Una delle volontarie era dentro la tenda per raccogliere tutta la roba che c’era dentro, e un altro era in piedi proprio accanto ad essa; stava impacchettando un telo di plastica che serviva da ulteriore protezione.

Uno degli operai si è avvicinato e ha iniziato a buttare la benzina sul telo di plastica, così come sulla tenda anche se all’interno c’era ancora la volontaria che si è bagnata in parte di benzina. L’operaio ha poi dato fuoco al telo di plastica, che la volontaria era ancora impegnata ad imballare. Il telo di plastica ha preso fuoco, e da quanto detto dai volontari, è stato un puro caso che anche la tenda con la volontaria all’interno non abbia preso fuoco.

Quando un’altra volontaria ha cercato di documentare la scena con il suo telefono, un secondo operaio le ha gettato addosso un po’ di carburante. Uno degli operai aveva peraltro appeso una bandiera serba con simboli cetnici sulle pareti dell’edificio.

In ogni caso, i volontari hanno deciso di lasciare l’edificio il più rapidamente possibile con le cose che sono riusciti a mettere al sicuro. Hanno aspettato nel parcheggio che i loro colleghi arrivassero con l’auto a prenderli. I loro colleghi avevano anche chiamato la polizia, che non era stata presente come la settimana precedente. Mentre aspettavano, il vicesindaco di Sid, Zoran Semenovic, da poco arrivato, ha urlato ai volontari di uscire dal parcheggio e di aspettare dall’altra parte della strada. L’operaio che prima aveva usato la benzina e che aveva cercato di dare fuoco alla tenda, si è unito a lui. Poi ha dato uno schiaffo al telefono di una delle volontarie. Il telefono è caduto a terra e lui l’ha distrutto con il suo bastone. L’altro volontario ha cercato di mettersi tra la volontaria e l’operaio, che continuava a brandire contro di lui il bastone e a spingerlo via.

Poco dopo sono arrivati i colleghi dei volontari con il furgone e subito dopo è arrivata la polizia. I volontari hanno cercato di spiegare alla polizia cosa era appena successo.
La polizia ha chiesto a tutti i volontari presenti di mostrare i loro documenti. Poi tutti i volontari, anche quelli appena arrivati un attimo prima, si sono dovuti recare alla stazione di polizia di Sid. Sono stati tutti portati lì con un furgone della polizia.

I tre volontari che si sono presentati più tardi con l’auto sono stati rilasciati relativamente rapidamente dopo essere stati perquisiti per la ricerca di armi o di oggetti pericolosi.
Gli altri tre sono dovuti rimanere alla stazione di polizia. Alla fine, sono rimasti alla stazione dalle 10 del mattino alle 16 senza ricevere informazioni concrete sulla procedura. Poco prima delle 16, sono stati informati che presto sarebbe iniziato il processo, anche se non avevano avuto la possibilità di rilasciare nessuna dichiarazione ufficiale. Sembrava che solo gli operai fossero stati autorizzati a rilasciare una dichiarazione o che qualcuno l’avesse preparata per loro, e che il processo si limitasse a verificare questa versione che è stata letta ai volontari durante il processo.

Il processo si è svolto in tre parti senza che I tre volontari fossero assistiti da avvocati e senza nessuna tutela legale.

Ognuno dei tre volontari è stato “accoppiato” con un lavoratore. Si è scoperto che ogni volontario era accusato di aver aggredito la sua “controparte”. Durante ognuno dei confronti, ai volontari non è stata data la possibilità di raccontare la storia dal loro punto di vista. Gli è stato semplicemente chiesto di dimostrare che non hanno attaccato gli operai. Il volontario di NNK, che era in coppia con il capo degli operai (quello con il manganello), ha cercato di spiegare che era stato proprio l’operaio ad iniziare le aggressioni. Il giudice ha invalidato questa dichiarazione indicando la forza fisica dell’operaio. Secondo il giudice se avesse davvero aggredito il volontario, quest’ultimo sarebbe stato in pessime condizioni.

Il volontario è stato poi giudicato colpevole di aver violato l’ordine pubblico, e ha dovuto scegliere tra venti giorni di carcere o una multa di 20.000 dinari serbi. Lo stesso vale per l’altra volontaria, che era stata bagnata con il carburante dal secondo operaio. Una terza volontaria non è stata giudicata colpevole, in quanto è stata “accoppiata” con un operaio che non era stato affatto coinvolto nel conflitto. L’operaio ha ammesso che lei non l’aveva aggredito e che la dichiarazione preparata non era accurata. Per questo motivo è legittimo sospettare, che potrebbero non essere stati loro a preparare le dichiarazioni.

Dopo il processo, i colleghi dei volontari di NNK sono venuti a pagare le multe. Nonostante questo, dopo che i colleghi se ne sono andati, I tre volontari “processati” sono stati trattenuti alla stazione di polizia per un’altra ora e mezza e alla fine sono stati autorizzati a partire all’una di notte.

Scortati alla stazione di polizia, a tutti e tre – anche se una delle volontarie non è stata giudicata colpevole di nulla – è stato infine consegnato un documento che chiede loro di lasciare la Serbia entro una settimana e di non tornare per un periodo di sei mesi.

Il giorno dopo, il canale di notizie locali Sremska TV ha pubblicato un piccolo servizio da cui si deduceva che i volontari di No Name Kitchen avessero attaccato gli operai di Sid nei locali di Grafosrem. Nella giornata di domenica il canale serbo N1 ha invece richiesto ai volontari un racconto dei fatti, mettendo online in serata un video che comprendesse il loro punto di vista.

Fin qui i fatti raccontati dal volontario di NNK che ci ha anche inviato la foto della bandiera con simboli cetnici affissa sull’edificio. Una vicenda di violenza e illegalità istituzionale evidente che segue le tante altre più volte denunciate dai volontari nei confronti dei migranti e dei volontari stessi.

Un ennesimo episodio dell’inferno che migranti (e volontari) della rotta balcanica vivono quotidianamente. Un episodio gravissimo connotato da violenza gratuita e da un procedimento senza alcuna garanzia per gli accusati (l’assenza di un legale per la loro difesa ne è l’esempio).

Dobbiamo alzare la voce e cominciare a farla sentire a tutti i livelli. Come procedere:

Contatto delle Autorità a cominciare dalle rappresentanze diplomatiche italiana (segreteria.belgrado@esteri.it) e tedesca (info@belgrad.diplo.de) in Serbia (i volontari che sono stati praticamente espulsi sono un italiano e due ragazze tedesche) e dall’Ambasciata serba in Italia (amb.roma@mfa.rs).

Oggetto della mail:
Episodi di violenza VS Volontari No Name Kitchen a Šid 1.2.2020

Testo della mail da inviare:
Siamo venuti a conoscenza degli episodi di violenza avvenuti il 01.02.2020 e dei provvedimenti di espulsione nei confronti dei volontari di No Name Kitchen che aiutano i migranti a Sid (Serbia). Vi chiediamo di intervenire perché venga revocato subito il provvedimento che gli impone di lasciare la Serbia in modo che possano continuare a portare aiuti umanitari ai migranti”.

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