No Man’s Land  – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di giugno

I tanti effetti di una pandemia
William Bonapace e Maria Perino
Foto in evidenza di Enrico Carpegna

«Almeno tre su quattro paesi – che ospitano il 91 percento della popolazione mondiale – hanno imposto la chiusura parziale o completa delle frontiere a causa della pandemia di Covid-19. […] Alcuni governi hanno approfittato della crisi per far passare politiche che non possono essere giustificate da problemi di salute pubblica e che potrebbero rimanere in vigore molto tempo dopo la scomparsa dell’epidemia»

Un’inchiesta giornalistica internazionale ha portato alla luce uno schema di detenzioni e respingimenti di migranti e richiedenti asilo messo in atto dalle autorità greche al confine con la Turchia e la pratica dei deep pushback, ovvero prelievi forzati di richiedenti asilo dal territorio greco e respingimenti fin dentro la Turchia. Gli episodi esaminati sono avvenuti tra febbraio e aprile sulle isole di Samos e Chios e lungo la frontiera terrestre con la Turchia nei pressi del fiume Evros.

Il ministro greco dell’immigrazione e dell’asilo si è limitato a rigettare la ricostruzione dei fatti come frutto di propaganda straniera e a negare ogni responsabilità delle autorità greche nei casi documentati. L’europarlamentare Bartolo, il “medico di Lampedusa” ha invece presentato il 7 maggio un’interrogazione scritta sul caso alla Commissione europea la quale dovrà fornire una risposta entro tre mesi.

Il giornale locale che ha pubblicato la notizia dell’interrogazione è stato vittima di attacchi informatici, in un clima diffuso di intimidazioni contro i testimoni dei respingimenti.

Il portale Just Security ha inoltre segnalato l’espulsione da parte della Grecia di richiedenti asilo dalle isole del Mar Egeo mediante zattere di salvataggio alla deriva in mare. Il rapporto ha documentato almeno 11 casi dal 23 marzo in cui i richiedenti asilo sono stati trovati dalla guardia costiera turca alla deriva in «zattere di salvataggio gonfiabili arancioni simili a tende senza motori e che non possono essere guidate». Secondo le testimonianze raccolte, i richiedenti asilo, arrivati ​​in barca sulle isole greche, dopo diverse ore in custodia delle autorità erano stati portati in porto, collocati nelle zattere e rimorchiati in mare aperto.

Il video pubblicato sul sito della Guardia Costiera Turca

Intanto a fine maggio il governo greco ha annunciato che la costruzione di una recinzione alla frontiera terrestre di Evros con la Turchia sta procedendo.

Nello stesso quotidiano negli stessi giorni si leggeva che circa 10.000 migranti – 8500 secondo UNHCR – di cui circa la metà bambini, a partire da giugno dovranno gradualmente abbandonare le loro attuali strutture ricettive e gli appartamenti in cui erano stati inseriti con il programma ESTIA (“casa”), come parte del piano che li vuole sostituire con richiedenti asilo provenienti dalle isole, nel tentativo di decongestionare i campi locali.

Queste misure si collocano in un quadro di rallentamento e ripresa degli arrivi.

Nel corso dei primi 5 mesi dell’anno il numero degli arrivi in Grecia è stato di 9.361 persone, di cui 7.585 approdate sulle isole. Un calo del 20,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, dovuto fondamentalmente all’emergenza covid-19. Nel mese di maggio comunque si è registrata una relativa ripresa degli arrivi, infatti secondo Aegean Boat Report, sono approdate 6 imbarcazioni con 227 profughi, con una crescita degli sbarchi rispetto al mese di aprile pari al 482%, quando gli arrivi furono solo 39 (IOM, report giugno 2020).

Altre 25 imbarcazioni con a bordo 605 persone sono state, nello stesso periodo, intercettate dalla Guardia Costiera turca e riportate a riva. Nella settimana compresa tra il 29 maggio e il 4 giugno si sono registrati 55 arrivi. Tutti segni di una ripresa delle partenze verso l’Europa dopo la pausa dovuta alla pandemia.

In data 9 maggio i profughi accolti nelle isole dell’Egeo erano 35.962, aumentati del 130% nel corso degli ultimi 12 mesi. Una situazione altamente drammatica se si pensa che la capienza ufficiale per tutti i centri di accoglienza dell’arcipelago è di sole 9.209 persone. Per cui, nonostante il quasi completo blocco degli arrivi nel mese di aprile, l’eccedenza della popolazione migrante nei campi è del 290%. Le azioni di trasferimento dei migranti dalle isole alla terraferma nello stesso periodo sono state assolutamente insufficienti, dal momento che il numero degli spostamenti ha coinvolto poco più di 3.000 persone, lasciando i campi di accoglienza drammaticamente sovraffollati e la popolazione locale estremamente esasperata in un crescente clima di rifiuto nei confronti dei migranti.

A questo proposito un grave caso di violenza nei confronti dei profughi del campo di Moira è avvenuto il 22 aprile quando a 5 km dal centro di accoglienza 2 migranti che camminavano lungo la strada sono stati feriti dalle schegge delle pallottole sparate con un fucile da caccia contro di loro. Uno dei responsabili dell’atto criminale è stato arrestato ma presto rilasciato – sotto la pressione di numerosi cittadini che protestavano rumorosamente davanti al tribunale di Lesbo – e quindi multato con un’ammenda di 1.000 euro con l’obbligo di non lasciare l’isola. Una pena incredibilmente leggera rispetto all’atto commesso.

Secondo Frontex da una parte con il covid-19 è crollato il numero degli ingressi illegali anche nei Balcani, del 94% in aprile rispetto a marzo, dall’altra nei primi quattro mesi del 2020 i passaggi transfrontalieri sono stati circa 6000, in aumento del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

A fine maggio i mezzi di informazione del Cantone UnaSana segnalavano che con la revoca del divieto di trasporto pubblico nella Federazione della Bosnia Erzegovina, tra i 100 e i 150 nuovi immigrati sono arrivati ogni giorno in quei territori, mentre la polizia di frontiera impediva a 120 migranti l’ingresso dalla Serbia nella zona di Zvornik, sul fiume Drina, dove una persona è stata trovata senza vita.

Anche nei paesi balcanici sono state adottate severe misure di controllo e di limitazioni della libertà di movimento – dichiarazioni di stato di emergenza, coprifuoco, violazione della riservatezza e in generale una riduzione dei diritti civili e politici su vasta scala che non ha precedenti in tempo di pace – messe in atto in molti casi con modalità autoritarie, in particolare verso il sistema di informazione e con il rafforzamento del potere esecutivo (cfr. il primo rapporto di monitoraggio degli effetti della gestione della crisi sanitaria della Friedrich Ebert Stiftung, Democracy and the State of Emergency. Responses to the Corona Crisis in the Western Balkans, Croatia and Slovenia Report One).

Alcune di queste misure sono state motivate dai timori del collasso dei sistemi sanitari, che in realtà almeno in Bosnia Erzegovina, focus delle nostre analisi, non si sono avverati, anzi, benché non siano mancati scandali, la Bosnia Erzegovina si qualifica come un paese – meglio dire come due entità sovrane nelle decisioni – con una buona gestione dell’emergenza sanitaria. Questo anche perché l’entità dell’epidemia nell’area balcanica è stata relativamente limitata e la risposta dei governi è stata complessivamente efficace fin dall’inizio quando i primi contagi si sono diffusi con il ritorno di molti emigrati che si erano trovati bloccati nel lockdown di vari paesi europei.

Si devono inoltre segnalare discriminazioni verso la popolazione Rom, fenomeni di corruzione, come vedremo, e problemi di coordinamento e collaborazione tra le forze politiche e tra le istituzioni.


Questi dati e queste notizie vanno collocati nei contesti in cui le persone si sono mosse. Scorrendo i siti di informazione del mese di maggio – inizio giugno 2020, si coglie una sequenza di eventi in Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, che da una parte sono fortemente influenzati dalla pandemia in corso che ha intensificato le pratiche di controllo e di segregazione, dall’altra confermano le logiche e la complessità che abbiamo tentato di evidenziare nelle nostre precedenti analisi.

Ne riportiamo alcuni molto esemplificativi:

– Partiamo da una località già segnalata nella nostra precedente analisi: il campo di Lipa su un altopiano a trenta km circa da Bihać, che può ospitare fino a mille persone in tende collettive. Il campo è stato aperto con l’obiettivo di trasferire chi si trova negli squat o nei boschi del Cantone, con la motivazione di fornire un monitoraggio sanitario dei migranti e rassicurare la popolazione locale. Di fatto il campo è nettamente sottoutilizzato mentre si sono intensificati i game in una fase di “apertura” dei campi in Serbia e in Bosnia Erzegovina e di relativo allentamento dei controlli alle frontiere, con un significativo incremento degli arrivi a Trieste, “scaricati” dalla Slovenia, secondo le parole delle autorità locali

– La reazione italiana è stata l’incremento dei respingimenti in Slovenia e da qui in Croazia e in Bosnia Erzegovina o in Serbia di persone non informate, le quali avrebbero avuto il diritto di fare richiesta di protezione in Italia. Rimandiamo ancora una volta ai circostanziati rapporti del Border Violence Monitoring Network per la documentazione sui respingimenti e sulle violenze inflitte ai migranti 

– La raccolta di documentazione è stata compromessa con l’accentuarsi delle difficoltà per i giornalisti indipendenti a entrare nei campi gestiti da IOM per osservare le condizioni di vita dei migranti o a indagare sulle morti e sulle violenze, che si manifestano anche in nuove forme, come quella di marchiare con la vernice persone che tentavano di attraversare il confine croato (cfr. la incisiva intervista alla giornalista Nidžara Ahmetašević ). Si diffondono invece sul web notizie di furti, minacce da parte dei migranti, accuse alle istituzioni islamiche di dare priorità – nella distribuzione di aiuti – a persone «di origine sconosciuta, senza identità, quelli che occupano le nostre città, bruciano le nostre case e per questo la nostra gente [nel Cantone UnaSana] lascia le sue case e se ne va». 

– La situazione è diventata oggetto di scontro tra il capo della delegazione Ue in Bosnia Erzegovina e le autorità cantonali a seguito di una lettera in cui denunciava le condizioni dei migranti nel Cantone UnaSana, in particolare dei minori non accompagnati. Su un punto tuttavia c’è accordo, sul fatto cioè che l’onere della situazione non può continuare ad essere sostenuto con l’attuale peso da questo Cantone. Il ministro bosniaco Radončić ha affermato che è necessario fare pressioni sulla Republika Srpska e sull’Erzegovina affinché accettino dei migranti

Lo stesso Radončić aveva affermato che «la Bosnia non fungerà da deposito per la selezione della forza lavoro dell’UE», e che non è ammissibile «la presenza e il peso di 8000-9000 persone in un contesto dove 50.000-60.000 cittadini perderanno il lavoro» e aveva accusato, provocando una crisi diplomatica – l’ambasciata pakistana di rifiutarsi di cooperare all’identificazione finalizzata all’espulsione dei cittadini pakistani che si trovano in Bosnia Erzegovina. La vicenda si è complicata con le contro accuse di Dodik, il membro serbo della presidenza tripartita, su un presunto traffico di visti a cittadini pakistani che potrebbero «costituire una minaccia per la sicurezza» e con la ferma smentita dell’ambasciatore bosniaco in Pakistan.

– Intanto a fine maggio è stato approvato da parte dell’Union Europea un accordo con Montenegro e Serbia che prevede l’allargamento della missione Frontex alle frontiere dei due paesi «per gestire meglio i flussi migratori».

– La militarizzazione delle politiche migratorie è evidente anche in altre situazioni: nell’intervento dell’esercito a Šid per controllare a titolo precauzionale tre centri di accoglienza, dove si trovano circa 2.000 rifugiati, poco dopo il rilascio di un giovane appartenente a un gruppo serbo di estrema destra che aveva forzato con la sua auto l’ingresso al centro di accoglienza di Obrenovac scandendo invettive contro i migranti. Il presidente Vučić ha inoltre ordinato l’utilizzo delle forze armate per aiutare il Ministero degli Interni a garantire la sicurezza nei centri. E il governo ha pubblicato un bando di gara, con procedura di urgenza, per l’acquisto di quasi 2,5 tonnellate di filo spinato per chiudere i centri di accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo.

–  E poi ci sono gli scandali. Ha fatto molto scalpore quello dei respiratori cinesi acquistati da una azienda bosniaca. Il Courrier des Balkans pubblicava l’1giugno una sintesi molto indicativa sul “caso dei respiratori cinesi”, che sta agitando la vita politica bosniaca e l’opinione pubblica dalla fine di aprile. A fine maggio ha avuto una svolta quando il direttore di una società di Srebrenica che produce e conserva frutti di bosco (!!) al centro del caso, l’ex direttore della protezione civile della Federazione di Bosnia Erzegovina, e il Primo Ministro della Federazione, sono stati interrogati per diverse ore per sospetta appropriazione indebita sull’acquisto di un centinaio di respiratori cinesi, da parte della società, con un appalto diretto della protezione civile, e rivelatesi poi non adatti all’uso in terapia intensiva. Il successivo arresto del primo ministro ha scatenato un’ondata di reazioni indignate, ed è stato interpretato da molti nella logica etnonazionale come un attacco diretto alla comunità bosgnacca, una manovra che mirava a nominare al suo posto la vice primo ministro del partito nazionalista croato e che evidenzierebbe la mancanza di indipendenza della procuratrice generale.
In realtà, il caso sembra essere sempre più parte di una vasta operazione di riciclaggio di denaro dell’intero Consiglio dei Ministri, uno dei molti durante l’epidemia, quando sono stati aggiudicati almeno 416 appalti pubblici al di fuori della normale procedura di gara pubblica. La procuratrice, che ha ricevuto minacce di morte, ha richiesto un mese di detenzione preventiva per i tre sospetti, una richiesta respinta dal tribunale domenica 31 maggio. L’autrice dell’articolo conclude con una considerazione generale: i cittadini bosniaci attendono da 25 anni che un singolo caso di corruzione venga finalmente processato.

–  Ma qualcosa si è mosso, con manifestazioni non solo contro specifici atti di corruzione, ma in generale contro un assetto che perpetua se stesso. Il premier della Federazione indagato manteneva infatti ad interim la carica dal 2014, poiché i dissidi tra partiti avevano impedito l’entrata di un nuovo governo. Questo potrebbe essere l’inizio di una mobilitazione più ampia in vista delle elezioni locali che si dovrebbero tenere in autunno e che hanno già avuto recentemente un rinvio da ottobre a novembre prossimo, in particolare nella città di Mostar, dove non si vota per il consiglio comunale dal 2008. Le elezioni a Mostar erano una delle 14 priorità che la Commissione Europea aveva identificato un anno fa riguardo al processo di adesione. Anche sulle altre non ci sono stati sviluppi. 

– Vogliamo infine segnalare due fatti che contribuiscono a un’unica trama di politiche di controllo e respingimenti, disastri ambientali, economie grigie e clientelari: l’abbattimento di alberi in ampie zone delle foreste che si trovano al confine della Bosnia al fine di combattere l’ingresso di migranti nel territorio croato, operazione che evidenzia la logica sottostante alla gestione dell’ambiente e delle migrazioni, due ambiti apparentemente distanti i quali invece sono rivelatori di un sistema di controllo e di un ordine sociale.
E i lavori finanziati da investitori senza scrupoli i quali hanno approfittato della pandemia per rilanciare la costruzione di cinque mini-centrali elettriche su alcuni fiumi quasi incontaminati e di grande bellezza della Bosnia Erzegovina, senza permessi o controlli.

È facile cogliere le connessioni tra notizie apparentemente distanti, tra la militarizzazione delle società, l’indebolimento della libertà di stampa, e il contenimento dei migranti; tra le condizioni economiche e sociali difficilissime e la presenza di gruppi di estrema destra; tra l’emergenza sanitaria e la corruzione, tra l’attenzione tutta rivolta alla pandemia e i danni ambientali prodotti da iniziative economiche incontrollate e strategie di controllo intrecciate allo sfruttamento delle risorse naturali.

Le risposte a situazioni che non sembrano andare nella direzione di costruire un “nuovo ordine”, sono per ora di tipo finanziario. La Commissione europea ha predisposto un prestito di emergenza per i paesi candidati. «Insieme al sostegno del Fondo monetario internazionale, i fondi possono contribuire a migliorare la stabilità macroeconomica e creare spazio per consentire lo stanziamento di risorse per proteggere i cittadini e mitigare le conseguenze socio-economiche negative della pandemia di coronavirus», ha affermato il comunicato stampa riportato da BIRN. L’unico paese candidato dei Balcani occidentali dell’UE non incluso in questo pacchetto è la Serbia. Ciò è dovuto al fatto che uno dei criteri per far parte del pacchetto è se avesse chiesto al FMI assistenza di liquidità di emergenza. Il presidente Vučić aveva infatti affermato che la Serbia «non ha bisogno del denaro del FMI».

Pochi giorni dopo, il 6 maggio, si è tenuto un vertice a Zagabria in teleconferenza a vent’anni di distanza dal primo incontro tra Unione europea e Balcani occidentali che aveva aperto i processi di stabilizzazione e associazione di quell’area, durante il quale è stato ribadito che «l’Unione europea riafferma ancora una volta il suo supporto inequivocabile alla prospettiva europea dei Balcani occidentali».

Tuttavia, nelle stesse settimane l’epidemia ha fatto emergere nuove difficoltà nel rapporto Ue-Balcani, con il presidente serbo Vučić che accoglieva in pompa magna l’arrivo di dispositivi sanitari dalla Cina, mentre in Bosnia Erzegovina il leader serbo della presidenza tripartita Dodik affermava: «l’Europa in cui credevamo dieci anni fa oggi non esiste» e ringraziava Putin per l’invio di materiale sanitario alla Republika Srpska. Dichiarazioni che rispondono a strategie di politica estera, di “concorrenza” geopolitica al principale finanziatore nell’area. L’Ue infatti a fine marzo aveva già assegnato 38 milioni di euro ai Balcani occidentali come immediato supporto al settore sanitario. (Qui l’infografica dei finanziamenti europei, che si aggirano intorno ai 3,3 miliardi di euro, ai Balcani occidentali per affrontare la crisi del coronavirus e la fase post-pandemia).

In un contesto di “transizione senza fine” (ISPI, The Balkans: Old, New Instabilities, 2020) con leaders autocratici che usano la carta del nazionalismo e della “instabilità stabile” esacerbata da poteri esterni concorrenti, i grandi finanziamenti dell’Ue quanto migliorano la vita della popolazione, dato l’altissimo tasso di emigrazione? Quanto contribuiscono paradossalmente allo sfruttamento e al degrado ambientale? Quanto si perde nella gestione poco trasparente, nelle reti delle clientele e della corruzione?

In questo complicato quadro balcanico un ruolo sempre più rilevante viene ad essere assunto dall’Albania. Da sempre paese di transito verso il nord, nel corso degli ultimi 2 anni si sta trasformando anche in paese di accoglienza. Al momento attuale sono oltre 12.000 i migranti che hanno scelto di restare nel paese e di chiedere asilo. A differenza dei primi arrivi nel 2015, quando i migranti erano prevalentemente giovani uomini, oggi le presenze sono costituite da nuclei famigliari. Le ragioni di questo cambiamento sono probabilmente da individuare nelle dure condizioni in cui molti migranti, soprattutto se costituiti da gruppi famigliari, si sono trovati lungo il loro viaggio e nei centri di accoglienza in Grecia o altrove, senza reali speranze di poter procedere oltre.

L’Albania infatti garantisce assistenza sanitaria gratuita e condizioni relativamente umane ai richiedenti asilo. Grazie anche al sostegno dell’UE Tirana è in procinto di emendare una legge sull’asilo che prevede accoglienza diffusa sul territorio. Probabilmente a fondo di questa disponibilità vi è anche l’intenzione di trasformare lentamente questo piccolo paese in un hotspot in cui contenere i migranti lontano dai paesi centrali dell’UE e alleggerire gli altri paesi dell’area. In questo senso si potrebbe spiegare anche il fatto che nel 2019 l’Albania è stato, come avevamo già riportato,  il primo paese non UE a firmare un accordo con Frontex e ad accogliere sul suo territorio agenti dell’agenzia per il controllo delle frontiere.

Interessante infine è notare che questo paese, come gli altri dell’area, nello stesso momento in cui si trova coinvolto in questi flussi globali di esseri umani in viaggio, è una nazione da cui si emigra in massa. L’Albania è al mondo il paese con il maggior numero di richiedenti asilo rispetto alla popolazione: 59 ogni 10.000 abitanti. Tanto per avere un confronto si pensi che la Siria ne ha 39 e l’Afghanistan 17. Nel 2015, con la crisi dovuta alla prima rotta balcanica verso l’Ungheria, gli albanesi che hanno approfittato della situazione per chiedere asilo all’UE sono stati 65.000. Ancora nel 2019, erano 27.000. In totale i cittadini provenienti da questo piccolo paese che hanno fatto richiesta di asilo in UE sono stati 215.000 (cfr.Caritas Albania). Sono inoltre la prima nazionalità di richiedenti asilo in Francia, causa probabile del ritardo dell’accoglimento della richiesta di adesione all’Unione Europea.

A seguito del terremoto del 2019 che ha colpito le realtà più produttive del paese altre 115.000 persone circa hanno a loro volta abbandonato il paese. Come se non bastasse infine, Berlino continua a drenare personale sanitario specializzato offrendo occasioni di lavoro in Germania lasciando sguarnita la sanità albanese. Una situazione paradossale quindi che non si conclude qui. Oltre il 90% dei richiedenti asilo albanesi ricevono il diniego alla loro domanda dal momento che il paese balcanico non è considerato a rischio e quindi rimandati in patria creando in tal modo un ulteriore problema, quello dei rimpatriati appunto. Un numero molto elevato di persone senza lavoro e prospettive, spesso fortemente indebitate, che vanno ad aggiungersi agli 84.000 nuovi disoccupati dovuti alla crisi del covid-19. Anche l’enorme quantità di denaro proveniente dalle rimesse (980 milioni di euro l’anno scorso) non viene canalizzata in interventi rivolti allo sviluppo che darebbero opportunità di lavoro per i tanti giovani in fuga ma resta confinata ai consumi e alle spese individuali, non aiutando quindi il paese a uscire dalle sue profonde contraddizioni.

Una realtà, quella di questo paese, da seguire con attenzione nel futuro per le sue implicazioni sociali, economiche nell’area e per il peso che avrà nello sviluppo della ormai complicata e articolata rotta balcanica.

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