Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile
A Torino dal 3 al 17 ottobre

Qui il programma del festival organizzato dal Centro Studi Sereno Regis

La foto impietosa di un modello sbagliato

La recente esperienza della pandemia di COVID 19 ha messo a nudo l’insostenibilità di un modello di società  e di un’idea di sviluppo che negli ultimi decenni si sono imposti a vantaggio di una piccola minoranza su tutto il resto dell’umanità.  Il dilagare del virus ha colpito soprattutto le persone più deboli, le fasce sociali meno protette, le comunità e le popolazioni che erano già emarginate.

L’emergenza sanitaria ha così messo in evidenza le intollerabili diseguaglianze e le distorsioni prodotte dal modello di sviluppo neoliberista e consumista che negli ultimi decenni si è affermato ovunque come unica e indiscussa possibilità.

Ma il diffondersi del coronavirus ha anche fatto emergere la vulnerabilità e la fragilità dell’umanità intera: ha fatto sperimentare a tutti la condizione di rischio al quale ognuno di noi è soggetto, anche chi si riteneva al sicuro, grazie alla protezione fornita dal potere e dal denaro.  Inoltre ha messo in luce l’importanza vitale di attività che finora erano state disprezzate e il ruolo prezioso di lavoratori e lavoratrici fino a ieri invisibili: di chi lavora la terra, procura il cibo, si prende cura dei deboli, protegge l’ambiente.

Superato il periodo iniziale della pandemia si dovranno fare i conti con questa nuova realtà – ben presente da tempo ma finora tenuta nascosta.  E l’intero sistema economico dovrà essere ristrutturato, dando riconoscimento, dignità e valore a chi lavora davvero per il bene di tutti, e prendendo atto della nostra totale dipendenza dai sistemi naturali – che con le nostre azioni sconsiderate stiamo alterando in modi imprevedibili.

Emergenza climatica, emergenza nucleare

Ora che abbiamo sperimentato l’emergenza coronavirus, dovremmo essere più consapevoli delle altre minacce che, seppur meno avvertite, mettono ancor più a rischio di estinzione l’umanità:

i cambiamenti climatici e le bombe nucleari.

I vistosi cambiamenti climatici che da alcuni decenni si stanno manifestando sul nostro pianeta interessano enormi estensioni, difficili da concettualizzare: giganteschi iceberg  fondono, innalzando il livello dei mari; la corrente del Golfo cambia direzione, la produttività agricola di intere regioni diminuisce, zecche e zanzare vengono ad abitare nelle aree temperate…

Poiché questi cambiamenti si manifestano in tempi lunghi rispetto alle nostre capacità percettive, molti non ci badano, o addirittura non ci credono: è proprio azzeccato l’esempio della rana, che messa in una pentola di acqua fredda che si riscalda lentamente non si accorge del cambiamento finché l’acqua non scotta…ma ormai è troppo tardi!

Il pericolo nucleare è ancor meno avvertito dall’opinione pubblica, sia perché è meno visibile, sia perché la dotazione di arsenali nucleari è stata legittimata dall’illusione della loro funzione di deterrenza.  Oggi però, con la potenza raggiunta dai più terribili ordigni nucleari, un evento scatenato in un singolo luogo del pianeta innescherebbe reazioni – immediate e a lungo termine – che trascinerebbero nel caos il mondo intero.

Una gestione militare del pianeta

Nonostante le numerose, ripetute, allarmate segnalazioni del rischio di un olocausto nucleare, ben peggiore di una pandemia, la minaccia nucleare non è stata finora presa sul serio in considerazione. Sembra incredibile che i crescenti allarmi non siano stati ascoltati. Forse la pandemia da COVID-19 può scuotere finalmente le coscienze, e porre la questione del disarmo nucleare in cima alla lista delle azioni da compiere con drammatica urgenza.

Uno dei motivi per cui non è presente una vasta, planetaria attività di protesta è forse psicologico: viviamo in un mondo militarizzato. Si è verificato quello che Eisenhower temeva, e aveva dichiarato nel discorso d’addio alla nazione del 17 gennaio 1961, avvertendo i suoi cittadini del pericolo implicito agli accordi segreti fra potere politico, industria bellica e militari. «Dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro».

L’assurdo accumulo di armi di distruzione di massa e la gestione militare globale del mondo sono stati resi possibili dalla militarizzazione delle coscienze… ed ecco dove ci ha portati:

  • Le spese militari continuano a crescere in modo inaccettabile. Secondo il Rapporto del SIPRI nel 2019 hanno raggiunto la cifra record di 1970 miliardi di dollari (il 3,6% in più rispetto al 2018) Durante il periodo del lockdown la produzione bellica in Italia è stata inserita tra i settori essenziali (!) e per il 2020 è prevista una spesa di 26,3 miliardi di euro, con una crescita del 6% rispetto al 2019, di cui 5,9 miliardi per l’acquisto di nuovi sistemi d’ arma;
  • Il linguaggio bellico pervade tutti gli ambiti della vita, compreso quello della “cura”, che ne dovrebbe essere agli antipodi;
  • I concetti di confine e di sicurezza hanno una prevalente connotazione bellica: la nostra sicurezza è affidata alle armi; i confini sono barriere da chiudere con muri e reticolati per proteggerci dal nemico, dal pericolo dell’invasione dei migranti, visti solo come minaccia da respingere o come possibili schiavi da sfruttare.

Confini e sicurezza: la Terra risponde

Tuttavia proprio i virus, i cambiamenti climatici e l’incombere di minacce nucleari contribuiscono a decostruire questo modo di intendere confini e sicurezza: è evidente infatti  che non ci sono confini invalicabili per i virus, per gli effetti del riscaldamento globale e per le conseguenze delle esplosioni nucleari…

E le armi non solo non garantiscono la sicurezza, ma la mettono a rischio: molto più efficace sarebbe un sistema che protegge la vita e tutela i diritti di tutti, a partire dal lavoro, dalla salute, dall’istruzione…

Durante l’emergenza sanitaria tutto lo spazio mediatico era occupato dai numeri e dagli effetti del  COVID 19.  Nello stesso tempo, però, da molte parti si è riflettuto sulle cause, ed è stata messa in evidenza la stretta relazione tra la moltiplicazione di virus patogeni (questo non è il primo e non sarà l’ultimo…) e l’impatto delle attività umane sulla natura: in particolare la deforestazione che spezza gli equilibri degli ecosistemi,  gli allevamenti intensivi che favoriscono le zoonosi, la produzione di sostanze dannose (dai veleni chimici alle microplastiche) che devastano gli ambienti di vita di miliardi di viventi (noi compresi).

La violenza verso la natura si ripercuote contro di noi, e non è certo l’opzione militare la risposta giusta.

Nuove priorità

La crisi sanitaria in corso sollecita dunque un ripensamento delle priorità che devono essere accordate ai mezzi di sussistenza e di tutela della vita a livello globale e richiede un radicale capovolgimento delle azioni da compiere e delle modalità di relazione con cui realizzarle:

  • affrontare il riscaldamento globale con provvedimenti concordati e adeguati al livello di rischio, capaci di garantire un sistema di vita sobria e sostenibile per tutti, realizzata grazie al lavoro emancipatore, orientato a realizzare il benessere comune;
  • provvedere alla protezione di chi fugge da situazioni invivibili, garantendo dignità e diritti alle popolazioni migranti;
  • abolire gli armamenti nucleari e mettere in discussione il sistema militare e le sue connessioni con l’apparato industriale, scientifico e mediatico, e operare a favore di un modello di difesa non armata e nonviolenta.

In tutti questi ambiti sono state formulate proposte e organizzate iniziative che nascono dal basso: dalla società civile, dalle associazioni, dal volontariato.

Il Festival della nonviolenza 2020 intende renderle visibili e sostenerne alcune con azioni concrete.

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