No Man’s Land  – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di dicembre

Le guerre ai migranti
William Bonapace e Maria Perino
Foto in evidenza di Enrico Carpegna

Nel corso del 2020, nonostante la pandemia, il flusso di arrivi e attraversamenti dei Balcani non si è realmente interrotto. Solo nel mese di aprile, nel periodo del lockdown, si è assistito a un calo rilevante per poi riprendere in parte nel periodo successivo. In Europa, sia per mare che per terra, il numero totale degli arrivi è stato nell’anno in corso fino a fine novembre di 87.127 persone, cifra decisamente inferiore ai 128.536 nel 2019.

Nella regione balcanica la riduzione degli arrivi è stata pari a circa il 49%, con percentuali ancora maggiori per diversi mesi. Per dare un’idea della drammatica situazione, sempre ad aprile, in Grecia, sono arrivate solo 36 persone e altre 253 sono state intercettate dalla guardia costiera turca. Superato questo breve lasso di tempo la via verso nord, attraverso la penisola ellenica, ha poi ripreso vigore anche se, come già accennato, con minore intensità rispetto agli anni precedenti, e con un trend più consistente negli altri paesi balcanici. Come di regola il picco è stato raggiunto nei mesi estivi per poi lentamente scemare verso la stagione fredda, con alcune impennate nei giorni in cui il clima risultava più sicuro per la traversata per mare o per terra.

Indicare con precisione quante persone in totale siano giunte nell’area nel corso dell’anno è molto difficile dal momento che passando attraverso diversi paesi molti migranti sono stati verosimilmente contati più volte, mentre numerosi altri sono transitati senza farsi identificare. Allo stesso tempo non sempre le cifre riportate dai diversi organismi internazionali presenti nell’area corrispondono tra loro. A volte le variazioni risultano rilevanti, creando non pochi problemi di analisi. Anche le stesse categorie definitorie risultano incerte, a conferma della inadeguatezza delle tradizionali categorie giuridiche nel definire e soprattutto nel governare questi movimenti, contribuendo ad aumentare la confusione e la difficoltà d’interpretazione.

Da parte nostra ci siamo attenuti ai dati ufficiali presentati dall’IOM mettendoli a confronto con quelli dell’UNHCR e dell’agenzia greca Aegenean Boat Report. Secondo quest’ultima gli arrivi dall’1 gennaio al 23 novembre del 2020 in territorio ellenico via mare sono stati 9.309, su 275 battelli, mentre 23.720 sono stati i migranti intercettati dalla guardia costiera turca e rimandati indietro e 723 le imbarcazioni sequestrate. A questi si aggiungono altri 3.611, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, giunti via terra, per un totale di 12.585 arrivi (71.386 nel 2019). I profughi accolti nelle diverse strutture nelle isole dell’Egeo risultano, sempre al 23 novembre 2020, 18.871 (19.400 secondo IOM) con un picco di 9.057 persone solo all’isola di Lesbo.

(Per gentile concessione)
(Per gentile concessione)

In Bosnia Erzegovina gli arrivi registrati dall’IOM sono stati nello stesso periodo 14.820, in Serbia 32.782, in Montenegro 2.683 e, con riferimento alla documentazione dell’UNHCR e in data settembre 2020, 1.352 in Kosovo e 9.035 in Albania e ben 32.727 in Macedonia, molto probabilmente, in gran maggioranza solo di passaggio e, con riferimento all’ultimo paese, in buona parte bloccati subito alla frontiera e rimandati indietro in Grecia, come denunciato da diverse organizzazioni mai smentite dalle autorità. A questi numeri bisogna aggiungere gli arrivi in Bulgaria e in Romania, rispettivamente 1.804 e 2.856, tutti giunti via terra, con un picco nel mese di settembre. Significativo segnale di una diversificazione dei percorsi di transito dei migranti che, di fronte alle continue difficoltà e pericolosità della rotta che punta direttamente a nord via Croazia e Slovenia per giungere nell’area Schengen scelgono di intraprendere percorsi alternativi. Sempre secondo l’Agenzia per i rifugiati i minori non accompagnati o non figli di entrambi i genitori con i quali stanno viaggiando sono 2.230.

I migranti sono in primo luogo afgani, seguiti dai pachistani e i siriani, con una sostanziale prevalenza di uomini. I minori sono invece il 21,3% del totale.

Nel 2020 nei diversi paesi dei Balcani 20.423 profughi hanno espresso intenzione di chiedere asilo, 13.000 in Bosnia e 7.000 in Serbia, Montenegro, Kosovo e Albania. Di fronte a questa volontà espressa però solo 4.081 hanno effettivamente presentato richiesta alle autorità competenti dei paesi in cui sono giunti e solo 2.342 (che comprendono anche richieste presentate negli anni precedenti) sono state accolte. Dati che si comprendono tenendo conto delle  “azioni di scoraggiamento” e dei tempi lunghi di attesa trascorsi in detenzione (sulla Slovenia questo articolo).

Questi dati, come più volte abbiamo sottolineato, è importante che siano collocati nel contesto emigratorio dei Balcani, riteniamo pertanto utile un aggiornamento sulla situazione demografica dei paesi della “rotta balcanica”. In un articolo del Migration Policy Institute dedicato al ruolo futuro che potrebbero avere le diaspore nel mitigare gli effetti economici e sociali dello spopolamento del Sud Est Europa emerge un cupo quadro demografico. La Bulgaria è sulla buona strada per affrontare il più alto tasso di spopolamento di un singolo paese del mondo nei prossimi 30 anni, secondo la Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. Anche Serbia, Bosnia Erzegovina, Croazia, Albania e Romania non sono molto indietro, e in ciascuna si prevedono cali del 15% o più nei prossimi tre decenni. 

In particolare i giovani stanno lasciando la Bosnia ed Erzegovina in massa e tra 50 anni il paese potrebbe ritrovarsi con una popolazione di circa 1.600.000, mentre il numero di adulti in età lavorativa potrebbe essere lo stesso di quelli in pensione, una situazione che “nessuna economia al mondo potrebbe reggere”, aveva affermato il vice capo dell’Agenzia di statistica della Bosnia, Fadil Fatic nei mesi scorsi. L’epidemia che ha gravemente accresciuto il numero dei disoccupati potrebbe provocare un ulteriore aumento dell’emigrazione.

La guerra ai migranti nel Mediterraneo

Nel quadro di un rafforzato contenimento e controllo dei flussi migratori le autorità europee hanno ulteriormente strumentalizzato la crisi da COVID-19 per normalizzare le pratiche esistenti di non-assistenza in mare e per continuare a violare il principio di non respingimento rafforzando la militarizzazione dei confini grazie al costante uso di dispositivi tecnologici altamente sofisticati per l’individuazione di persone che tentano di attraversare le frontiere, come confermato dal  quotidiano britannico The Guardian e ripreso e analizzato da Antonio Mazzeo, il 27 novembre, sul Blog NO MUOS.

Il 20 ottobre 2020 Frontex ha affidato al colosso aerospaziale Airbus e a due società israeliane il servizio di “sorveglianza aero marittima” con l’utilizzo di droni per intercettare le imbarcazioni di migranti che attraversano il Mediterraneo. Le operazioni dovrebbero prendere il via dai primi mesi del 2021 dopo una serie di prove tecniche che i contractor effettueranno nell’isola greca di Creta. Due i contratti sottoscritti, entrambi del valore di 50 milioni di euro: il primo con il consorzio Airbus Israel Aerospace Industries (IAI), il secondo con l’azienda privata Elbit Systems Ltd. di Haifa. Il veicolo, che risponde all’ossessione del controllo e della sorveglianza e segue alla sostanziale eliminazione di un sistema istituzionale di ricerca e soccorso in mare, sarà dotato di sistemi elettro-ottici per le missioni diurne ed infrarossi per scopi notturni; di un radar per il pattugliamento marittimo fornito ancora dall’israeliana IAI e di apparecchiature di comunicazione e trasmissione delle informazioni in tempo reale. La piattaforma utilizzerà un collegamento diretto per i voli all’interno della linea di visibilità (Line of Sight – LOS) e uno satellitare per i voli oltre la linea di visibilità (Beyond Line of Sight – BLOS), mentre le informazioni raccolte saranno trasmesse al centro di comando e controllo di Frontex e ai centri delle Guardie costiere dei paesi UE.

Per rafforzare l’automatizzazione e la disumanizzazione dell’odierna guerra ai migranti e alle migrazioni, prosegue Mazzeo nella sua analisi, Frontex punta anche all’uso degli aerostati. Dopo una serie di test effettuati dall’isola di Samos nell’Egeo orientale in collaborazione con la Guardia Costiera della Grecia, Frontex ha deciso di lanciare entro il 2021 un progetto pilota per valutare l’efficienza e i costi delle piattaforme aerostatiche per il controllo delle frontiere e per “modificare ed ottimizzare le apparecchiature già testate”. È stato così pubblicato un bando di gara (codice Frontex/OP/612/2020/JL) per “affittare due aerostati per la sorveglianza marittima e ambientale in vista di un secondo progetto pilota supportato dallo Stato ospite, la Grecia”. Il valore del contratto è di 3.010.000 euro per una durata di dodici mesi, comprensivi del personale tecnico destinato all’esecuzione dei test. L’ultima tranche triennale di “Horizon 2020” relativa al cosiddetto “piano di sicurezza della società” ha quindi destinato 118 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca nella Border and External Security che “identificherà le attività di ricerca indirizzate a ridurre le lacune e le vulnerabilità nei settori della sorveglianza e della consapevolezza situazionale; della biometrica, della cybersecurity e della disponibilità e scambio delle informazioni”.

Un programma di studio sociologico-sicuritario è “Perceptions”(Understand the Impact of Novel Technologies, Social Media, and Perceptions in Countries Abroad on Migration Flows and the Security of the EU & Provide Validated Counter Approaches, Tools and Practices), finanziato con i fondi di “Horizon 2020” con 4.994.652 euro. Grazie a questo progetto si identificheranno le “false” narrazioni, i “miti” fatti circolare dai social media e dai nuovi network della comunicazione che possono influenzare le decisioni sulla migrazione in Unione Europea, in modo da sviluppare in ambito UE raccomandazioni di ordine politico e piani d’azione.

Un progetto di ampia prospettiva, quindi, che permette alle politiche dell’UE di fare un deciso salto in avanti nell’azione di contrasto all’immigrazione il cui prezzo in violazione dei diritti umani è ancora tutto da misurare, ma le cui premesse risultano alquanto inquietanti.

La tragedia greca

In questo preoccupante quadro d’insieme la situazione in Grecia risulta particolarmente critica se non drammatica. Nel mese di ottobre, dopo gli incendi nel campo di Moira a Lesbo, dure piogge si sono abbattute sull’isola allagando il nuovo campo costruito dal governo greco con il supporto di UNHCR, che nel mese di ottobre ospitava circa 7.500 persone, ed in cui non era stato ancora predisposto un sistema di drenaggio. Ai primi di novembre non erano ancora stati predisposti nuovi servizi igienici e le docce mancavano del tutto. L’elettricità è garantita solo poche ore al giorno mentre le tende sono posizionate talmente vicine da non garantire adeguate vie di fuga in caso di emergenza.

Nel frattempo continuano i respingimenti verso la Turchia che nel mese di ottobre, secondo la denuncia Human Right Watch, ha coinvolto anche agenti dell’agenzia Frontex. Nel rapporto presentato da HRW si sostiene che ai migranti è stato impedito di raggiungere il suolo europeo o sono stati respinti dalle acque europee. Questa situazione risulta ancora più grave se si pensa che solo pochi mesi prima l’agenzia per la tutela delle frontiere aveva dichiarato ufficialmente che non era stato segnalato alcun abuso ai danni di migranti da parte delle guardie di confine greche o della polizia e delle guardie di frontiera di altri paesi membri, mentre indagini documentate dal giornale tedesco Der Spiegel mostrano “che i funzionari di Frontex sono a conoscenza delle pratiche illegali delle guardie di frontiera greche, e sono in parte coinvolti nelle stesse e almeno in sei casi le squadre di Frontex hanno per lo meno assistito senza reagire ai respingimenti alla Turchia di barche di immigrati che cercavano di raggiungere le isole greche del Mar Egeo”.

Da molti anni si raccolgono evidenze delle violenze commesse dalla polizia e da uomini non identificati, dei centri di detenzione “informali”, dell’abbandono delle persone su piccole imbarcazioni alla deriva nel mare egeo. Questi eventi si ripetono, sono tuttora in corso, come lo erano nei mesi scorsi quando Ursula von der Leyen definì la Grecia “scudo” d’Europa, con la complicità di Frontex.  “Il fatto che Frontex possa essere diventata complice di abusi ai confini della Grecia è estremamente grave”, ha detto Eva Cossé, ricercatrice per l’Europa occidentale presso Human Rights Watch. “Il consiglio di amministrazione di Frontex dovrebbe avviare rapidamente un’indagine sul coinvolgimento di Frontex in azioni dirette o per ignorare o coprire abusi”.
Il 12 novembre il Mediatore europeo Emily O’Reilly ha aperto un’indagine: “In particolare, l’indagine valuterà l’efficacia e la trasparenza del meccanismo di reclamo di Frontex per coloro che ritengono che i loro diritti siano stati violati nel contesto delle operazioni di frontiera di Frontex, così come il ruolo e l’indipendenza del “responsabile dei diritti fondamentali” di Frontex

Nel frattempo  l’UE ha firmato un accordo per la costruzione di nuove strutture al fine di sostituire i campi sovraffollati a Lesbo, Samos, Chios, Leros e Kos, mentre, sempre più allarmato per la situazione, il Comitato anti-tortura (CPT) del Consiglio d’Europa il 19 novembre ha pubblicato un rapporto su una visita in Grecia avvenuta nel marzo 2020 in cui sono espresse vive preoccupazioni per le “carenze strutturali nella politica di detenzione degli immigrati della Grecia. I migranti continuano a essere trattenuti in centri di detenzione composti da grandi celle sbarrate, zeppe di letti, con scarsa illuminazione e ventilazione, servizi igienici e bagni fatiscenti e rotti, prodotti per l’igiene personale e materiali per la pulizia insufficienti, cibo inadeguato e nessun accesso all’esercizio quotidiano all’aperto. La situazione è stata ulteriormente aggravata dall’estremo sovraffollamento in molte delle strutture. Inoltre, ai migranti non sono state fornite informazioni chiare sulla loro situazione”. Il CPT osserva inoltre che: “famiglie con bambini, bambini non accompagnati e separati e altre persone vulnerabili (con una malattia fisica o mentale, o donne incinte) erano detenute in condizioni spaventose senza un sostegno adeguato”.

Come se non bastasse, le autorità greche risultano non essere a conoscenza della sorte di 32.574 richiedenti asilo respinti. In una conferenza stampa il 19 novembre, il primo ministro Mitarakis ha spiegato la situazione riferendosi ai problemi di rimpatrio e alla sospensione turca delle riammissioni nell’ambito dell’accordo UE-Turchia da marzo con il pretesto della pandemia.

A completare il quadro si aggiunge l’ufficializzazione del progetto del governo di Atene di aggiungere 26 chilometri di barriere al muro di dieci chilometri già esistente al confine nord orientale con la Turchia dal costo di 63 milioni di euro, e di assumere altri 400 agenti di frontiera da collocare sempre al confine con il paese anatolico.

Di fronte a questa situazione e a seguito della drammatica vicenda del campo di Moira con il suo sovraffollamento e la sua quasi totale distruzione a causa di un incendio, molte restano le questioni aperte, più che mai a seguito della presentazione a settembre del Patto su Immigrazione e Asilo dell’UE che intende caratterizzarsi, nelle parole della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, come una svolta delle politiche in questo delicato settore. Il centro di studi e ricerca Migration Policy Institute a questo proposito ha sollevato una serie di interrogativi sulla capacità reale dell’Europa di poter gestire tale complessa materia senza affrontare il sistema internazionale di protezione e l’assetto giuridico con cui vengono interpretati e gestiti i movimenti migratori proprio lungo la rotta balcanica e non solo. Da parte nostra vorremmo riprenderne gli aspetti più rilevanti:

In primo luogo, anche se i nuovi arrivati ​​ricevono una decisione rapida sulla loro domanda di asilo, dove nell’Unione europea e a quali condizioni vivranno i richiedenti asilo respinti quando non possono essere rimpatriati rapidamente? E per il 50% circa dei casi la cui procedura di asilo si trascina per mesi, se non anni, dove saranno ospitati?

In secondo luogo, soluzioni rapide al sistema di asilo europeo, per quanto desiderate dopo cinque anni di negoziati e soluzioni ad hoc alle tragedie in mare e a terra, semplicemente non esistono

Ultimo elemento ma non meno importante, è difficile immaginare come i leader dell’UE e gli Stati membri che ancora sostengono un approccio comune dell’UE all’asilo possano lanciare il patto ed essere ancora presi sul serio in tale ambizione se la situazione di Moria non viene risolta. 

Se Moria persiste come concetto – con i richiedenti asilo impediti di proseguire il movimento altrove in Europa – questo diventa un pilastro integrale della futura pratica di asilo dell’UE, qualunque cosa sia scritta sulla carta.

Bosnia: cronistoria di una crisi umanitaria annunciata

I paesi balcanici erano riusciti a limitare almeno l’impatto della prima ondata di covid-19 ma da metà giugno 2020 la situazione si è aggravata. Per gli autocrati della regione, l’epidemia è servita anche da pretesto per aumentare ulteriormente abusi autoritari, in particolare verso i migranti. Il peso politico delle scelte sanitarie è rilevante, con chiusure, limitazioni alla circolazione assunte a diversi livelli amministrativi e in certi casi contestate, e le conseguenze economiche e sociali sono sempre più pesanti.
In questa situazione i movimenti dei migranti lungo la rotta balcanica sono diventati drammaticamente più difficili, se ancora fosse possibile, e le politiche di contenimento altrettanto drammaticamente hanno assunto un andamento convulso, di cui è ancora una volta emblematico il caso bosniaco, per diversi motivi.

Il 18 novembre i giornali riportavano la notizia di un omicidio e un ferimento per accoltellamento  di due cittadini bosniaci a Ilizdja, vicino a Sarajevo, compiuti presumibilmente da un gruppo di migranti, scatenando le reazioni dei socialnetwork,  mentre Balkaninsight pubblicava un articolo sulla morte di almeno 21 migranti nei primi  nove mesi del 2020 lungo la rotta bosniaca nel tentativo di raggiungere l’Europa.

La situazione si è quindi aggravata dopo mesi in cui le proteste della popolazione crescevano contro le occupazioni di case vuote o di edifici abbandonati, i discorsi sull’ “invasione” si amplificavano e diverse forze politiche – sia partiti sia gruppuscoli attivi on line – reclamavano politiche di controllo più incisive, espulsioni (il governo bosniaco ha recentemente finalizzato un accordo con il governo pakistano per la riammissioni di cittadini pakistani irregolari sul territorio bosniaco). Ora si invoca il divieto di circolazione, azioni urgenti e politiche unitarie tra i diversi livelli amministrativi per fermare “l’aggressività dei migranti” che è stata rivolta contro i cittadini bosniaci, non più soltanto “tra di loro”.

È interessante seguire, in un rimbalzo di responsabilità tra livelli istituzionali la cronistoria delle fasi di una crisi umanitaria prevedibile, in cui come sempre gli attori in gioco sono molti.

Il ministro della sicurezza del Consiglio dei ministri Selmo Cikotic aveva dichiarato in agosto dopo una visita di due giorni al cantone di Una Sana la priorità, al fine di controllare e ridurre l’ingresso di migranti in Bosnia ed Erzegovina dalla Serbia e il Montenegro, di rafforzare la sicurezza del confine orientale, per frenare l’escalation della crisi dei migranti mediante una cooperazione efficiente delle autorità locali e cantonali con le istituzioni centrali, “in modo che i cittadini possano percepire un maggior grado di sicurezza”. Ma quasi contemporaneamente le autorità cantonali insistevano sulla mancata condivisione delle responsabilità da parte sia del governo centrale, sia dell’UE e lo scontro tra le due entità bosniache (la Federazione e la Republika Srpska), che si accusavano reciprocamente di non fermare i movimenti dei migranti, aveva come esito che questi ultimi venissero bloccati in una terra di nessuno, respinti dal Cantone Una Sana che non li lasciava passare  e impossibilitati a tornare indietro.

A metà settembre il presidente della Repubblica Srpska, Zeljka Cvijanovic, dichiarava che l’entità non poteva accettare migranti perché non c’erano le condizioni per il loro alloggio, e che la questione poneva problemi di sicurezza e di salute pubblica. Quindi era necessario proteggere i confini.

Intanto veniva resa pubblica la decisione di chiudere i centri Bira a Bihać e Miral a Velika Kladuša, trasferire i minori di Bira al centro di accoglienza Duje vicino a Doboj mentre gli adulti sarebbero stati trasferiti al campo Lipa e di nuovo si dava come motivazione la salvaguardia della “incolumità dei cittadini”, la difesa dei loro beni, e la protezione contro la violenza dei migranti. Ma nei social network e in alcuni siti esplicitamente antimigranti si segnalava che l’operazione sarebbe stata difficile “poiché utilizzano applicazioni mobili e GPS per il loro movimento.  Comunicando con i gruppi che hanno già superato una certa area, vengono a sapere esattamente dove sono posizionati i posti di blocco e le pattuglie della polizia e in questo modo li aggirano con successo”. Le categorie del discorso erano esattamente quelle di una guerra.

Il primo ottobre l’UE condannava fermamente il trasferimento dei migranti dal centro di accoglienza temporanea Bira di Bihać a Lipa, e l’abbandono di centinaia di persone senza un riparo e senza accesso all’assistenza di base, definendole azioni unilaterali che amplificano la crisi umanitaria, mettono a rischio le misure di protezione del COVID-19 e peggiorando gravemente la situazione generale della sicurezza. “Queste azioni sollevano preoccupazioni molto serie per quanto riguarda la mancanza di rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani” e ancora: “la struttura di Lipa non è mai stata designata come centro di accoglienza dal Consiglio dei ministri. L’UE si aspetta che il competente ministero della Sicurezza della Bosnia-Erzegovina adotti urgentemente tutte le misure necessarie per prevenire il manifestarsi di una crisi umanitaria, garantire un riparo a tutte le persone bisognose, compresi i minori non accompagnati, facilitare l’assistenza umanitaria e fermare ulteriori sfratti. L’UE si aspetta inoltre che le violazioni della legge siano debitamente indagate e lo Stato di diritto sia rispettato. L’UE ha fornito un notevole sostegno alla Bosnia-Erzegovina per gestire la migrazione e l’asilo. L’UE esorta le autorità della Bosnia-Erzegovina a tenere fede ai loro impegni. L’UE continuerà a sostenere tutti i cittadini della Bosnia-Erzegovina nell’affrontare la difficile situazione, peggiorata a causa delle recenti azioni delle autorità”.

Parole dure, ma appunto parole, tanto che tre settimane dopo la autorità cantonali confermavano “azioni di dissuasione” contro un ulteriore afflusso di migranti nel territorio, divieto di trasporto di migranti, divieto di raduni di migranti nelle aree pubbliche, azioni per prevenire ulteriori ingressi dei migranti nel centro Miral di Velika Kladuša, il tutto con l’obiettivo di una sua graduale chiusura e l’avvio di azioni per dichiarare Lipa un centro per l’accoglienza di migranti illegali, invitando l’OIM e l’UNHCR a trasferire lì container e altre attrezzature. Per ora il luogo – a oltre 40 km dalla città – è organizzato con tende da oltre 200 posti ognuna, rumorosi generatori per l’aria calda e la luce e con continue lunghe file di migranti in ogni momento in cui è scandita la giornata.

Intanto la Serbia posizionava filo spinato al confine della Macedonia del Nord e OIM e la Croce Rossa lanciavano un’operazione umanitaria di distribuzioni di generi di prima necessità nel cantone di Una Sana con il sostegno dell’Unione europea, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere tutti (sono stati stimati 250 squat). Peter Van der Auweraert, Capo della Missione dell’OIM in Bosnia ed Erzegovina precisava: “resta necessaria un’azione urgente per aumentare la capacità di accoglienza ufficiale in Bosnia ed Erzegovina, nell’interesse sia dei migranti che della popolazione locale, in particolare nel cantone di Una Sana”. Si stima infatti che più di 3.000 migranti dormano all’addiaccio, con una situazione di sovraffollamento nei centri di accoglienza ufficiali dopo la chiusura del centro di accoglienza Bira. Tutto già sentito e visto.

Le istituzioni bosniache hanno affermato a fine ottobre che erano presenti 6.377 migranti nei centri di accoglienza temporanea.

In questo panorama convulso il 15 novembre si sono svolte in Bosnia Erzegovina le elezioni amministrative, in attesa delle quali ogni decisione politica e sanitaria locale era stata sospesa. Si è assistito a qualche cambiamento e all’emergere di nuovi soggetti politici ma probabilmente non se ne deve esagerare la portata, i partiti nazionalistici potrebbero aver affrontato crisi interne e di consenso proprio con la formazione di nuove forze politiche in parte indipendenti, che quindi sarebbero interpretabili più come espressione di strategie che di rinnovamento reale della politica bosniaca.

Tuttavia bisogna anche riconoscere che nuove figure si sono candidate e in molte città i candidati sindaco – maschi – sono stati numerosi, segno di vivacità civica di alcuni contesti.  Ci sono state anche conferme. A Bihać è stato confermato il sindaco uscente che ha gestito in questi anni la “crisi dei migranti”, creando tra l’altro centinaia di posti di lavoro per la popolazione locale, mentre il candidato “anti-migranti” ha ottenuto poche centinaia di voti. Anche a Velika Kladuša è stato confermato il sindaco uscente, il famigerato Fikret Abdić, 81 anni, esponente del “neofeudalesimo” jugoslavo e postjugoslavo, protagonista negli anni ’80 della  gigantesca crescita e del catastrofico fallimento della cooperativa agricola Agrokomerc, fondatore durante la guerra degli anni ’90 della Repubblica Autonoma della Bosnia Occidentale, condannato per crimini di guerra e in carcere fino al 2016, eletto sindaco nello stesso anno, è stato nuovamente arrestato nel giugno 2020 per sospetti di corruzione e di abuso d’ufficio.

Qualcosa si sta muovendo?

Dall’inizio dell’anno a fine settembre 2020 la polizia di frontiera ha respinto 8.463 persone che hanno tentato di entrare illegalmente in Bosnia Erzegovina, mentre al confine con la Slovenia sono stati “rintracciati” dalle forze dell’ordine italiane quasi 3.400 migranti irregolari, a fronte dei 2.700 dello stesso periodo del 2019 (+ 23%). E sempre nei primi nove mesi del 2020 sono state attuate quasi mille “riammissioni” in Slovenia, contro le 250 del medesimo periodo 2019. Dietro a questi dati dei ministeri degli interni ci sono i pushback sui quali probabilmente circola maggiore informazione nell’opinione pubblica grazie a un lavoro costante e meticoloso di monitoraggio e di denuncia da parte di diverse organizzazioni. Un segnale molto atteso dopo tante denunce è arrivato dalla commissaria europea Johansson che dopo l’ennesimo rapporto sugli abusi compiuti in Croazia ha dichiarato che deve essere garantito che la protezione delle frontiere europee non comporti violazioni dei diritti.
È sorprendente che solo a fine ottobre 2020 l’attenzione di varie agenzie europee si concentri finalmente sul problema del cosiddetto “monitoraggio” delle azioni di polizia, per anni realizzato con cospicui finanziamenti europei da parte di controllori che erano gli stessi controllati. 

L’inchiesta avviata a circa metà novembre dovrebbe concentrarsi sulle risposte europee alle denunce di maltrattamenti e su ciò che la Commissione Europea mette in campo per assicurarsi che le autorità croate rispettino i diritti umani fondamentali nelle operazioni di controllo delle frontiere.

C’è da aggiungere che a giugno il Guardian aveva riferito che la Commissione aveva nascosto ai membri del Parlamento europeo che il governo croato non aveva speso i soldi stanziati per la supervisione della polizia di frontiera. La Commissione ha tempo fino al 31 gennaio 2021 per rispondere a una serie di domande dell’Ombudsman europeo, in particolare su come è garantito il rispetto dei diritti umani fondamentali al confine croato.

Il principio di indipendenza dei monitoraggi e delle inchieste è stato finora ignorato, mentre dai Balcani alle frontiere tra Francia e Italia, nel mediterraneo centrale, tra Spagna e Marocco, alla frontiera tra Italia e Slovenia, tra Austria e Slovenia, in Bulgaria le minacce, le umiliazioni, le detenzioni arbitrarie gli abusi si sono intensificati e sono diventati più violenti. Chi sono i responsabili finora impuniti?

Si dovrebbe finalmente arrivare a un meccanismo di monitoraggio indipendente del sistema di controllo europeo delle frontiere che ne documenti le violazioni, cosicché non possa più essere affermato da alti funzionari europei che c’è un problema di “evidenze” poiché le polizie dichiarano sistematicamente che “non c’è nessun incidente!” (qui la registrazione del webinar Pushbacks & Rights Violations at Europe’s Borders: From Evidence to Action by Refugee Rights Europe, RRE).

Certamente la questione del monitoraggio è cruciale, tuttavia il problema dei pushback è parte di una struttura complessa che sembra confermata dal nuovo Patto per l’Immigrazione e l’Asilo presentato dalla Commissione Europea e di cui abbiamo già detto, il quale rischia di alimentare proprio il modello dei grandi centri alle frontiere esterne dell’Unione europea, con i Balcani ancora di più attori dei processi di esternalizzazione, “cani da guardia” dell’Unione Europea, la quale si farà ancora carico di tutti i costi dei flussi nei paesi “parcheggio”/discarica, accentuando la fragilità delle semiperiferie europee (tale fragilità è confermata dalle relazioni pubblicate a inizio ottobre con il “pacchetto allargamento”, che conferma la “fatica dell’allargamento”.

È evidente che i tentativi di spostare l’attenzione mediatica alla lotta ai “trafficanti”, come disse a settembre la ministra Lamorgese a Trieste, fingendo di non sapere che le reti internazionali di smuggler sono un elemento di questo sistema, risulta quanto meno una mancanza di presa d’atto della realtà.

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