I talebani hanno ucciso mio fratello. Non illudetevi, non sono cambiati

Il dramma di Valijan fuggito dal Paese nel 2009. Ora è a Brescia come mediatore culturale
Trascrizione dell’articolo di Massimo Lanzini per il Giornale di Brescia di venerdì 20 agosto 2021

“I talebani hanno ucciso mio fratello. La mia famiglia è chiusa in casa, sono terrorizzati. É un incubo, sono tornati feroci come allora. I loro capi vogliono mostrare un volto nuovo, ma lontano dagli occhi dei giornalisti e delle televisioni loro vanno casa per casa e uccidono”.

Valijan oggi ha 26 anni, quando è fuggito dall’Afghanistan era il 2009. Da allora non è più tornato in patria, non ha più visto la sua famiglia: “Volevo fare un viaggio l’anno scorso, ma con il virus è saltato tutto”. Da anni a Brescia lavora come mediatore culturale.

L’incubo
In questi giorni drammatici il suo corpo è qui con noi, ma il suo cuore e i suoi pensieri sono tutti per i suoi familiari e per il suo paese. Racconta: ”É come un sogno terribile, non riesco a convincermi che tutto questo stia succedendo davvero. Ma è successo. Quando ho visto cosa stava succedendo in Afghanistan sono riuscito con gran fatica a mettermi in contatto con i miei parenti. Ho scoperto così che i talebani venerdì scorso hanno ucciso mio fratello. Aveva solo 19 anni.

Com’è accaduto? “La mia famiglia vive fuori Kabul, in una zona dove tradizionalmente i sostenitori dei talebani non sono molti. É per questo che loro sono entrati nei nostri paesi e hanno prelevato tante persone, tanti ragazzi. Fra loro c’era anche mio fratello. Quando ha visto che non tornava a casa, la mia famiglia ha cominciato a cercarlo. Hanno trovato il corpo solo due giorni dopo: i talebani lo avevano portato da un’altra parte e l’avevano ucciso.”

Verso l’Italia
La storia di Valijan è drammaticamente simile a quella di troppi altri giovani afghani. Ricorda: “Mio padre e mio fratello più grande non stavano con i talebani. Per questo eravamo sempre minacciati, non vivevamo sicuri e allora la mia famiglia mi ha fatto scappare”. Un viaggio terribile. “Sono partito nel 2009. Sono stato anni in Iran, poi in Turchia. Non avevo documenti, vivevo facendo piccoli lavori, non sapevo cosa sarebbe stato il mio futuro. Poi la Balkan Route, con la Bulgaria e la Serbia. E finalmente l’Italia dove sono arrivato nel 2015”.

A Brescia Valijan entra in un progetto SPRAR (ora SAI) gestito da ADL a Zavidovici, a cui è ancora oggi legato nel suo lavoro da mediatore culturale.

L’appello
Bisogna che la gente sappia – continua Valijan – che in Afghanistan sono ricominciate cose terribili. Non fidiamoci di cosa raccontano in televisione i capi talebani. Cercano di mostrare il volto tranquillo, ma sul terreno è ricominciata la caccia a chi non sta con loro, vanno di casa in casa, cercano le donne”. Il paese è ripiombato nell’incubo. “I miei familiari raccontano che in Afghanistan la gente non si immaginava che le cose potessero tornare così drammatiche. Tutto è precipitato troppo in fretta. Ci sentiamo completamente abbandonati da tutti, è come se il mondo si fosse girato dall’altra parte”.

In che condizioni vivono oggi i civili? “Non c’è sicurezza, non possono uscire, spostarsi, andare a lavorare. Non c’è sicurezza e già comincia a mancare cibo, non ci sono aiuti. Nei giorni scorsi ho sentito un mio familiare e ho provato a capire come mandargli almeno un po’ di soldi. Impossibile: non escono di casa e non possono andare a Kabul a ritirare gli aiuti.”

Che fare quindi? “In questi giorni la cosa più importante è aprire velocemente corridoi umanitari per permettere a chi è in pericolo di lasciare il paese. Ma non basta. Bisogna anche che il mondo capisca che il destino non è solo un problema degli afghani, è un problema di tutti”.

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