L’Afghanistan che oggi vorremmo capire | Approfondimento

A cura di Laura Galeotti (ADL a Zavidovici)

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Vent’anni fa, nella valle afghana di Bamiyan[1], nell’area centrale del Hazarajat, distante circa 230 km da Kabul, i Talebani distrussero due statue millenarie di Buddha scolpite nella pietra arenaria, perché considerate pericolosi simboli di idolatria.

Questo fatto fece il giro del mondo e divenne un tassello fondamentale per costruire una nuova immagine del gruppo fondamentalista che di lì a poco avrebbe preso il potere nel sud del Paese, deciso ad imporre uno stato islamico ed a sfidare ogni fazione esterna.

Fatti come questo sono serviti a descrivere un Afghanistan rude e violento, in mano ai Signori della Guerra, dove le donne sono sempre state vittime di soprusi da parte dei fanatismi religiosi, soffocate da una cultura patriarcale, che le ha costrette all’isolamento sociale.

Pertanto non stupisce che agli occhi del mondo Occidentale l’Afghanistan sia divenuto famoso per il suo fondamentalismo religioso e il terrorismo di matrice islamica, che a loro volta hanno contribuito a diffondere tra i mujaheddin di tutto il mondo un’ideologia comune, rafforzando il senso di coesione e cementificando il mito del jihad armato.

Nei primi anni del XXI secolo, il Paese veniva descritto come una nazione arretrata e bisognosa di aiuto da parte degli eserciti stranieri e, ancora oggi, questa è l’idea che la maggior parte degli Occidentali continua ad avere. Ci troviamo, infatti, di fronte a un paese prevalentemente agricolo, dove l’estremismo e la violenza la fanno da protagonisti, lasciando le popolazioni inermi alla loro mercé.

I media hanno enfatizzato molto questo lato, forse però a discapito di un aspetto altrettanto importante ossia la sua posizione strategica e le conseguenti mire internazionali; da sempre, infatti, questa terra è stata una meta ambita dalle potenze dominanti, le quali tuttavia non sono mai riuscite a conquistarla completamente, tanto da diventare famosa come “la tomba degli imperi”.

Quando poche settimane fa le televisioni di tutto il mondo hanno annunciato il ritiro dei convogli internazionali per fine agosto, in molti hanno pensato che il caos[2] e la violenza di questi giorni avrebbero potuto non avere fine, privando gli afgani della possibilità di godere di quella pace e di quella solidità istituzionale che negli ultimi 20 anni, evidentemente, non si è riusciti a costruire e di cui solo la presenza occidentale era garante.

In questo periodo, hanno inoltre acquisito un’importanza sempre maggiore le organizzazioni islamiche radicali, pronte a diffondere la lotta armata con qualsiasi mezzo, e sono nati e cresciuti i Talebani – gli studenti coranici – che non rappresentano l’intera comunità afghana, ma contano sul supporto di una minoranza, prevalentemente di etnia pashtun, convinti di dover interpretare il dettato religioso in maniera estrema.

Questo breve articolo mira, in primis, a fornire una panoramica generale dell’Afghanistan e della regione centro-asiatica, cercando di mettere in luce alcuni elementi ricorrenti nella storia del Paese ed i suoi legami con le strutture costituite, per meglio comprendere sia i cambiamenti avvenuti per effetto di dinamiche interne che quelli successi per influenze esterne.

Un crocevia di popoli e una collocazione divenuta sempre più strategica

L’Afghanistan è sempre stato nei secoli un crocevia di popoli, punto di incontro di carovane, missionari, pellegrini e mercanti da tutto il mondo, luogo di sintesi culturali e contaminazioni.

Fin dal IV secolo, dopo la morte di Alessandro Magno, che aveva conquistato ampie aree centro-asiatiche, tra cui l’attuale Afghanistan, i territori dell’Impero macedone vennero smembrati in molti regni minori e questa frammentazione stimolò gli scambi commerciali tra Cina ed Europa, che trovarono nelle rotte centro-asiatiche il loro tragitto privilegiato.

Le caratteristiche geografiche del Paese mettono in luce elementi particolarmente difficili da gestire e rivelano aspri confini montani nella parte interna e panorami desertici in quella sudoccidentale. Di conseguenza la sfida più grande non è attraversare la frontiera ma attraversare le zone interne, il che si ripercuote necessariamente anche sul controllo e la gestione del territorio.

Questa conformazione oltre ad isolare, per buona parte dell’inverno, zone che rimangono invalicabili, spiega anche la grande varietà etno-linguistica del Paese e mostra una situazione particolarmente vantaggiosa per chi detiene il potere a livello locale.

Nonostante sia sempre stato un Paese basato sull’economia rurale e senza sbocchi sul mare, l’Afghanistan  si è trovato più volte a ricoprire un ruolo di grande importanza nello scacchiere internazionale ed il suo controllo è sempre stato l’oggetto del desiderio delle potenze occidentali: nell’Ottocento era diventato il luogo di scontro tra i russi e gli inglesi, nel cosiddetto “Grande Gioco”; negli anni ottanta del XX secolo è stato teatro di scontro tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e, nel decennio successivo, dopo la scoperta di importanti bacini di petrolio e gas, si è trovato ancora conteso dall’interesse delle grandi potenze internazionali.

A seguito degli attacchi dell’11 settembre, l’Afghanistan è tornato sotto i riflettori, come teatro principale della lotta al terrorismo, nonché come luogo dove “esportare” nuovi processi democratici che, secondo le intenzioni dell’allora amministrazione americana (George W. Bush), avrebbero dovuto diventare un modello da replicare anche in Iraq.

L’appartenenza etnica e la frammentazione sociale

Le migrazioni ariane ed indoeuropee in Afghanistan si sono susseguite nell’arco di tre millenni, provocando, nel corso dei secoli, la creazione di una varietà etnica consistente. Su una popolazione che conta circa 38 milioni di persone, oggi si contano oltre 50 gruppi etnici diversi, che parlano più di 30 idiomi.

I due ceppi etnici più consistenti sono i pashtun, provenienti da est (Pakistan ed India), e i tagiki in arrivo dall’ovest (Iran); seguono per importanza numerica i gruppi turco-mongolo-cinesi, a cui appartengono gli uzbeki e i turkmeni arrivati dell’Asia centrale; gli hazara, una minoranza di musulmani sciiti discendenti dei soldati di Gengis Khan che si stabilirono nella parte centrale e montuosa del paese; i nomadi kirghizi provenienti dalle alte valli del Wakhan e molte altre minoranze, come i baluci e i nuristani.

Ciascuna etnia mantiene la propria cultura e ne va fiera, considerandola superiore alle altre: ognuno si percepisce unico nel modo di agire, di vestire, di mangiare ed ogni dettaglio può diventare un segno di distinguo e fierezza. Di conseguenza, questa composita pluralità non ha solo provocato una grande frammentazione clanica-sociale tra i diversi gruppi, ma ha protratto nel tempo violenti conflitti interetnici, indebolendo ogni tentativo di fortificare una cultura nazionale omogenea.

Ogni gruppo etnico, dal punto di vista organizzativo, è strutturato in maniera concentrica e suddiviso in tribù, ossia realtà collettive che riconoscono una discendenza maschile egalitaria e guidate da un leader, chiamato khan, scelto per le sue capacità militari, oratorie e comunicative. Inoltre, ciascuna tribù è un organismo aperto, capace di cambiare ogni volta che si presenta la necessità attraverso alleanze, matrimoni di interesse, favori reciproci e disgregazioni.

Il khan non ha potere decisionale assoluto perché la tribù risponde in primo luogo alla Jirga ovvero all’assemblea decisionale. La Jirga può essere convocata a diversi livelli ed a determinarne l’ampiezza e la natura dei partecipanti è il tema di discussione: quando si discutono temi minori siedono, in posizione paritaria, tutti i maschi adulti coinvolti, mentre in una disputa che coinvolge più tribù partecipano solo i capifamiglia. Generalmente, le decisioni tendono al ristabilimento della quiete ed al compromesso tra gruppi, per evitare eventuali lacerazioni e drastiche rotture socio-politiche.

Alla luce di quanto sopra, si può capire meglio la difficoltà delle istituzioni centrali nel mantenere il controllo di territori a loro volta gestiti da forme di governo parallele e distribuite in maniera così capillare da non trovare un vero canale di comunicazione. Pertanto, la debolezza del potere centrale che ne deriva e lo stesso ruolo dello Stato, andrebbero (ri)considerati in antitesi con le molteplici logiche etniche presenti sul territorio.

Va infine sottolineato che l’esistenza di una minaccia comune, sia costituita dal Governo che tenta di imporsi sulla periferia, sia proposta dall’esercito straniero che invade il Paese, può diventare un elemento collante per le tribù, tanto da comporre un precario e momentaneo senso di appartenenza.

Onore e controllo sociale

Secondo la percezione afghana, l’onore non definisce solo la reputazione ed il prestigio di un gruppo e dei suoi componenti, ma dipende anche dalla capacità dello stesso di proteggere la proprietà di Zan, Zar e Zamin[3], (donne, oro, terra) e parte del controllo sociale viene esercitato in particolare verso la popolazione femminile.

L’onore del gruppo infatti non dipende solo dalla castità delle donne nubili e dalla fedeltà di quelle coniugate, ma addirittura dalla loro obbedienza. Ogni forma di rifiuto è intesa come un’offesa e il principio d’onore diventa la giustificazione di consuetudini androcratiche e patriarcali, che provocano continue discriminazioni e violenze.

Molte delle restrizioni a cui sono sottoposte le donne afghane vanno oltre una lettura stringente del dettato coranico e, nel corso degli anni, né le figure politiche, né quelle religiose si sono interessate ad eliminare questa forma di disparità. Ancora oggi le donne hanno una scarsissima libertà di movimento, in poche possono andare a scuola, sono usate come merce di scambio in caso di dispute, vengono date in moglie senza il loro consenso, non hanno diritto al divorzio e non hanno i diritti di successione (riconosciuti invece dalla sharia). Inoltre, il fenomeno dei matrimoni delle spose bambine contribuisce all’altissimo tasso di mortalità materna (1.600 morti su 100.000 parti).

Brevi accenni di storia: da confederazione tribale a Stato moderno

Nel VII secolo, le conquiste islamiche oltrepassarono il fiume Oxus, trasformando la regione in un nuovo centro culturale musulmano, anche grazie alla presenza di luoghi santi di riferimento come Bukhara, Khiva e Samarcanda. La conversione all’Islam fu completata sotto due dinastie persiane e nel periodo successivo la pace della regione fu sconvolta dalle conquiste militari.

Nel 1220 le truppe di Gengis Khan saccheggiarono Herat ed avanzarono fino a Balk, un altro florido centro artistico e la rasero al suolo. Dopo la morte del grande khan, Tamerlano creò una nuova dinastia che governò i territori dell’Asia centrale e della Persia fino al XV secolo, generando ulteriori fusioni interculturali, questa volta tra i gruppi persiani e quelli centro-asiatici. Tra il XVI e XVII secolo, parte di queste aree furono inglobate dall’Impero Safavide e altre ancora entrarono sotto l’influenza dell’Impero Moghul.

La scoperta di nuove rotte marittime diversificò gli interessi commerciali, riducendo l’importanza della Via della Seta; molte zone urbane centro-asiatiche caddero quindi in un lungo periodo di abbandono, di cui approfittarono i poteri locali e gli ambienti tribali. In particolare i pashtun seppero organizzarsi in un’entità politica indipendente, nelle zone meridionali dell’Afghanistan.

Solo nel 1747, dopo il ridimensionamento dell’Impero Moghul e lo sgretolarsi dell’impero persiano di Nader Shah, l’Afghanistan diventò un impero monarchico fondato dal gruppo dei pashtun. Il leader agiva per conto degli interessi delle tribù e, come all’interno dell’unità tribale, anche in questo caso rimaneva in carica solo se era in grado di dimostrare un vero interesse nei confronti del proprio gruppo.

Per gran parte del XVIII secolo, il regno pashtun iniziò ad essere minacciato da ingerenze esterne, in particolare, in quel periodo, la dinastia cagiara cercò a più riprese, con l’aiuto russo, di riprendersi i territori orientali, senza tuttavia ottenere grandi successi. Iniziò così quello che Sir. Arthur Conolly, spia inglese in Persia, chiamò il “Grande Gioco”, ossia quell’insieme di operazioni spionistiche, intrighi e piani di conquista svoltesi in Asia Centrale tra l’Impero Britannico e quello Zarista per stabilizzare i rispettivi domini regionali.

Gli inglesi invasero due volte l’Afghanistan, nel 1839 e nel 1878, ottenendo in entrambe i casi una vittoria militare, senza però riuscire ad conseguire un reale controllo del Paese. Nel 1893 furono imposti dagli inglesi e dai russi i confini a sud-est con la cosiddetta “Durand Line” (dal nome del segretario degli esteri indiano che la disegnò) che divise l’etnia pashtun in due nazioni diverse, l’Afghanistan ed il Pakistan, generando immediate rivolte che vennero sedate solamente dopo due anni di interventi militari.

Lo stesso accadde al confine occidentale, quello verso la Persia, dove la divisione tracciata dagli inglesi divise i gruppi dei baluci, dei turkmeni e dei farsiwan in stati diversi.

I confini del nuovo paese furono così definiti a tavolino dalle potenze straniere, frantumando in spazi diversi molte etnie e causando conseguentemente forti rivendicazioni.

Nei decenni successivi, venne dapprima avviata una fase di modernizzazione con riforme significative da cui nacquero delle divisioni politiche che, più o meno, rispecchiano la bipartizione occidentale, ma ben presto la parentesi monarchica si concluse e nel 1973, Mohammed Zahir Shah scappò in esilio e il paese finì per essere assorbito dall’influenze sovietica.

Le diverse esperienze comuniste che si alternarono videro l’emergere di una massiccia opposizione finanziata ora dalle amministrazioni statunitensi, ora dalla monarchia saudita; i guerriglieri afgani cominciarono ad essere fortemente foraggiati ed armati dalle potenze straniere ed iniziò la seconda fase del “Grande Gioco”.

L’invasione sovietica e l’emergere della figura di Osama bin Laden

Il 1979 fu un anno cruciale per l’Afghanistan e l’area circostante. In quell’anno si verificarono tre importanti avvenimenti che stravolsero l’assetto regionale: la rivoluzione khomeinista in Iran, che rappresentò un simbolo per tutto il mondo musulmano, in quanto dimostrazione che una rivoluzione islamica era veramente possibile; l’invasione sovietica dell’Afghanistan ed un terzo episodio, che pochi ricordano, quale l’occupazione a novembre della sacra moschea della Mecca da parte di un gruppo armato. L’occupazione durò un paio di settimane e fu repressa nel sangue da Riyad.

L’invasione sovietica, iniziata il 30 dicembre 1979, divenne il pretesto per chiamare in causa migliaia di volontari da tutto il mondo, disposti a difendere un paese musulmano e combattere in nome dell’islam a fianco dei mujaheddin armati. In questo clima di fermento politico ed ideologico si formarono le coscienze di due capi dell’estremismo islamico, il palestinese Abdallah Azzam e il cittadino saudita Osama bin Laden.

Azzam fu il mentore di bin Laden, aveva una profonda conoscenza religiosa ed era stato anche professore universitario di cultura islamica a Jedda, dove presumibilmente i due si conobbero. Si pensa che Azzam sia stato il vero ideologo del fondamentalismo del gruppo di al-Qaeda. Il suo continuo richiamo a pensatori radicali medioevali come Ibn Taymiyya diedero robustezza ed autorità alle teorie in favore della lotta armata. Ibn Taymiyya aveva, infatti, già sostenuto la necessità di patrocinare un jihad armato e sancì una fatwa per cui la battaglia era obbligatoria anche contro i falsi musulmani apostati.

L’islamismo politico di quegli anni fu sorretto anche dalla teologia islamica della liberazione di pensatori come Ali Shariati e Hanas Hanafi, che prefigurarono un’alternativa politica islamica, senza però diventare sostenitori della militanza.

I principi teorizzati da Azzam furono fatti propri da bin Laden che su di essi costruì la strategia di al Qaeda, riscrivendone completamente le idee e dimostrando una netta involuzione concettuale rispetto al suo mentore. Il jihadismo di Osama bin Laden prefigurò un nuovo orientamento religioso che, pur prendendo le origini dalla religione musulmana, se ne allontana radicalizzandone molti aspetti[4]. Si trattava quindi di una vera e propria strumentalizzazione del discorso religioso che ne piegava, secondo i propri fini, le interpretazioni.

Nonostante sia nato nella ricchezza, bin Laden abbandonò ben presto lo stile di vita adottato dalla maggioranza dei membri della sua famiglia, per rispettare i dettami più intransigenti dell’Islam. Nel 1984 fondò a Peshawar “la Casa dei sostenitori”, la cui missione era di fungere da prima stazione dove i nuovi volontari, arrivati per combattere, potessero essere accolti e iniziare il loro addestramento. Il gruppo di bin Laden allestì un ufficio per registrare i nomi dei combattenti, al fine di averne una lista completa e poter informare le famiglie di eventuali perdite; questo registro era chiamato “al-Qaeda” (punto di riferimento), termine che può essere tradotto con molteplici significati, tra cui anche “la base” o “la fondazione”.

Grazie al fatto che la sua famiglia aveva da sempre lavorato nel campo dell’edilizia, dove si era arricchita notevolmente, bin Laden riuscì a portare con sé bulldozer, scavatrici e trivellatrici per creare nuove strade di accesso, spianando il terreno e costruendo campi di addestramento quello di Tora Bora.

I dieci anni di guerra con l’Unione Sovietica si conclusero con un nulla di fatto, Mosca non riuscì ad imporre il suo controllo e quando i soldati si ritirarono, lasciarono la regione centro asiatica nel totale caos: in Afghanistan oltre un milione e mezzo di persone erano morte; il Pakistan aveva iniziato una campagna enorme di militarizzazione; il confine della Durand Line era in mano ai contrabbandieri di armi e di droga; il finanziamento dell’estremismo islamico esasperò l’odio settario tra sunniti e sciiti e Osama bin Laden aveva trovato asilo in Sudan.

L’ascesa dei Talebani

Il potere talebano nel Paese crebbe notevolmente negli anni seguenti, anche grazie al loro appoggio al contrabbando con Iran ed Asia Centrale. Nello stesso periodo, molte potenze del Golfo, ciascuna per ragioni diverse, decisero di finanziare il gruppo fondamentalista; tra queste, l’Arabia Saudita mirava a stemperare la presenza sciita ed a mantenere vivo il sentimento wahhabita nell’intera regione.

Nel corso di pochi anni, da semplice gruppo di contrabbandieri, i talebani conquistarono sempre più province e, anche se privi di un vero programma politico e socio economico, divennero il gruppo dominante nel Paese.

Avevano una visione della gestione del potere e della strutturazione piuttosto semplicistica, basata sulla mera osservanza della Sharia, la quale avrebbe risolto ogni problema. Accusarono i burocrati e gli intellettuali di aver distrutto il paese ed essersi venduti all’Occidente e basarono il loro potere su un aspetto prettamente coercitivo, ripudiando ogni forma di dissenso ed eliminando gli oppositori con esecuzioni sommarie.

Con l’obiettivo di creare uno stato islamico puro, vietarono ogni attività ricreativa, dalla musica alle gare di aquiloni, imposero la barba agli uomini, introdussero nuove discriminazioni contro le minoranze religiose e nei confronti della popolazione femminile, fu limitato il diritto di movimento delle donne e alle bambine oltre gli otto anni fu vietato di andare a scuola, il che rese la metà della popolazione invisibile e provocò pesanti conseguenze socioeconomiche.

Nel 1996 il leader degli studenti coranici, il Mullah Omar, decise di ospitare Osama bin Laden in Afghanistan definendolo “un ospite del popolo afgano” e stringendo, di fatto, un matrimonio di interesse con l’estremismo religioso di al Qaeda.

Osama bin Laden aveva bisogno di una forte autorità che gli desse un riconoscimento politico e protezione, mentre i talebani cercavano delle nuove risorse finanziarie e nuovi supporti internazionali.

Successivamente si andò sviluppando un’economia basata sul contrabbando ed il narcotraffico, perché da semplice luogo di transito, l’Afghanistan divenne il principale produttore mondiale di oppio. Dopo qualche dubbio inziale, infatti, i talebani permisero la coltivazione del papavero, facendola diventare la loro principale fonte di entrata.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’amministrazione americana annunciò una guerra contro il terrorismo, con chiaro riferimento al regime talebano ed il 7 ottobre ebbe inizio l’operazione Enduring Freedom, volta a catturare i vertici di al Qaeda. Nel corso del conflitto gli obiettivi della campagna militare furono modificati per conciliarli a strategie più ampie e furono promosse l’esportazione della democrazia e la sostituzione del regime talebano con un governo che fosse più rappresentativo della popolazione.

La ricostruzione politica e sociale del Paese

Concluso il conflitto, durato pochi mesi, la presenza militare internazionale nel Paese aumentò notevolmente e le cancellerie straniere cercarono di ridefinire il futuro politico ed istituzionale dell’Afghanistan con la nomina di un governo transitorio.

Iniziò così un lungo percorso di ricostruzione politica, che si concluse nel dicembre del 2005 con l’inaugurazione del primo Parlamento afghano, con grande orgoglio da parte delle potenze occidentali che si dicevano trionfanti di fronte a questo grande successo[5].

A destare preoccupazioni però sul processo di democratizzazione in Afghanistan c’erano troppi elementi vincolanti, tra cui: la presenza di figure conservatrici; sistemi giudiziari solo apparentemente democratici, che a fatica garantivano il pieno rispetto dei diritti umani e l’influenza delle potenze straniere che rincorrevano obiettivi geostrategici contrapposti[6].

Seduti in Parlamento non c’erano infatti solo progressisti, intellettuali e giovani donne ma spiccavano alcuni esponenti del passato, tra cui Abdul Rab Rasul Sayyaf, sostenitore di Osama bin Laden, che promuoveva un programma sociale oscurantista molto vicino al movimento talebano. Nella camera bassa, inoltre, il partito più influente era Hezb-e islami, che negli anni ‘80 si era arricchito con i finanziamenti sauditi e statunitensi, il cui leader, il comandante Hekmatyar, si era macchiato più volte di stragi contro i civili; anche se il gruppo si era formalmente allontanato dal suo passato, rimaneva il dubbio che il carisma e il pragmatismo di questo capo influenzasse ancora molte decisioni.

La costituzione fu il frutto di un compromesso che voleva accontentare, da una parte le figure ultraconservatrici e dall’altra i Paesi occidentali, che sostenevano la ricostruzione dell’Afghanistan, rallentando di fatto ogni progresso a causa di questa forte ambiguità. Ci si è trovati di fronte alla versione aggiornata del “Grande Gioco”, dove il presidente Karzai ha dovuto gestire la presenza di molte potenze straniere in un panorama fitto di tensioni. Da una parte Cina, Russia ed India, intente a circoscrivere le ambizioni unipolari della Casa Bianca, dall’altra le continue frizioni tra Arabia Saudita ed Iran preoccupate di rafforzare il proprio modello a discapito dell’altro.

Il ritiro delle truppe occidentali e il nuovo governo al potere

Negli ultimi vent’anni la presenza occidentale ha tentato di ristabilire un ordine interno e di promuovere la formazione di contesto istituzionale credibile, nella salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Con l’avanzata delle milizie talebane, però, il governo in carica ha mostrato tutte le sue debolezze ed è scoppiata una crisi istituzionale, che il concomitante ritiro delle truppe internazionali, ha acutizzato.

I talebani, che noi oggi vediamo mostrarsi in televisione e che chiedono di essere legittimati, appaiono molto diversi da quelli di vent’anni fa. Non sono un gruppo di semplici contadini disposti ad accontentarsi del riconoscimento di tre paesi, ma sembrano essere una leadership sofisticata con una capillare rete di intelligence che è stata capace di preparare la loro ascesa, negoziando con tutti i grandi capi tribù locali e rafforzando la loro legittimazione interna.

Nella prima conferenza stampa internazionale, tenutasi in mondovisione, si sono presentati aprendo le porte ad un’amnistia generale, hanno parlato del ruolo delle donne, del rifiuto di una vendetta contro i dissidenti e di un’apertura verso il mondo esterno. Forse, oggi a noi non resta che aspettare per capire chi sono questi nuovi portavoce, con la chiara consapevolezza che sarà necessario dover aprire un dialogo politico e confrontarsi con loro per ripensare al nuovo futuro del paese.

Note

[1] Era marzo del 2021 quando i talebani fecero crollare le due statue.

[2] Storia che sembra riproporre lo scenario del dicembre del 1979 quando a ritirarsi erano le truppe sovietiche e a ciò sono successi anni di guerriglia tra i cd “signori della guerra”, coloro che gestivano i maggiori traffici clandestini.

[3] Elisa Giunchi, Afghanistan. Storia e società nel cuore dell’Asia, Carrocci, 2006.

[4] La letteratura è molto ampia, ma in particolare si vedano alcune opere di Andrea Plebani tra cui La galassia fondamentalista: tra jihad armato e partecipazione politica, Marsilio, 2015.

[5] In particolare il presidente Bush l’ha definito la prima grande vittoria contro il terrorismo

[6] Si pensi alla strategia americana che mirava al consolidamento regionale delle sue basi militari e, dall’altro canto la presenza di Cina e Russia intente a limitarne l’avanzamento. Oltre a queste tre grandi potenze va citato l’Arabia Saudita che vedeva nell’Afghanistan la possibilità di espandere il fondamentalismo wahhabita a discapito dell’influenza sciita.

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