Zavidovići città in movimento? Zavidovići grad u pokretu?
A cura di Sladjan Ilić, Maria Perino, Simona Sordo | Novembre 2021
Nel corso del 2020-2021 è proseguito il progetto Orti familiari che caratterizza da anni le attività di cooperazione di ADL a Zavidovići e che è continuato nel tempo con azioni di formazione e assistenza alle donne impegnate in attività di orticoltura, al fine di aumentare la produzione e la qualità dei prodotti per autoconsumo e piccole vendite. La sicurezza alimentare, la sostenibilità e la produttività del lavoro agricolo familiare costituiscono infatti una risorsa fondamentale per molte famiglie, in un contesto di stagnazione economica, di tassi di emigrazione tra i più alti al mondo e di grave deprivazione di ampie fasce della popolazione.
Il progetto fu avviato sei anni fa quando la Bosnia Erzegovina visse una catastrofica alluvione. Oggi il paese continua a essere tra i più esposti di tutta Europa a questi rischi. Sforzi per ridurli ve ne sono stati, ma spesso limitati a progetti internazionali dei quali non sempre le istituzioni locali si sono fatte realmente carico.
Gli effetti della pandemia di Covid-19 hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita di gran parte della popolazione, spingendo in particolare le donne delle aree rurali ad incrementare la produzione di ortaggi e frutta su piccoli appezzamenti di terreno.
Come di consueto è stato proposto un questionario alle beneficiarie del progetto, quest’anno rivolto ad esplorare il fenomeno dell’emigrazione.

Balcani e processi migratori: mobilità, spopolamenti, esodi
Il fenomeno emigratorio dei cittadini del Sud Est europeo è uno degli elementi fondamentali di comprensione dell’assetto contemporaneo di queste società e si è consolidato nel tempo: secondo le proiezioni attuali, entro il 2050 la popolazione bulgara si sarà ridotta del 39% dalla fine del comunismo, quella della Romania del 30%, quella della Bosnia del 29%, quella della Serbia del 24%, quella dell’Albania del 18% e via di questo passo. […] È crescente la carenza di manodopera. In molte, se non tutte, le regioni dei Balcani, il lavoro non manca, non è però né ben retribuito né a buone condizioni. Ma il denaro non è l’unico motivo per cui si parte. I sondaggi mostrano infatti una mancanza di fiducia nel futuro. Il settore della giustizia è corrotto, l’istruzione è di basso livello e i sistemi sanitari non stanno migliorando, e poiché è facile ed economico andarsene, la gente lo fa. Non tutti se ne vanno definitivamente. La facilità con cui si può viaggiare e lavorare legalmente, così come i voli a basso costo, hanno dato origine a una nuova forma di pendolarismo. […] Nel breve periodo i governi dei paesi dei Balcani non sembrano preoccuparsi del problema, anzi. Chi lavora e vive all’estero manda a casa le rimesse, il numero di disoccupati scende. (T.Judah, Region to watch 2020: i Balcani)
Il World Migration Report 2020 di IOM conferma l’andamento della Bosnia Erzegovina che, insieme con Lituania e Lettonia, registra il più forte declino della popolazione nel decennio 2009-2019.
Figura 1 – Primi 20 paesi con il più grande cambiamento proporzionale di popolazione in Europa, 2009 – 2019. Fonte: World Migation Report 2020

E nel rapporto 2022 si evidenzia inoltre che la BosniaErzegovina risulta essere nel 2020 il paese europeo che ha avuto la quota maggiore di emigrati rispetto alla popolazione, certamente a causa delle guerre degli anni ’90, ma anche di situazioni più recenti.
Figura 2 – I primi 20 Paesi di migrazione europei 2020

I movimenti migratori dalla Jugoslavia sono un elemento della storia di quelle società. Negli anni ‘60 quando la Jugoslavia aveva legalizzato la migrazione di forza lavoro, centinaia di migliaia di persone partirono come gastarbeiters, non necessariamente con l’intenzione di stabilirsi nei luoghi di emigrazione, ma molti di fatto lo fecero. Significativi movimenti verso il Veneto e il Friuli si ebbero negli anni ’70 e con diverse ondate, più che flussi costanti, negli ultimi tre decenni. Nel 2009-2010 ad esempio, quando l’Unione europea ha permesso ai cittadini dei paesi dei Balcani Occidentali – ad eccezione del Kosovo – di circolare nello spazio Schengen senza necessitare di visti turistici, o dal 2015 con l’apertura del mercato tedesco ai lavoratori dei Balcani occidentali. Nel 2015 infatti, la Germania, con l’approvazione di un regolamento apposito, ha facilitato la Westbalkanregelung, l’ottenimento dei permessi di lavoro per cittadini di tutti i paesi dei Balcani Occidentali in presenza di un contratto di lavoro e senza particolari requisiti di riconoscimento delle qualifiche o conoscenza del tedesco. Il provvedimento, che include Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo e Albania ha contribuito ad aprire dei corridoi legali in cui incanalare flussi che precedentemente ricorrevano alla procedura d’asilo. Oggi il 25% circa degli stranieri attivi sul mercato del lavoro tedesco sembrerebbe provenire proprio dai Balcani Occidentali.
Tuttavia ciò che sta accadendo oggi è molto diverso dal passato. I paesi balcanici nel passato mostravano le classiche caratteristiche demografiche ed emigratorie dei paesi poveri. Nascevano molti figli e l’emigrazione allentava la pressione sulla terra e sulle risorse e le popolazioni hanno continuato ad aumentare. Oggi mostrano contemporaneamente i sintomi sia dei paesi ricchi che di quelli poveri. Questo è senza precedenti. Le persone nei Balcani vivono a lungo, non tanto quanto nei paesi più ricchi d’Europa, ma molto più a lungo che nei paesi più poveri. Allo stesso tempo, proprio come nei paesi più ricchi, i tassi di fertilità sono crollati. Ma mentre i paesi occidentali compensano il calo dei tassi di natalità e l’emigrazione con l’immigrazione, poche persone immigrano nei paesi balcanici. (T. Judah, Bye-Bye, Balkans: A Region in Critical Demographic Decline)
La popolazione complessiva della Bosnia Erzegovina secondo le stime dell’Ufficio statistico nel 2020 era di 3.475.000 residenti, che scendono a 3.280.000 secondo le Nazioni Unite. Lo stesso Ufficio statistico nel 2017 ha calcolato che erano 1.700.000 le persone nate in Bosnia Erzegovina ed emigrate all’estero.
Il tasso di natalità e degli iscritti nelle scuole primarie e secondarie è in calo.
Le piramidi di età elaborate dalle Nazioni Unite sulle dinamiche demografiche danno un quadro evidente.
Figura 3 – Piramide di età della popolazione della BosniaErzegovina 1950, 1990, 2020, 2030. Fonte: Population.un.org


Se gli andamenti tra 1950 e 1990 indicano un miglioramento delle condizioni di vita, la situazione al 2020 e la proiezione al 2030 evidenziano l’assottigliarsi della base demografica. La piramide si trasforma in un esile rettangolo. I dati seguenti, con aggiustamenti rispetto alla sotto enumerazione censuaria, raggruppano la popolazione per fasce di età ed evidenziano la crescita dell’età mediana.
Figura 4 – Popolazione totale, età mediana e fasce di età della popolazione della BosniaErzegovina per anni

Transizioni
Le guerre degli anni ’90 produssero nella sola Bosnia Erzegovina due milioni tra profughi e sfollati, la metà circa degli abitanti in quegli anni. I “ritorni” di circa un milione di persone secondo i dati dell’ambizioso programma delle Nazioni Unite non hanno prodotto nel tempo i risultati sperati specialmente in termini di ricomposizione della cittadinanza che invece è stata suddivisa nelle due Entità che costituiscono lo stato. Tante case riacquisite sono state rivendute da parte di chi nel frattempo era stato obbligato dalla guerra a spostarsi secondo i piani di spartizione etnonazionale dei territori. Città e villaggi hanno così cambiato la loro fisionomia socio demografica quando, passati i primi anni post bellici segnati da un certo ottimismo verso la “transizione” che avrebbe dovuto portare consolidamento democratico e crescita economica, le persone hanno ripreso ad andarsene.
Dopo la guerra infatti, molte città bosniache come Zavidovići, persero le loro industrie che davano lavoro a migliaia di persone e le persone persero ciò che potremmo chiamare “l’accesso alla vita socio-economica della loro città”. Il processo prese avvio con le forme di violenza economica di guerra che, nel caso bosniaco, si manifestarono nella confisca dei beni sociali, nella deprivazione materiale, nei traffici criminali, nella distruzione industriale. La mancanza di riparazione per questo tipo di violenza, unita agli interventi da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ha cementato “l’ingiustizia socio-economica dopo il conflitto”. Istituzioni come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno infatti limitato le politiche redistributive e i programmi sociali e in generale gli approcci internazionali alla giustizia del dopoguerra e al processo di costruzione della pace non sono riusciti a contrastare questa dimensione. La Bosnia Erzegovina soffre ancora le conseguenze a lungo termine della violenza socio-economica: deindustrializzazione, perdita dei diritti sociali e delle tutele dei lavoratori, smantellamento delle comunità attraverso l’emigrazione, ecc. La situazione attuale è, da un lato, il prodotto della dissoluzione della Jugoslavia e della guerra con tutte le sue conseguenze politiche, ma, dall’altro, il riflesso di un particolare approccio internazionale alla “transizione” verso la pace e la democrazia liberale che favorisce la riforma del mercato a scapito della giustizia socioeconomica. (A. Cateux, La Bosnie-Herzégovine, 25 ans après Dayton (2/12): intervention internationale et exigence de justice sociale)
Privatizzazioni semi criminali, reti clientelari dei partiti, “cleptocrazie” inducono all’emigrazione. Il processo in atto di “svuotamento” non è infatti solo una questione di occupazione e salari. I bosniaci emigrano a causa del futuro molto incerto della regione, perché non vogliono più vivere in un paese dove le leggi non sono applicate, dove gli atti illegali non sono sanzionati, dove molti ricevono un salario per funzioni che non esercitano, dove prevale il nepotismo.
Questo esodo non sembra disturbare i dirigenti politici del paese. Ci sono tre gruppi: quelli che non hanno un lavoro, quelli che ne hanno uno ma mal pagato e quelli che hanno un buon lavoro, remunerato in modo corretto, ma temono l’insicurezza politica e trovano impossibile crescere adeguatamente i propri figli in un paese come la Bosnia Erzegovina (J-A. Dérens, L. Geslin, Cet exode qui dépeuple les Balkans, Le Monde Diplomatique, Juin 2018).
Si parte per lavorare in nero nella vicina Slovenia o in un altro paese dell’Unione Europea. Abbiamo detto che la Germania nel 2015 ha adottato un regolamento sui Balcani Occidentali grazie al quale un cittadino proveniente da quest’area geografica può, a certe condizioni, ottenere un posto di lavoro. Tale politica ha ridotto le richieste di asilo – le quali provenivano anche da questi paesi! – e tra la fine del 2015 e settembre 2017 ha visto assegnati 101.000 contratti di lavoro a candidati provenienti dai Balcani. La maggior parte di questi contratti riguardavano il campo dell’edilizia, dei servizi sanitari e della gastronomia.
Tra il 2013 e il 2017 150.000 persone hanno lasciato la Bosnia Erzegovina, mentre i giovani tra i 25 e i 30 anni che nel 2017 se ne sono andati dal Paese sarebbero 10.000. Sono dati raccolti da ong impegnate in queste analisi tra la popolazione e le autorità locali, poiché i dati ufficiali sono, anche secondo le dichiarazioni dello stesso ufficio statistico nazionale, molto carenti.
Le rimesse intanto aumentano: per sostenere i familiari rimasti, per economie di sopravvivenza, per costruire una casa che rimane vuota in vista del ritorno che come sempre accade nei processi migratori, probabilmente non avverrà. Come si può vedere nella figura 5 gli emigranti costituiscono la base per l’afflusso di una fonte di denaro stabile e prevedibile e un’importante ancora di salvezza finanziaria per le famiglie. Le rimesse rappresentano infatti un’ampia porzione del prodotto interno lordo degli Stati dell’Europa Sudorientale.
Figura 5 – Afflussi di rimesse in percentuale del PIL – Europa sudorientale – 2019. Fonte migrationpolicy.org

D’altra parte, il mercato del lavoro giovanile in Bosnia Erzegovina è caratterizzato da un alto livello di disoccupazione, ampi divari di genere e un’elevata quota di posti di lavoro temporanei che creano una situazione precaria per i giovani, anche laureati. La situazione, che si è aggravata con la pandemia di
Covid-19, è più grave di quella presentata dalle statistiche ufficiali (fig. 6) poiché molti cittadini e molte cittadine non si iscrivono alle liste di disoccupazione, determinando percentuali meno alte di quelle reali.
Figura 6 – Il mercato del lavoro in BosniaErzegovina – 2019/2020 (in %). Elaborazione dati dal sito www.rcc.int

Zavidovići una città tra qua e là
Alla fine dell’800 l’Impero Austro-Ungarico iniziò lo sfruttamento dell’enorme patrimonio boschivo intorno a Zavidovići. Diverse aziende, anche i “Morpurgo e Parente”, una ditta di Trieste, ottennero concessioni per lo sfruttamento delle foreste. C’erano tedeschi, ucraini, italiani, cechi, russi, polacchi …. erano presenti in città ventotto diverse nazioni per attività commerciali e servizi.
Nacque una prima segheria, la “Krivaja”, cresciuta fino ad avere negli anni ’80 più di 12.000 tra operai e impiegati, con succursali negli Stati Uniti, Germania, Francia e Algeria. Questo univa le persone che vivevano del loro lavoro. Il sindacato organizzava le vacanze estive dei figli dei dipendenti, le associazioni giovanili, i lavori collettivi – anche sulle ferrovie. – delle “brigade”. Una brigada di Zavidovići si chiamava “Luigi Longo”…
La “Krivaja” ha resistito alle guerre degli anni ’90. Ma non al dopoguerra.
Quando nel 2008 una ditta locale vinse la gara di appalto e fece un accordo di joint venture con il Governo della Federazione, i lavoratori rimasti erano circa 2000.
Tra i debiti dell’azienda c’erano molti anni di stipendi e contributi non pagati. Per essere assunti nella nuova società, i lavoratori hanno dovuto firmare una dichiarazione in cui si impegnavano a non fare causa alla ditta. Tutti firmarono tranne un gruppo di 172. Il contenzioso durò due anni, durante i quali la nuova ditta non poteva essere ufficialmente registrata.
Nel 2010 sembrò che la situazione si fosse risolta ma nel 2012 fu dichiarata la bancarotta della società e la proprietà fu di nuovo messa in vendita in 7 lotti separati.
Nel 2014 un gruppo di 5 ditte locali ha creato la “Krivaja Mobel”. Sono rimasti 1050 operai. Ma “Krivaja Mobel” non ha mai iniziato a funzionare e la situazione è sospesa nei tribunali
Il 29 agosto 2015 un incendio ha devastato il settore di costruzione di case prefabbricate che dava lavoro a circa 200 persone. Nel corso dei due anni successivi si sono svolti i lavori di ricostruzione e il lavoro è ripreso.
Altre piccole fabbriche sono nate dalla privatizzazione e frammentazione del kombinat.
Come in tutta la Bosnia Erzegovina, la situazione per le imprese è molto difficile.
135 imprese hanno chiuso in Bosnia-Erzegovina tra il 20 ottobre e l’11 novembre 2021, secondo i dati ufficiali del tribunale. Di queste, la metà è in liquidazione, l’altra metà ha già chiuso. Studi dentistici, agenzie immobiliari, ristoranti, produttori di materiali da costruzione o servizi informatici… Tutti i settori sono interessati e il numero di chiusure è aumentato negli ultimi mesi. “Anche se l’economia sta ricominciando a riprendersi, molti datori di lavoro che sono riusciti finora ad affrontare la crisi sono stremati dalla pandemia e non sono più in grado di superare i loro problemi e pagare le bollette”, osserva Vladimir Blagojević, dalla Camera di Commercio della Republika Srpska. In risposta, il governo della Federazione di Bosnia ed Erzegovina ha annunciato il 20 settembre una dotazione di 52 milioni di euro per sostenere l’agricoltura, l’imprenditoria e l’artigianato. A questo vanno aggiunti 15 milioni di euro che dovrebbero essere presto distribuiti a 80 comuni per far fronte alle conseguenze locali della pandemia. Da parte sua, il governo della Repubblica Srpska ha annunciato a metà novembre la creazione di tre fondi del valore di 250 milioni di euro, nell’ambito della “preservazione delle imprese”. Altre opzioni dovrebbero essere messe sul tavolo nei prossimi mesi, in particolare grazie a un trasferimento di 308 milioni di euro concesso a fine agosto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) per aiutare il Paese a superare la crisi del Covid -19, e una dotazione di 250 milioni da Bruxelles per stimolare la ripresa socio-economica. Ma per molti esperti questi aiuti arrivano troppo tardi. L’economista Damir Miljević ricorda che molte aziende private non hanno ricevuto quasi nessun aiuto per mesi, mentre nel settore pubblico i soldi hanno continuato ad essere utilizzati per finanziare investimenti a volte inutili. “Non c’è da stupirsi che oggi abbiamo una massiccia partenza di intere famiglie e persone che rinunciano a fare affari qui.” A ciò si aggiunge la crisi energetica e l’aumento dei prezzi del gas, dell’elettricità e delle materie prime, che fanno temere il peggio a molti artigiani, micro e piccole imprese con meno di dieci addetti, che rappresentano oltre l’80% delle strutture commerciali della Bosnia Erzegovina.
La situazione migratoria a Zavidovići è di difficile definizione per i problemi ai quali abbiamo già accennato legati alla raccolta dati e alla registrazione dei trasferimenti all’estero, pertanto dobbiamo considerare soltanto indicativi i dati seguenti.
Un confronto tra i censimenti del 1991 e del 2013 evidenzia un generale calo della popolazione nella municipalità di Zavidovići e un cambiamento della composizione a seguito degli spostamenti imposti dagli schieramenti nazionalistici durante la guerra. La componente bosgnacca che era già in netta maggioranza arriva ad essere oltre il 90 per cento degli abitanti mentre cala drasticamente la componente serba dal 22 per cento all’1,6. Negli anni successivi il quadro si è confermato.
Figura 7 – Municipalità di Zavidovići. Confronto censimenti 1991-2013 http://www.statistika.ba/. Da notare che il calo della popolazione tra i due censimenti è anche dovuto al fatto che alcuni villaggi sono diventati parte della limitrofa municipalità di Zepce.

Alcuni risultati di ricerca locale
Nella primavera 2021 è stato realizzato un questionario a cento donne che vivono nelle Comunità Locali coinvolte nel progetto Orti Familiari 2021.
Figura 8 – Fasce di età partecipanti al progetto Orti Familiari 2021
|
fasce di età |
numero |
|
18 – 22 |
0 |
|
23 – 30 |
6 |
|
31 – 39 |
19 |
|
40 – 49 |
29 |
|
50 – 59 |
30 |
|
60 – 69 |
15 |
|
70 – … |
1 |
|
totale complessivo |
100 |
Figura 9 – Stato civile partecipanti al progetto Orti Familiari 2021
|
stato civile |
numero |
|
sposata |
90 |
|
nubile |
2 |
|
vedova |
7 |
|
divorziata |
1 |
|
totale complessivo |
100 |
30 delle persone che hanno risposto al questionario avevano fatto un’esperienza di migrazione interna, in altre municipalità o Comunità Locali della municipalità di Zavidovići durante la guerra del’92-’95 e negli anni successivi, prevalentemente per un periodo compreso tra 2 e 5 anni. Possiamo affermare che si tratta di una migrazione forzata, di sfollate costrette a lasciare il proprio villaggio con i familiari, 3 da sole.
14 persone – di cui 8 a causa della guerra e delle sue conseguenze – erano emigrate all’estero negli anni passati, con i familiari, per periodi che vanno da brevi permanenze fino a oltre 5 anni.
Queste migrazioni che interessano direttamente le intervistate sono terminate intorno al 2015 quando si sono intensificate le partenze dei familiari, specialmente dei figli e delle figlie.
55 donne su 100 dichiarano di avere un familiare emigrato all’estero.
Ogni persona può avere più familiari emigrati, e in tempi diversi. Conteggiando solo per tipologia, si hanno:
22 e 11 intervistate con rispettivamente figlio/i o figlia/e emigrati/e; 10 con il marito all’estero; 22 con fratelli e sorelle, 6 con altri familiari.
Dove si va? Prevalentemente in Slovenia e Croazia, seguite da Germania, Austria e Lussemburgo. In qualche caso nei paesi del Nord Europa, fino all’Australia in un caso e in un altro negli Stati Uniti. Solo tre persone dichiarano di avere familiari in Italia. Questo perché i questionari sono stati realizzati in specifiche Comunità Locali che hanno specifiche destinazioni secondo i meccanismi delle catene migratorie.
Le risposte alla domanda: chi ha dato informazioni per andare in quel posto? confermano infatti la centralità delle catene migratorie. Le persone si sono spostate per ricongiungimento o in base a contatti familiari, di parenti lontani, di vicini di casa. E non si va genericamente in Croazia o in Lussemburgo, ma in specifiche località dove già vivono non dei generici connazionali, ma persone che provengono dalla stessa municipalità o dalla stessa Comunità Locale. Se qualcuno è andato prima, poi ci sono gli altri… dipende dal villaggio.
Il datore di lavoro è in molti casi parte del processo, stimola la catena migratoria con la richiesta personale di dipendenti, alimentando così un’organizzazione basata sul lavoro immigrato di persone che presentano e propongono nuovi lavoratori con i quali hanno qualche tipo di legame, anche “debole”, e che li aiutano a “inserirsi nel sistema”.
Solo una persona dichiara che il familiare ha trovato lavoro tramite internet.
I ritorni e la stessa struttura del processo migratorio sono plasmati dalle diverse distanze. I movimenti pendolari sono frequenti, altri si possono definire stagionali, mentre chi è più lontano rientra una volta all’anno o meno. Da notare che chi lavora nell’edilizia deve fare degli spostamenti interni nel paese di immigrazione seguendo i cantieri.
La sistemazione abitativa di chi è pendolare o stagionale consiste spesso in appartamenti condivisi in base ad informazioni raccolte di persona o sulle pagine di Facebook.
Un altro aspetto che abbiamo esplorato ha riguardato la tipologia dei lavori svolti prima dell’emigrazione e poi nel paese di immigrazione. 25 intervistate su 55 dicono che il familiare o i familiari emigrati erano disoccupati (in particolare erano disoccupate le figlie), gli altri erano collocati in piccole aziende, o nei servizi.
L’emigrazione ha comportato una netta concentrazione nel settore edile, seguito a notevole distanza dai servizi – alberghieri e infermieristici. Un testimone ha affermato che la domanda di lavoro in Germania si sta orientando anche ad altre attività connesse con l’edilizia – elettricisti e piastrellisti – e adesso cercano nella logistica, cioè magazzinieri e consegna pacchi.
Una considerazione a parte merita la situazione delle figlie emigrate: prevalentemente disoccupate, o studentesse a Zavidovići, nel paese di immigrazione si sono inserite nei servizi sanitari ma bisogna sottolineare che chi si è spostata perché aveva il marito o il futuro marito all’estero è ancora disoccupata, confermando come la mobilità per ricongiungimento familiare incida negativamente sull’inserimento lavorativo.
In generale i dati del questionario sono confermati dalle testimonianze raccolte.
Meglio un lavoro all’estero che fare l’università qua dice un’insegnante descrivendo un’opinione diffusa, tanto che se anche la qualità dell’insegnamento è scadente, come pare sia in molte scuole, i genitori non protestano, serve solo il diploma per andare all’estero. L’emigrazione è nella prospettiva dell’andarsene, più che di cercare opportunità lavorative migliori, specialmente da parte di chi ha una qualifica professionale. Una recente ricerca di Begovic et al. (2020) mostra che tra i giovani – fino ai 30 anni – le spinte principali a migrare sono infatti l’insoddisfazione verso i servizi pubblici e la percezione di una corruzione sistemica.
Fonte: Selena Begović, Lejla Lazović-Pita, Velma Pijalović & Bojan Baskot (2020) An investigation of determinants of youth propensity to emigrate from Bosnia and Herzegovina, Economic Research-Ekonomska Istraživanja, 33:1, 2574-2590.
Un altro movimento che ci viene raccontato come fenomeno sociale recente è lo spostamento dalle zone rurali a quelle urbane, di famiglie che mantengono l’abitazione e il terreno – e la residenza – e lungo la settimana vivono in città. La città non è vista come loro. Stiamo vivendo una crisi della città, afferma un pensionato che ha lavorato durante il periodo industriale di Zavidovići.
La stagnazione e il mutamento del tessuto sociale in città sarebbero infatti determinati anche da un robusto inserimento di risorse pubbliche nei villaggi, a scapito del miglioramento dei servizi cittadini. Risorse che hanno permesso di ristrutturare case e migliorare le infrastrutture nelle zone rurali, ma che non fermano il movimento verso la città: un lavoro in città, sebbene sottopagato e in nero, è preferibile all’agricoltura locale, specialmente tra le giovani.
Nelle precedenti edizioni del progetto Orti familiari avevamo affermato che il sostegno alla produzione per l’autoconsumo o il piccolo commercio potesse incentivare un passaggio intergenerazionale di saperi e competenze, soprattutto tra donne. Oggi questo obiettivo non sembra coerente con le caratteristiche assunte dal contesto e con la fortissima spinta dell’emigrazione.
Il fenomeno incide sul paesaggio. Rovine di guerra, case abbandonate, in costruzione, nuove e vuote si susseguono nella città e lungo le vie di comunicazione. Nei condomini molti appartamenti sono vuoti e chi è rimasto in autunno prepara la legna per l’inverno da accatastare ordinatamente all’ingresso. La riapertura a settembre 2021 delle scuole conferma la tendenza. Le classi si svuotano, in una Comunità Locale che tre anni fa aveva 20 bambini frequentanti il primo ciclo scolastico, ora ne restano 5.
I ritorni della “diaspora”, specialmente in estate, rianimano i condomini e le vie per alcune settimane creando un contrasto evidente con l’atmosfera degli altri mesi.

Zavidovići almeno fino a oggi non si trova sulla “rotta balcanica”, ma al centro della Bosnia che è sia il paese dove vengono bloccati che il paese di origine dei migranti, una “sala d’attesa” e un “parcheggio”, mentre i corpi bosniaci bianchi svolgono lavori di cura o di costruzione in Germania, una “discarica” per siriani, afgani e pakistani.
Ci chiediamo: Potrebbero esserci possibilità di pensare un diverso “noi” e combattere insieme come “sé periferici uniti”?
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