
Basta Slogan. La sfida dell’accoglienza si vince sul territorio
Di Antonio Trebeschi
Referente del Coordinamento Provinciale dei progetti SAI Bresciani, Consigliere comunale a Collebeato con delega ad Accoglienza e Integrazione.
Dalla rivista ACLI Battaglie Sociali n.4 dicembre 2022 / Anno 63 – n.521
Da quando l’Italia è passata da Paese di emigrazione a meta di immigrazione, la gestione dei profughi ha sempre avuto un carattere emergenziale. Alla legge Martelli, che nel ’90 ha definito il primo riferimento normativo sull’asilo, sono seguiti principalmente interventi di carattere straordinario e temporaneo, mai di programmazione strutturale, con il ciclico ricorso a Dpcm (sì, proprio loro!) per la dichiarazione dello “stato di emergenza sul territorio nazionale per fronteggiare l’eccezionale afflusso di cittadini stranieri extracomunitari giunti irregolarmente in Italia”. Una costruzione politica e mediatica dell’emergenza con una retorica che sposta l’attenzione dal soggetto reale dell’emergenza – cioè le persone che scappano dal proprio Paese e le cause della loro fuga – al soggetto mediatico e politico, cioè lo Stato e i suoi cittadini, che si sentono invasi e minacciati, come se si trattasse di una calamità naturale come un terremoto o un’alluvione.
Quest’anno si festeggia il ventennale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), costituito dalla rete di enti locali che, su base volontaria, accedendo ai finanziamenti del Fondo nazionale politiche asilo e con il supporto delle realtà del terzo settore, realizzano progetti di accoglienza “integrata”: oltre ad assicurare servizi di vitto e alloggio, offrono attività di accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso percorsi individuali di inserimento socio-economico finalizzati alla riacquisizione dell’autonomia dei beneficiari, secondo rigorose direttive nazionali.
Nei vent’anni di vita il Sistema ha avuto varie evoluzioni che ne hanno modificato nomi e caratteristiche. Così dal 2018, a seguito del “decreto sicurezza”, si è trasformato in Siproimi, con l’esclusione dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria, mentre dal 2020 ha preso il nome di Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), tornando a ricomprendere i richiedenti, cui sono, però, concessi servizi ridotti. La rete si è progressivamente ampliata raggiungendo quasi 40.000 posti, con 847 progetti che coinvolgono 719 enti. Ma la capienza è sempre stata ampiamente insufficiente rispetto alla necessità. La gran parte dei profughi, anziché usufruire dei servizi di accoglienza integrata, sono inseriti all’interno dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), istituiti teoricamente – come “misure straordinarie di accoglienza” da utilizzare solo per il “tempo strettamente necessario al trasferimento nelle strutture del Sai”. I Cas però, a dispetto del nome, sono di fatto la modalità ordinaria in cui rientra oltre il 70% delle persone accolte in Italia. A differenza dei progetti Sai, gestiti da enti non profit su affidamento degli enti locali, possono essere presi in carico anche da enti profit, su affidamento delle prefetture, beneficiano di finanziamenti inferiori e, dopo i tagli portati dal decreto sicurezza, sono tenuti a garantire solo servizi essenziali.
La quarta provincia in Italia per accoglienza
Brescia è la quarta provincia per presenza di stranieri, con circa 154.000 residenti, pari ad oltre il 12 % della popolazione, dietro soltanto a Roma, Milano e Torino. Sul suo territorio operano enti locali e realtà del terzo settore, che hanno maturato una solida esperienza di inclusione sociale, anche nell’accoglienza dei profughi. Dal 2004 sono stati avviati i primi progetti Sprar a Breno e Brescia, seguiti da Cellatica (2011), da Calvisano, Castegnato, Collebeato, Palazzolo, Passirano, Comunità Montana di Valle Trompia e Provincia (2016), Cologne e Serle (2018), per complessivi 614 posti, mentre è in fase di attivazione un progetto di 40 posti anche in Comunità montana di Valle Sabbia. Contando i Comuni che partecipano ai progetti come partner non si arriva però a 40 municipalità, sulle 205 della provincia.
Dal 2016 tutti gli enti locali titolari, con gli enti attuatori dei progetti, hanno costituito il Coordinamento provinciale dei Progetti Sprar, oggi Sai, punto di riferimento molto efficace per mettere a sistema conoscenze e rapporti e per interloquire con una voce unica con Prefettura, Questura, Servizio centrale Sai, Ats, Asst, Ufficio scolastico territoriale, enti di formazione e sindacati. Ciò ha consentito di coordinare le attività formative sia per gli operatori che per i beneficiari, gestire al meglio le procedure sanitarie durante la pandemia, promuovere un progetto comune di housing sociale e partecipare attivamente alla cabina di regia provinciale per l’accoglienza delle famiglie afghane e ucraine.
È il segno che nella nostra provincia “si continua ad accogliere nonostante il quadro normativo e politico-sociale incerto e a cercare una struttura di senso dell’accoglienza come messa in pratica dei valori di cittadinanza, che costituiscono il tessuto di solidarietà e di vincolo per ogni persona”, come spiega il Libro Bianco sull’accoglienza delle persone richiedenti e titolari di protezione internazionale in provincia di Brescia dal titolo “Progettualità Nonostante”, curato dalla direttrice del Centro di iniziative e ricerche sulle migrazioni di Brescia (Cirmib) dell’Università Cattolica Maddalena Colombo.
Dall’Ucraina, in fuga dalla guerra, sono arrivate in provincia di Brescia più di 7.000 persone, più del doppio del massimo numero di profughi accolti contemporaneamente in strutture Cas e Sai bresciani. Molti hanno trovato accoglienza presso parenti o famiglie e dovunque associazioni, parrocchie, amministrazioni comunali e anche singoli cittadini si sono attivati per dare sostegno. Una risposta così corale non si era mai vista e ha dimostrato che, quando non ci sono pregiudizi e barriere ideologiche, la solidarietà diffusa permette di moltiplicare le risposte, con grande vantaggio sia per le persone accolte che per le comunità accoglienti. Dopo un tempo così lungo però la permanenza dei profughi senza che si intravedano prospettive né di rientro né di accesso a sistemi di accoglienza finanziata dallo Stato, rischia di avere effetti dirompenti.
Serve una forte mobilitazione
Molti oggi si stanno accorgendo di quanto sia complicato per i profughi accedere a permessi, contributi e servizi e un aumento così rapido degli arrivi ha portato ulteriori rallentamenti in un sistema sottodimensionato e ingolfato già prima di questa nuova emergenza. È impensabile che non si aumenti il personale e non si riorganizzino i servizi, per garantire il diritto di chi richiede asilo, visto che a oggi vengono assegnati appuntamenti anche dopo 11 mesi, soltanto per dare avvio alla richiesta.
Si continuano ad ampliare i posti nei Cas – anche a Brescia la Prefettura ha recentemente pubblicato un avviso per raccogliere manifestazioni d’interesse – mentre si dovrebbero ampliare i posti nel Sai e lavorare perché possa finalmente diventare il sistema unico di accoglienza. Un sistema sempre in affanno, inefficiente e inadeguato non permette a molti profughi di esercitare legittimi diritti e si ripercuote negativamente anche sul resto della cittadinanza.
Occorre una forte mobilitazione per difendere il diritto d’asilo, il diritto all’accoglienza, il rispetto della dignità delle persone, delle leggi dello Stato e della Costituzione.
Serve un’azione comune, sociale, legale e giuridica che, sfidando negazioni, razzismo e indifferenza, rivendichi il diritto per chiunque a non essere respinto nelle tante frontiere esterne e interne del nostro Paese, a non diventare invisibile. È dalla tutela di diritti di tutti che dipendono coesione sociale e integrazione.

