Di Claudio Cogno

“Noi siamo la politica del fare”. Così deve aver pensato Mladic nel luglio del 1995, mentre i grandi capi (si fa per dire) erano in trattativa per spartirsi la Jugoslavia. Entrando con le sue truppe sterminò i villaggi che precedono la città di Srebrenica per finire poi il lavoro sporco nella piana di Potočari. Ma il biglietto da visita che ha lasciato a Srebrenica mi racconta di una città del “non fare”.

Sono stato varie volte a Srebrenica dopo il 1995, ogni volta pensando e desiderando e sperando che si potesse andare avanti, andare oltre.

La realtà è diversa, tutto è fermo, le case, i negozi, i marciapiedi, le strade ingrigite dal tempo e dalle ferite aperte. Le persone rimaste sono sempre meno, si vede poca gente in giro anche nei giorni del 10 e 11 luglio, i giorni della ricorrenza.

Mi chiedo: è questa la “vittoria”? Possono gioire i vincitori vivendoci? Che te ne fai delle grandi bandiere sulla via principale (praticamente l’unica) se poi non puoi goderne?  A marcare il territorio ci stanno i diversi cani randagi che ho visto in giro. Una donna bosgnacca racconta di aver incontrato un uomo responsabile del dolore per i suoi morti. Non è un caso nuovo né raro.

Questa volta sono entrato a Potočari arrivando da Bratunac, e subito ho percepito un senso di disagio. La strada che porta a Srebrenica era costellata dalle fotografie dei Serbi morti in quella guerra. Come a dire: anche noi abbiamo i nostri morti, che non sono da meno dei vostri. Non so perché ma passar di lì vuoi farlo in fretta.

Questa narrazione è terribile ed è propagandata a giustificare qualsiasi orrore: si nega o si minimizza la dittatura in Argentina e in Cile; si vende per italiana da sempre la terra jugoslava e si racconta la storia delle foibe a partire solo dal 1945; si giustifica il massacro palestinese a partire dal 7 ottobre come se prima non esistesse la politica predatoria di Israele. Altrettanto così si racconta il genocidio di Srebrenica.

A Potočari arriva molta gente nei giorni della ricorrenza, ma pochi salgono in città.

A Potočari percepisco due sentimenti: il dolore e il ritrovarsi malinconico, seppur con momenti di contentezza, degli emigrati insieme ai parenti rimasti a vivere in zona: all’arrivo vedo le nuove fosse preparate per i ritrovati, che avranno almeno una degna sepoltura, e i parenti raccolti in meditazione in mezzo alle più di ottomila stele posizionate.

Tra i cambiamenti prendo nota che il luogo del memoriale, la vecchia fabbrica di batterie, luogo del concentramento e della mattanza, è stato ritinteggiato ben bene e così se ne sono andati i segni brutali dell’orrore per favorire il decoro che tanto amiamo e che ci dà sicurezza, parola ormai distorta. Mi chiedo se è stata una richiesta di enti superiori (Europa o Usa?) o la scelta delle vittime. Non la trovo pertinente. Così come mi inquieta il passaggio di quad sulla strada con personaggi in tuta mimetica e passamontagna.

Rendo rispetto e merito invece alle persone, tutte, che si son fatte la marcia da Tuzla, su e giù dai monti fino al cimitero di Potočari, accolte giustamente con saluti e applausi sinceri. Molti alla ennesima Marcia della Pace (Mars Mira), invecchiati ma decisi a ricordare gli accadimenti, portatori di verità individuali a rivendicare la verità collettiva. Tanto ancora rimane da raccontare e chi è andato lontano ne sente il bisogno.

Tra i ragazzi giovani di Zavidovići, che incontro sull’autobus venuto a recuperare i camminanti della città, un ragazzo che ha vissuto a Padova fino a poco tempo fa mi presenta tre amici suoi che hanno fatto la marcia interamente a piedi, 200 km per i monti, in tre giorni. Si rammarica di non aver potuto partire con loro poiché aspettava una chiamata al lavoro. Gli chiedo se ha deciso di tornare a vivere al suo villaggio e annuisce, ha 19 anni e preferisce così. Poi in un’altra conversazione il giorno dopo al bar, mi dicono altri che la emigrazione continua, ma anche che alcuni tornano. Succede che andare a lavorare in Slovenia non è più conveniente: gli stipendi per i giovani stanno intorno agli 800 euro, ma affittare e mangiare costa molto. Così pure in Croazia. Lo strozzinaggio del capitale dà i suoi frutti malati. Per paradosso, bevo un caffè al bar di fronte all’hotel Krivaja, (decrepito, distrutto e depredato anch’esso ed è un gran peccato), e leggo la scritta “Cercasi Barista”. Le contraddizioni in Bosnia sono fertili e si riproducono facilmente. Le case del villaggio oltre la nuova moschea, sulla collina oltre lo stadio sono ville curate, con grandi spazi in mezzo al verde, che ormai noi ce le sogniamo qui nella ricca Lombardia. Sono case di lavoratori all’estero, magari specializzati e sicuramente bravi, operai o piccoli artigiani. Tornano, o almeno sognano di tornare prima o poi, poiché difficilmente potrebbero permettersi abitazioni così altrove. E poi i parenti eccetera eccetera.

I giorni precedenti ero stato a Tuzla, mi ha confortato il Grande Platano nella piazza principale, segno, secondo me, della resistenza degli abitanti.

Claudio Cogno è socio di ADL a Zavidovici Società Cooperativa Sociale.