NO MAN’S LAND LA NUOVA ROTTA BALCANICA IN BOSNIA ERZEGOVINA
Aggiornamenti: rafforzamento dei confini, vita nei “temporary reception camps” e nuovi movimenti – Aprile 2019
William Bonapace e Maria Perino
Leggi qui la prima parte di No Man’s Land (il reportage descrive la situazione a Febbraio 2019)
Nei primi giorni di marzo il governo bosniaco ha comunicato ufficialmente che nel corso del 2018 sono morte 12 persone tra i migranti presenti sul territorio, ma ha precisato che mancano i dati di quanti hanno perso la vita attraversando il confine e che il numero dei presenti rimasti sugli oltre 22.000 registrati nel 2018 si aggira intorno alle 3.900 persone (secondo le ONG e gli organismi internazionali presenti sul territorio, invece, sarebbero 5.500).
La fine dell’inverno ha infatti indotto molti migranti a ritentare the game, anche in Bosnia Erzegovina. Con il rischioso attraversamento del fiume Drina – il quale a causa del disgelo ha una portata d’acqua aumentata – nella zona di Zvornik, tra Serbia e Bosnia Erzegovina, e con passaggi tra i boschi nella Bosnia nord Orientale, dove è stata rafforzata la presenza della polizia. Secondo un reportage di Radio Sloboda Europa, 2.260 migranti sarebbero infatti entrati in Bosnia Erzegovina tra gennaio e febbraio 2019. Le autorità bosniache temono movimenti massicci dalla Grecia, da dove 25.000 persone potrebbero dirigersi verso il nord, e lamentano la carenza di personale alle frontiere, che dovrebbero essere sorvegliate in collaborazione tra le due Entità bosniache e Frontex. L’Ungheria si è detta disponibile a inviare guardie con il compito di condividere esperienze, competenze e materiale per montare barriere di filo spinato (https://www.slobodnaevropa.org/a/bih-madjarska-migranti/29817126.html). Per ora ha inviato 15 poliziotti di rinforzo sulla frontiera tra Serbia e Macedonia del Nord, e 30 alla frontiera tra la Macedonia e la Grecia al fine di “prevenire le migrazioni illegali e arrestare i trafficanti” (Redazione Courrier des Balkans, 5 aprile 2019).
Nel frattempo Amnesty International denunciava gli abusi della polizia sui migranti al confine tra Croazia e Bosnia (Pushed to the edge: Violence and abuse against refugees and migrants along Balkan Route; https://www.amnesty.org/en/documents/eur05/9964/2019/en/), accusando l’Unione Europea di non assumersi la responsabilità dei continui respingimenti collettivi e delle violenze come conseguenze della determinazione a rafforzare i confini europei senza considerarne i costi umani.
A questo riguardo anche NNK ha pubblicato un nuovo rapporto (febbraio 2019) sui pushbacks dalla Croazia (98 persone) e dalla Slovenia (22 persone). La metodologia è basata sui rapporti che i volontari indipendenti dell’associazione hanno con i migranti: When individuals return with significant injuries or stories of abuse, one of our violence reporting volunteers will sit down with the individuals to collect their testimonies. Although the testimony collection itself is typically with a group no larger than five persons, the pushback groups which they represent can be as large as 65 persons. We have a standardized framework for our interview structure which blends the collection of hard data (dates, geo-locations, officer descriptions, photos of injuries/medical reports, etc.) with open narratives of the abuse.
Il rapport segnala in particolare un cambiamento nelle modalità di transito che più frequentemente avvengono con mezzi pubblici. Questo ha delle implicazioni rispetto ai comportamenti della polizia. In this context, there are more witnesses to these acts of control and, in the event of a collective expulsion or an illegal use of force, there may be more evidence left behind as well. Nonetheless, it would appear that Croatian authorities ultimately respond to these shifting methods of transit with the same systematized violence applied to transit attempts which occur foot (violent push-backs, theft, and verbal abuse).
Qual è intanto la situazione nel “limbo bosniaco”?
Verso fine marzo, sul versante istituzionale, diversi sindaci bosniaci si sono riuniti a Bihac in segno di solidarietà con questo Comune, chiedendo pure loro un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i livelli delle istituzioni governative del Paese (https://www.courrierdesbalkans.fr/fil-info-refugies), evidenziando la crescente tensione che il fenomeno sta producendo nel paese ma anche la consapevolezza della necessità di dar vita a politiche coerenti e continuative nel tempo. Nel frattempo l’OIM pubblicava un bando pubblico e invitava tutti gli imprenditori interessati “a presentare offerte per i lavori di costruzione di tettoie, cucine e lavanderie nel campo Miral di Velika Kladusa” (https://www.facebook.com/IOMUNBH/posts/2371973866363757/) e, in collaborazione con organizzazioni umanitarie bosniache, per la fornitura di biancheria e cibo ai migranti presenti a Ušivak.
Allo stesso tempo a Bihac cittadini e migranti del centro Bira organizzavano una giornata di raccolta rifiuti in diverse zone della città, supportati oltre che da IOM, anche dall’ambasciata britannica (https://www.facebook.com/IOMUNBH/posts/2386883251539485/).
In contemporanea a queste iniziative che sembrano andare nella direzione di un impegno verso il miglioramento delle condizioni di vita e dell’interazione con la cittadinanza, si è avviato un processo dai contorni preoccupanti fatto di espulsioni delle realtà internazionali di volontari e attivisti che lavorano con e per i migranti ma fuori dai circuiti istituzionali e in prospettiva di “supporto orizzontale”. Il 20 febbraio scorso i volontari di No Name Kitchen (NNK, un’organizzazione che si occupa di fornire cibo, acqua, elettricità e vestiti alle persone rifugiate) che si trovavano a Šid (alla frontiera tra la Serbia e la Croazia) avevano denunciato l’aggressione da parte delle forze di polizia locale durante lo sgombero di uno squat nel quale avevano trovato riparo persone migranti in transito. Martedì 26 la polizia serba era entrata con la violenza e senza nessuna autorizzazione nella casa dei volontari che da mesi denunciano la situazione dei migranti nei Balcani. (https://www.meltingpot.org/Sid-Serbia-polizia-serba-entra-con-violenza-nella-casadei.html#.XH5S8Lgo_7M).
Sappiamo inoltre che gli attivisti presenti nel Cantone di Una Sana non hanno ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno e sono stati allontanati dal territorio della Bosnia Erzegovina. In generale, sembra che le organizzazioni indipendenti si trovino in difficoltà come è testimoniato dalla situazione – riportata nel rapporto di febbraio 2019 da NNK- del ristorante a Velika Kladuša di cui abbiamo parlato nel reportage precedente: The long-running restaurant in Velika Kladuša opened for people-on-the-move by local war veterans has gone on a hiatus for reasons apparently related to funding concerns. As the situation affecting people-on-the-move in BiH shifts out the focus for many EU-based donor networks, this development may be indicative of broader challenges ahead for similar solidarity projects within the field.
La realtà specifica nei centri di accoglienza nel cantone Una Sana, l’ex fabbrica Bira a Bihac e l’ex fabbrica Miral a Velika Kladuša, è non meno articolata e contraddittoria: il primo sito ospitava (a metà aprile) poco più di 1.600 persone, il secondo circa 600. Cifre che risultano in netto calo rispetto al mese precedente. Le ragioni di questa riduzione sono dovute a due ragioni: la prima riguarda gli accordi intercorsi tra gli organismi internazionali e le autorità cantonali secondo cui le strutture di accoglienza non devono superare un certo numero di ospiti rispetto alle capacità recettive dei locali. La polizia quindi respinge verso gli altri cantoni di provenienza i nuovi arrivi allentando in tal modo la pressione per evitare il sovraffollamento. La seconda riguarda le norme che regolano la permanenza degli ospiti nei fabbricati adibiti all’accoglienza. Le regole previste per risiedere sono infatti molto rigide e prevedono la possibilità per i profughi di potersi allontanare dal campo per un periodo non superiore alle 48 ore. Nel caso ciò avvenga questi perdono in maniera irreversibile il diritto al rientro. Evidentemente questa norma ha la funzione di disincentivare coloro i quali intendano tentare the game. Il risultato raggiunto però è stato quello di creare un campo informale esterno al sito in cui centinaia di persone, respinte alla frontiera e senza autorizzazione al rientro, si sistemano alla meno peggio cercando comunque di superare nottetempo le recinzioni e entrare di nascosto per ottenere un pranzo caldo e un letto. Molti altri restano invece nei boschi o in montagna in condizioni estreme in attesa dell’occasione di tentare l’attraversamento del confine.
In cammino da Bihac verso la frontiera croata. Foto William Bonapace
Nell’ex fabbrica il tempo continua a trascorrere lento e vuoto. I volontari IPSIA continuano a promuovere iniziative per spezzare la noia e l’attesa promuovendo attività ludiche e di socializzazione. Tra le più interessanti segnaliamo la produzione in collaborazione con l’associazione “Bringing colour where it counts – another Bosnia” e assieme agli ospiti del centro di murales al fine di rendere meno grigio l’ambiente.
Murales all’interno del centro di accoglienza “Bira” Bihac. Foto Bringing colour where it counts – another Bosnia
Intanto nel vecchio studentato di Borici, sempre a Bihac, dove per lunghi mesi si erano accampati in condizioni drammatiche circa un migliaio di profughi, e che era stato svuotato nel corso dell’inverno da parte delle autorità, si sono conclusi i lavori di ristrutturazione e riqualificazione permettendo in tal modo la sistemazione di diverse centinaia di persone. Anche il giardino adiacente alla struttura, per lungo tempo luogo di bivacco di migranti, è stato restituito alla città attenuando in tal modo le tensioni con la popolazione locale.
Più difficile da monitorare è invece la situazione all’ex fabbrica Miral a Kladuša a causa dell’impossibilità da parte di osservatori esterni di poter visitare il sito. Anche in questo caso comunque si registrano le stesse criticità indicate per la realtà della struttura di Bihac con un numero imprecisato di migranti costretti a restare fuori dal campo e quindi a doversi arrangiare da soli per trovare una sistemazione nella cittadina a causa dell’interdizione a rientrare nell’ex fabbrica avendo superato le fatidiche 48 ore di “assenza ingiustificata”.
Una situazione quindi che evidenzia bene il permanere di una situazione bloccata nella quale convivono da una parte iniziative di “normalizzazione dall’alto” e dall’altra operazioni repressive.
In conclusione a questa descrizione della realtà dei profughi nel territorio bosniaco segnaliamo il rapporto UNHCR, Inter Agency Operational Update – Bosnia and Herzegovina, 01-28 February 2019, che fornisce delle stime interessanti sia sulle presenze, sia sulla situazione giuridica dei migranti.

Di seguito alcuni dati ripresi dal rapporto.


Non meno preoccupante infine è la situazione dei profughi in Grecia, spesso primo approdo sul territorio europeo per molti che da quel paese tentano la risalita verso nord attraverso i Balcani. A questo proposito, il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattenimenti inumani e degradanti e inumani (CPT) sottolinea ancora una volta la necessità di un approccio europeo e coordinato al fine di affrontare gli arrivi, fermare i respingimenti collettivi e le violenze della polizia greca denunciate al Comitato e verificatesi a Lesbo nel centro di Moria e nella regione di Evros, e garantire condizioni di vita dignitose. Nelle prime risposte che sono state fornite dalle autorità greche si negano le accuse e si spiegano le condizioni esistenti nei centri con l’aumento della pressione migratoria, insieme con l’impegno a migliorarle (ilmanifesto.it/storia/il-comitato-anti-tortura-contro-la-grecia/). Il 5 aprile tuttavia, la polizia greca ha utilizzato gas lacrimogeni contro diverse centinaia di migranti, tra cui donne e bambini, che si stavano preparando per raggiungere la frontiera della Macedonia del Nord, sulla base di una informazione falsa che circolava nei social network secondo la quale questa frontiera si sarebbe riaperta.
Foto Border Crossing Greece
Foto The Milki Way
Foto The Milky Way
Un’ultima informazione sulle politiche di contenimento dei migranti dell’UE e dell’ingente giro di affari che ruota intorno all’industria della sicurezza. La Commissione europea ha previsto nel budget 2021-2027 la creazione di un nuovo fondo separato per la gestione integrata delle frontiere con un investimento di diversi miliardi di euro (https://ec.europa.eu/home-affairs/content/european-integrated-border-management_en) e il rafforzamento imponente di Frontex, portando il corpo permanente da 1500 a 10000 unità e ampliandone il raggio di azione. Questo significa che Frontex nei Balcani sarà sempre più impegnata sia nella cooperazione per la gestione delle frontiere con accordi di dispiegamento di agenti sia nella gestione congiunta delle frontiere. 
Leggi qui la terza parte del reportage con la situazione aggiornata a Maggio 2019