
Perché “remigrazione” è una parola che non dovrebbe entrare nel dibattito pubblico
L’incontro propone una riflessione sulla “Remigrazione“, sui significati impliciti del linguaggio che utilizza e sui suoi effetti, per promuovere una convivenza civile fondata su uguaglianza e democrazia.
Conduce l’incontro: Prof. Federico Faloppa, Linguista, esperto di discorsi d’odio e consulente del Consiglio d’Europa. È tra i fondatori della Rete nazionale contro i discorsi e fenomeni d’odio.
È di poche settimane fa il tentativo del comitato “Remigrazione e Riconquista” di organizzare a Brescia un corteo per promuovere il concetto di remigrazione: un’idea nata negli ambienti della nuova destra identitaria francese all’inizio degli anni Duemila e oggi fatta propria da gruppi radicali dell’estrema destra europea, con l’obiettivo esplicito di espellere forzatamente migranti e persone residenti di origine straniera, anche stabilmente integrate.
Di fronte al diniego della Questura per motivi di ordine pubblico, gli organizzatori hanno comunque dato vita a un presidio in una zona periferica della città. Nei giorni successivi, la risposta è arrivata dalla società civile: una grande manifestazione partecipata, che ha ribadito con chiarezza che Brescia è una città antifascista e antirazzista.
Ma l’episodio non è isolato. In questi giorni undici cittadini italiani hanno dichiarato alla Corte di Cassazione l’intenzione di promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Remigrazione e riconquista”, che prevede l’istituzione di un programma nazionale di remigrazione e di un fondo per la “natalità italiana”.
Una proposta lanciata al Remigration Summit di Milano dello scorso anno e oggi rilanciata anche da settori della destra parlamentare, che stanno progressivamente sdoganando il termine nel linguaggio politico e istituzionale. Pur non avendo alcuna possibilità concreta di diventare legge, perché manifestamente anticostituzionale, questa iniziativa ha un obiettivo preciso: radicalizzare ulteriormente il dibattito su migrazioni e cittadinanza e rendere “dicibile” e presentabile un progetto di esclusione sistematica. Un progetto che parla di:
- espulsioni di massa,
- revoche selettive della cittadinanza,
- deportazioni definite “volontarie” ma imposte da pressioni economiche e legali,
- separazione giuridica tra presunti “veri cittadini” e cittadini di serie B.
Non si tratta solo di un inquietante ritorno a categorie e immaginari del razzismo fascista e nazista, ma di un attacco diretto alle persone, alla convivenza civile e allo Stato di diritto. La remigrazione è uno strumento politico che alimenta paura, stigmatizzazione e conflitto sociale per indebolire le basi della democrazia.
Per questo è urgente chiamare le cose con il loro nome, smascherare ciò che si cela dietro la parola “remigrazione” e opporsi con decisione a ogni tentativo di normalizzarne l’uso, impedendo che un lessico di esclusione e discriminazione diventi accettabile nel dibattito pubblico.


