No Man’s Land – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di ottobre

Ottobre 2019. Inerzia e irresponsabilità

William Bonapace e Maria Perino
Parte I – Il reportage di febbraio
Parte II – il reportage di aprile
Parte III – il reportage di maggio
Parte IV – il reportage di luglio

Secondo i dati di UNHCR aggiornati al 28 ottobre 2019, gli arrivi nel Mediterraneo sono stati 92.001, di cui oltre 53.000 in Grecia, sia via mare che via terra. La “rotta balcanica” si conferma la principale porta d’accesso per chi tenta di entrare nell’Unione. L’aumento degli arrivi in quest’area, principalmente di afgani e siriani, è certamente dovuto, assieme alla chiusura della via marittima nel Mediterraneo centrale, alla stretta che Erdogan ha imposto in Turchia nei confronti dei migranti lì presenti, che di conseguenza si sono riversati sulle isole greche. Il picco degli arrivi è avvenuto nei mesi estivi, con oltre 9.300 arrivi in agosto e altri 12.500 a settembre, con l’effetto di accrescere confusione e sovraffollamento nei centri di raccolta. Il caso emblematico è quello del campo di Moria sull’isola di Lesbo che accoglie 12.600 persone, cinque volte la sua capacità reale. Sempre sulla stessa isola, in un insediamento informale poco distante dal principale, un altro centinaio di persone è costretto a vivere in condizioni estremamente precarie con un solo bagno per tutti.
Nella tarda estate inoltre sia nel campo di Moira che nel campo di Vathy a Samos sono scoppiati incendi che hanno distrutto le già invivibili baraccopoli e provocato vittime. L’UNHCR continua a sostenere il trasporto dei richiedenti asilo dalle isole alla Grecia continentale. Tuttavia, la capacità delle strutture di accoglienza aperte sul continente è al limite, lasciando migliaia di persone bloccate sulle isole per mesi in attesa di essere trasferite. Comunque, di fronte a tale situazione e a seguito di scontri con la polizia ellenica, le autorità hanno deciso di spostare una parte della popolazione migrante sul continente senza però trovare grande accoglienza da parte della cittadinanza locale. Infomigrants.net, infatti, il 25 ottobre pubblicava un articolo in cui descriveva l’aggressione subita da circa 400 profughi presi a sassate a quaranta kilometri da Tessalonica da gruppi di abitanti del posto costringendo i pullman che li trasportavano a fare marcia indietro e portarli sull’isola di Eubea a centinaia di kilometri più a sud. Allo stesso tempo la situazione a Lesbo non risulta essere particolarmente migliorata. Le condizioni di vita nel campo di Moria restano dure e spesso disumane come riportato dal reportage (sempre di Infomigrants.net) pubblicato il 23 ottobre in cui si racconta il tragico fenomeno della prostituzione minorile che coinvolge molti giovani migranti costretti dalle dure leggi imposte all’interno del centro dai soggetti più forti e pericolosi e dall’impossibilità di guadagnare dei soldi per poter tentare di continuare il loro viaggio. A dire il vero questo fenomeno venne già denunciato nell’aprile del 2017 da un rapporto dell’Università di Haward dal titolo “Emergency within an emergency” in cui si affermava, tra l’altro, che all’interno di questo oscuro contesto molti erano i minori scomparsi dei quali non si è mai più saputo nulla, a dimostrazione della gravità della situazione rispetto alla quale non ci sono stati interventi.

Bisogna inoltre ricordare che 66 persone hanno perso la vita nei primi otto mesi del 2019 nella breve traversata tra la Turchia e la Grecia o Cipro. Mentre si calcola che altre 68 persone siano morte nel tentativo di attraversare le frontiere terresti con l’Europa o tra Stati europei. Di questi, 35 hanno perso la vita lungo le rotte terrestri dalla Turchia verso la Grecia, 18 in incidenti stradali e 12 annegando nel fiume Evros.

Nonostante tutto ciò i potenti di turno continuano a spartirsi territori e a ridisegnare confini e sfere d’influenza. Il 22 ottobre Putin e Erdogan, seduti in poltrona con in mano una mappa della Siria, proclamavano il raggiunto accordo di una vera e propria spartizione della Siria (Il Manifesto, 23 ottobre 2019). Nel frattempo la Commissione Europea, dopo aver subito le minacce del presidente turco di aprire le frontiere verso l’Europa per le centinaia di migliaia di migranti bloccati sul suo territorio ed aver assistito alla caccia e all’arresto dei migranti nelle città turche da parte delle autorità di polizia e alla creazione di cosiddette safe zone al confine con la Siria dove deportare e contenere i profughi siriani, sarebbe intenzionata ad affidare la gestione del più costoso piano di aiuto umanitario – 500 milioni di euro assegnati sottoforma di indennità in denaro ai profughi in Turchia – alla IFRC, Federazione internazionale delle società della Croce rossa e della Mezzaluna rossa. L’Emergency Social Safety Net, o ESSN si prospetta come un’estensione del sistema di assistenza sociale del governo turco e si affida ai servizi di una banca statale, Halkbank. I profughi ammissibili – circa un terzo di quanti vivono attualmente in Turchia – riceverebbero una carta di debito bancaria ricaricata mensilmente con circa 120 lire turche (circa 20 dollari) a persona che potranno scegliere di spendere come desiderano. Gran parte dell’attuazione del progetto sarà a cura della Mezzaluna Rossa turca, del Ministero della famiglia, del lavoro e dei servizi sociali e delle fondazioni di beneficenza locali (thenewhumanitarian.org/news/2019/10/24/).

Isola di Lesbo, foto Infoaut.org

Passando quindi ad analizzare ciò che avviene nella zona più a nord della “rotta”, in territorio bosniaco, dalla fine dell’estate si susseguono dati contrastanti sulle presenze e sui passaggi di migranti lungo il piccolo ma centrale paese balcanico. Le autorità governative bosniache sostengono da un lato di attuare una gestione efficace della “crisi”, ma dall’altro che il numero dei migranti è in aumento – tra le 6000 e le 7000 presenze nel Cantone Una Sana – e che in particolare la presenza tra le 700 e le 1000 persone nel solo campo di Vučjak e di un numero indefinibile nei boschi circostanti rappresenta un problema che si accentuerà con l’arrivo della neve: “tutti verranno a Bihać”, ha dichiarato preoccupato il sindaco. In sostegno con quanto detto dal primo cittadino, il Ministro dell’Interno del Cantone Una Sana il 15 ottobre ha dichiarato che la polizia agirà per impedire la circolazione dei migranti nelle zone abitate e la sosta nei giardini pubblici o in edifici abbandonati.

Nel campo di Vučjak intanto, pur in terribili condizioni, si è organizzata la vita anche mediante piccoli commerci, preparazione e vendita di cibo, definizione di gerarchie, secondo un processo che ricorda quanto avvenuto nella “giungla” di Calais. Nei mesi scorsi era stato aperto un presidio sanitario, grazie a una donazione del governo catalano, ma sarebbe in chiusura a causa di problemi di permesso di soggiorno dei volontari presenti, sollevati dalle autorità bosniache. Nel frattempo il relatore delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti ha osservato ancora una volta che il sito è assolutamente inappropriato e disumano per ospitare persone e ha sollecitato nuovamente le autorità bosniache a chiuderlo e trovare altre sistemazioni (Cazin.net) e il 18 ottobre la Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa ha richiesto l’evacuazione del campo. La questione è quindi divenuta argomento di scontro politico all’interno della compagine bosniaca. Il sindaco di Bihać il 16 ottobre ha infatti dichiarato che il comune non è in grado di sostenere le spese del campo che esso stesso ha messo in piedi. Il 21 ottobre sempre il sindaco ha affermato che l’amministrazione comunale non pagherà più i costi dell’elettricità e dell’acqua (“diamo 20.000 litri al giorno”) fornite finora, e ha chiesto alla Protezione Civile cantonale di trovare una soluzione temporanea. Probabilmente spera in un ulteriore finanziamento da parte dell’UE. A sua volta la task force che deve gestire la “crisi dei migranti” ha richiesto l’evacuazione dal campo, aggiungendo che la responsabilità di questa situazione è a livello centrale, del Ministero della Sicurezza.

A completamento del quadro d’insieme nell’area di del Cantone di Una Sana in cui si concentrano i migranti mentre è alle porte l’inverno, particolarmente duro in quelle terre, è arrivata il 24 ottobre una lettera dei proprietari degli stabilimenti Bira e Miral, oggi trasformati in centri di accoglienza, indirizzata all’OIM in cui si dichiarano non più disposti a concedere l’affitto dei loro capannoni per accogliere i profughi. Entro il 15 novembre le oltre 1.200 persone lì accolte dovrebbero trovare una nuova sistemazione. Il ministro per la sicurezza della Bosnia Erzegovina ha quindi dichiarato che lo stato bosniaco sta provvedendo ad aprire un nuovo campo. Cosa esattamente voglia dire, dove si intenda allestirlo e con quali condizioni di vita non è al momento chiaro. Certamente per migliaia di profughi ciò vuol dire ulteriori trasferimenti, fatiche, lacerazioni, umiliazioni i cui effetti nell’immediato e nel futuro non saranno indolori.

Bihać, Archivio IOM 2018

Ricordiamo inoltre la situazione ad Hadžići, nella periferia di Sarajevo dove, nell’area di Ušivak in una grande ex caserma dove oggi IOM e Ministero della Sicurezza gestiscono un campo che in settembre ospitava circa 900 persone. Le condizioni strutturali sono difficili. Così come alle porte di Tuzla, nell’area della stazione dove alcuni volontari da diversi mesi sostengono i bisogni primari di chi arriva in città (Cfr. l’aggiornamento di luglio). OIM ha recentemente consegnato ai volontari indumenti, coperte, sacchi a pelo per affrontare il freddo imminente.

All’interno di questo confuso quadro d’interventi, le misure istituzionali adottate per affrontare il problema vanno nella direzione di un rafforzamento della polizia di frontiera della Bosnia Erzegovina, tanto che da fine settembre la Republica Srpska (una delle due entità di cui è costituito il paese) ha dispiegato pattuglie di polizia al confine con la Serbia, nella zona di Zvornik, la più battuta da chi vuole entrare in territorio bosniaco dalla Serbia. E’ necessario tuttavia sottolineare che anche in questo caso la confusione è un elemento caratterizzante queste scelte politiche. Infatti queste forze di polizia sono considerate illegali dalla Federazione di Bosnia Erzegovina (l’altra entità del paese) poiché la legge bosniaca non permette la creazione di nuove forze armate. Si tratta di un ulteriore situazione di intreccio tra problemi di gestione dei flussi migratori e tensioni interne tra le due entità che si aggiungono a quelle tra i vari livelli di governo (balkaninsight.com).

Intanto l’ultimo rapporto di Border Violence Monitoring Network pubblicato il 2 ottobre racconta delle partenze giornaliere da Bihać e dei percorsi nei boschi, mentre la polizia croata annuncia orgogliosamente che ha arrestato e processato nei primi otto mesi dell’anno 11.813 persone, 18.260 se si includono anche coloro tornati dalla Slovenia, che avevano tentato di entrare illegalmente in Croazia. Se questi numeri fossero corretti significherebbe che c’è stato un respingimento ogni 20 minuti. Inoltre, quali garanzie legali possono essere assicurate, dato che i pushbacks sono una violenta deviazione dalle procedure legali e che generalmente sono respingimenti collettivi? E ancora, quanti casi “non processati” si devono aggiungere ai 18.260? Il rapporto descrive con drammatica efficacia i segni del percorso nei boschi:

It is hard to tell how many people face pushbacks every day. Volunteers and activists can only capture a fraction of these cases in which vulnerable transit groups are pitted against the well-refined machine of violent refoulement. But out in the wooded hills of Bihać, the ground speaks of the volume of people swallowed by these violations. The garbage from a last rushed meal becomes mixed in our bin bags with discarded water bottles, left with no hope of refilling. Bus tickets from Sarajevo lie among the ashes of a fire long gone out. Further up the hill, at the border, there is more scorched ground. Except, instead of a weary meal, these fires are for the burning of possessions, lit by the Croatian police who strip people of their clothes and shoes as they force them back into Bosnia.

Di fronte a questa situazione è drammaticamente sorprendente la notizia del via libera da parte dalla Commissione europea all’ingresso della Croazia nello Spazio Schengen, o forse è il vergognoso riconoscimento per il lavoro svolto.

Foto Adif

Intorno alla metà di ottobre il sito H-Alter.org ha ripreso una notizia già comparsa nel rapporto di aprile 2019 del Border Violence Monitoring Network dell’esistenza di un “garage” all’interno della stazione di polizia di Korenica, al confine croato, utilizzato fin dal dicembre 2018 come luogo di detenzione e abusi verso i migranti prima di effettuare i respingimenti. L’articolo comparso il 16 ottobre documenta con fotografie il luogo descritto da molte persone che vi sono state rinchiuse e hanno subito violenze. Alla richiesta di commento di questa situazione, inviata dai giornalisti al Ministero dell’Interno, è stato ammesso di aver trattenuto i gruppi più numerosi due volte nel garage, ma solo “per tenerli lontani dal vento e dal freddo”.

L’UNHCR intanto continua a richiamare le autorità croate alla necessità di concedere l’accesso alle procedure di asilo per coloro che richiedono protezione internazionale, come pure alla necessità di accertare la veridicità dei respingimenti e intanto riceve segnalazioni comportamenti analoghi dall’Ungheria e dalla Romania, mentre al 31 agosto 2019, quasi 1.300 persone avevano domande di asilo pendenti in Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Kosovo (UNHCR, Desperate Journeys -January to September 2019).

Il 10 ottobre AreYouSyrious pubblicava due notizie di cronaca inquietanti e che danno il senso del deterioramento del clima generale: il ritrovamento vicino a Cazin del corpo di un uomo con segni di ferite e il silenzio della polizia bosniaca sulla possibile connessione con i violenti respingimenti croati, e l’uccisione di un migrante, in un villaggio al confine con Montenegro, da parte di un cittadino bosniaco il quale, sorpresi tre migranti nella casa del vicino che l’aveva incaricato di custodirla, aveva sparato in faccia a uno e messo in fuga gli altri.

In una intervista (Buka.ba) a fine ottobre Mirhunisa Zukić, presidente dell’associazione “Unione per un ritorno sostenibile in Bosnia Erzegovina” denuncia ancora una volta il processo in atto di “svuotamento” del paese, in particolare proprio nel Cantone Una Sana, a sud nel Cantone 10 e in diverse cittadine e paesi della Republika Srpska. Sottolinea che non è solo una questione di occupazione e salari. I bosniaci emigrano a causa del futuro molto incerto della regione, perché non vogliono più vivere in un paese dove le leggi non sono applicate, dove gli atti illegali non sono sanzionati, dove molti ricevono un salario per funzioni che non esercitano, dove prevale il nepotismo, dove ancora esistono centri collettivi in cui gli sfollati vivono da 25 anni. E’ in un tal contesto che si colloca la “rotta balcanica”, per i migranti un “limbo” dal quale è difficile uscire, come confermato anche dai dati del Rapporto dell’Undp, agosto 2019.

Modalità e requisiti per attivare in Bosnia Erzegovina la richiesta di asilo e richieste attivate nel periodo

Richieste di asilo in Bosnia Erzegovina

E l’azione degli smugglers, diventata un tema giornalistico (Avaz) ripreso da alcuni siti di informazione locale, si alimenta di tutto ciò. “Quattromila euro per accompagnarmi in Italia”, dichiarano molti giovani aggiungendo che si è costituita anche una rete di “case sicure” in alcune località soprattutto di confine, generando una circolazione di denaro e di informazioni che interessa diversi attori. L’utilizzo dei social media e di applicazioni di messaggistica permette di organizzare i contatti, definire i percorsi, negoziare il prezzo. “Gli affari vanno a gonfie vele”, nonostante qualche arresto e le più recenti operazioni di polizia alle quali ha partecipato anche Europol.

L’Unione Europea sembra incapace di immaginare alternative politiche alla disastrosa situazione presente e si dimostra immobile nelle politiche di contenimento. Il 19 agosto la Commissione aveva adottato la decisione di allocare altri 10 milioni di euro di supporto alla Bosnia Erzegovina per centri di permanenza temporanea, servizi di base, miglioramento dei sistemi di identificazione, registrazione, sorveglianza, controllo delle frontiere, prevenzione del traffico di esseri umani (trafficking) e del favoreggiamento dell’immigrazione illegale (smuggling) e infine per sviluppare il sistema dei ritorni volontari (27 in agosto secondo UNDP, a conferma della inefficacia e inopportunità di questo dispositivo).

Come spiegare questa complicata situazione, questo groviglio di azioni e controazioni, di dichiarazioni spesso tra loro contraddittorie, d’iniziative evidentemente inutili o peggio dannose? Certamente la complessità del fenomeno e la pluralità dei soggetti in gioco contribuiscono alla confusione generale e alle drammatiche inefficienze, così come l’implosione di una vasta area geopolitica che attraversa tutto il Medio Oriente e l’Asia centrale costringe i diversi protagonisti ad agire in spazi ristretti e con modalità fortemente vincolanti non sempre facilmente conciliabili tra loro, rendendo estremamente difficile governare processi di mobilità di milioni di persone. Eppure, la complessità di tale quadro non basta a spiegare i processi in atto. Il dramma vissuto dai migranti non può essere inteso come semplice conseguenza di oggettive difficoltà, bensì effetto diretto e indiretto della volontà di voler tenere fuori dall’Unione i profughi, bloccandoli in una terra di nessuno da cui è difficile scappare e trasformandoli in pedine di giochi di potere e d’interesse locale ed internazionale, come avvenuto da parte della Turchia che ha usato i migranti come arma di ricatto nei confronti dell’Europa nel momento in cui ha intrapreso la sua penetrazione militare della Siria nel mese di ottobre. È quindi tra le pieghe di questo intricato contesto seguito alla esternalizzazione delle frontiere che si è venuto formando un sistema di interessi multipli non sempre coerenti tra loro e difficilmente governabili, che sulla vicenda dei migranti e sul mantenimento dello status quo ha trovato terreno fertile su cui poter lucrare e costruire campagne politiche o semplicemente sopravvivere in un contesto gravemente deprivato. L’enorme profusione di denaro, infatti, ha messo in moto i più spregiudicati appetiti in territori a forte presenza criminale e mafiosa, ma ha anche soddisfatto legittime necessità di lavoro e di reddito di una popolazione locale impoverita, come nel caso di chi affitta appartamenti o produce o vende prodotti per i campi o per l’alimentazione dei migranti. Interessi molto diversi, ma non per questo meno rilevanti, sono poi quelli dei vari trafficanti, sia di esseri umani che di ogni altro genere di merce, e delle diverse forze dell’ordine che sui passaggi oltre frontiera possono lucrare cifre considerevoli. Non meno significativo è il peso, all’interno dell’Unione, sia dei vari movimenti sovranisti che nel difendere lo status quo e nel denunciare la minaccia dell’invasione hanno creato la loro fortuna politica, costringendo anche i loro avversari a seguirli in questa deriva, sia di quei comparti economici che, nel nostro paese e altrove in Europa, sul lavoro nero e precario, costituito in molta parte da immigrati senza documenti, costruiscono la struttura delle loro attività. Il prezzo pagato a questo complesso intreccio di cinismo e disperazione è notevole. Viene pagato in vite umane perdute e in vite sospese in un vuoto in cui molte si perdono. Ecco che ancora una volta i Balcani si caratterizzano per essere un elemento centrale dei processi politici e geopolitici del presente e un tragico protagonista delle prospettive future.

L’aggiornamento No Man’s Land di ottobre 2019 in formato PDF qui.

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