No Man’s Land – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di gennaio

Gennaio 2020. Da un anno all’altro
William Bonapace e Maria Perino

Il 2019 si è chiuso con un calo generale di arrivi di migranti sulle coste mediterranee dell’UE (127.639 secondo l’IOM) e una riduzione del numero dei morti nel tentativo di attraversare il mare per raggiungere l’Europa (1.317, il 44% in meno rispetto al 2018), confermando la flessione già registrata nel corso degli anni precedenti quale conseguenza delle dure politiche di contenimento attuate dall’Unione ai suoi confini e delle pratiche di esternalizzazione delle frontiere sia in Africa che nel Medio Oriente. Allo stesso tempo però questi dati offrono un quadro solo parziale dei processi in atto, in sé stessi decisamene più complessi e articolati. Infatti, l’anno appena trascorso si è caratterizzato per una significativa ripresa del flusso verso la Grecia e nei Balcani che, nonostante una certa attenuazione con l’arrivo dell’inverno, non si è mai interrotto, neanche nei primi giorni del 2020. Al contrario, questo processo è cresciuto in modo costante fino quasi a raddoppiare nella sua entità rispetto all’anno precedente, mentre si è ridotta la tratta del Mediterraneo centrale (14.876 arrivi, secondo l’IOM, nel 2019; 24.815 nel 2018) a causa della situazione interna alla Libia e della estrema pericolosità della traversata nel tratto di mare tra il paese africano e l’Italia. La rotta così detta “occidentale”, quella diretta verso le coste spagnole, nonostante un netto calo nel 2019 (32.531 arrivi sia via mare sia via terra) rispetto al 2018, ma in crescita rispetto agli anni precedenti (14.558 nel 2016 e 28.707 nel 2017), si è riconferma, dopo una relativa fase di “sospensione”, come una importante via d’accesso all’Europa.
È necessario aggiungere inoltre un ulteriore inquietante elemento del contesto: nel corso del 2019 i morti accertati tra i migranti in territorio europeo che sono riusciti ad attraversare la frontiera ed entrare nell’area Schengen sono stati 123, la cifra più elevata a partire dal 2015, quando il numero degli arrivi era enormemente più elevato. Le cause dei decessi, soffocamento all’interno di containers o rimorchi di camion, incidenti stradali, ipotermia e sfinimento, danno il senso della durezza delle condizioni dei viaggi attraverso la “fortezza Europa”.

Veniamo quindi a esaminare nel dettaglio la rotta orientale verso la Grecia.
Il nuovo anno, secondo l’associazione Aegean Boat Report, si aperto con 945 nuovi arrivi (813 secondo l’IOM) via mare sulle isole elleniche nei primi 8 giorni del 2020. 651 migranti sono sbarcati a Lesbo e 111 a Samo, isole in cui risiedono già 20.868 profughi nella prima e 8.064 nella seconda, per cui aggiungendo gli ulteriori 6.078 nell’isola di Chio, il numero totale di migranti accolti in tutte le isole greche al 10 di gennaio risultava essere di 42.000, nonostante la capacità di accoglienza ufficiale sia di appena 9.209 posti. Il 355% in più del previsto.
I morti nello stesso periodo sono stati 32: 11 nelle vicinanze dell’isola di Chio, 12 verso l’isola di Paxos, 8 lungo la costa turca e 1 a Lesbo.
Nel corso del 2019 gli arrivi via mare in Grecia sono cresciuti di oltre il 40% rispetto all’anno precedente, intrapresi da 5.052 imbarcazioni che hanno tentato di raggiungere le coste elleniche. Di queste, 3.140 sono state intercettate dalla Guardia costiera turca e 107.901 persone sono state riportate in territorio turco, mentre 60.609 sono riuscite a sbarcare sulle spiagge greche, l’88,5% in più rispetto al 2018.
Per dare l’idea dell’escalation del fenomeno basta ricordare che dal marzo del 2016, data dell’accordo UE-Turchia, in poco più di 3 anni, la Guardia Costiera turca ha fermato 181.000 persone e sequestrato 4.950 imbarcazioni, di cui oltre il 50% solo nell’ultimo anno. Sempre a partire dal 2016 il numero complessivo degli arrivi è stato di 332.824 persone, di cui oltre 74.000, tra via di terra e di mare, solo nel 2019.

I morti nel Mediterraneo orientale tra la Turchia e la Grecia nell’ultimo anno sono stati 71, mentre altri migranti hanno perso la vita attraversando la frontiera a piedi tra i due paesi lungo la via terrestre, come avvenuto nel mese di dicembre quando 4 uomini e 2 donne di origine africana, dall’età compresa tra i 18 e i 30 anni, sono deceduti per ipotermia dopo aver guadato il fiume Evros nel tentativo di raggiungere Salonicco.
Nello stesso periodo, 34.000 migranti sono stati trasferiti dalle isole greche al continente da dove molti tentano di raggiungere il confine albanese e da lì, con l’aiuto della rete degli smuggler, attraversare i Balcani verso l’Austria e la Germania.
Interessante è notare infine che la maggior parte delle domande di asilo in Grecia non proviene più da siriani, ma da afgani. La loro quota è del 30 %, mentre quella dei cittadini siriani è solo del 14 %, seguita da pakistani (9,5 %), iracheni (8,0 %) e turchi (5,0 %). Non è chiaro quindi fino a che punto la Turchia aderisca ancora all’accordo di marzo 2016 con l’UE, infatti, la guardia costiera greca ha riferito a Bruxelles che la Turchia ha rifiutato di collaborare in numerosi casi per diverse settimane.

Campo di Moria, isola di Lesbo, 2019 foto UNICEF

A questo proposito, un paio di mesi fa, nel sito istituzionale era presente un sommario dei finanziamenti europei alla Turchia.

“The EU Facility for Refugees in Turkey was set up in 2015 in response to the European Council’s call for significant additional funding to support Syrian refugees in Turkey. It has a total budget of €6 billion divided into two equal tranches of €3 billion each. Out of the funds of €6 billion, over €2.6 billion has already been disbursed, over €4.2 billion contracted and over €5.8 billion allocated, with 95 projects already rolled out. Out of the €6 billion, €2.4 billion are allocated to humanitarian aid. EU humanitarian aid in Turkey focuses on supporting the most vulnerable refugees through projects in health, education, protection and meeting basic needs. EU-funded projects provide essential livelihood support to around 1.7 million refugees, allow more than half a million refugee children to access education, build schools and hospitals, and provide refugees with health care and protection services. In addition to humanitarian assistance, development projects under the EU Facility for Refugees in Turkey focuses on education, migration management, health, municipal infrastructure, and socio- economic support”

L’aiuto umanitario di cui si parla, e le azioni di contenimento e di respingimento di cui non si parla, hanno avuto un costo ingentissimo per l’Unione Europea e hanno prodotto la sofferenza che si vede sulla “rotta balcanica”, mentre Erdogan ha ripreso ad allertare sul rischio di nuovi flussi, 80.000 civili, che potrebbero muoversi dalla provincia siriana di Idlib e sulle conseguenze negative che ne deriverebbero per tutti i paesi europei e per la Grecia in particolare, sottolineando l’impossibilità, da parte della Turchia – dove sono presenti 3,6 milioni di profughi – di “sostenere da sola il peso ”di questo nuovo esodo”.

È in questo contesto politico carico di ambiguità che nasce il piano di ricollocamento e ricostruzione del nord est della Siria presentato dallo stesso Erdogan a inizio novembre 2019. Secondo le notizie riportate dal Foreign Policy il 18 dicembre scorso, il piano di sviluppo turco prevede la costruzione di case, scuole, moschee, strutture sportive e ricreative, oltre a ospedali e università nella zona recentemente conquistata. In questo modo, Ankara intende creare una fascia di sicurezza lungo il confine che resti sotto il suo controllo abitata da persone non appartenenti al popolo curdo. A fine novembre sono infatti iniziati i primi rimpatri dei profughi siriani presenti in Turchia proprio in quelle zone provocando critiche e proteste da parte curda, secondo cui le famiglie rimpatriate provengono in realtà da altre città siriane a maggioranza araba. Un dettaglio non da poco che conferma i timori di un cambio demografico forzato che la Turchia è intenzionata a portare avanti lungo tutto il confine. Uno dei punti che restano ancora da risolvere riguarda però i finanziamenti del progetto: secondo Foreign Policy, la Turchia avrebbe bisogno di 26 miliardi di dollari di aiuti esteri per realizzare il progetto, e Ankara sta chiedendo aiuto tanto alle Nazioni Unite quanto agli Stati europei, minacciando questi ultimi di aprire le frontiere in caso di rifiuto.

Non meno preoccupante è la situazione dei profughi accolti in Grecia a seguito del cambio di governo e alle nuove norme introdotte dall’esecutivo. Infatti la Legge sulla protezione internazionale (Greek IPA), approvata dal Parlamento il 31 ottobre 2019 ha suscitato profonda preoccupazione da parte dell’UNHCR e di organizzazioni della società civile (Refugee Support Aegean, Greek Council for Refugees, Médecins Sans Frontières, Amnesty International, Human Rights Watch). Le critiche fanno riferimento all’intensificazione delle misure coercitive da parte del governo e all’indebolimento delle garanzie procedurali nell’ambito dell’accoglienza e delle procedure d’asilo. Esse inoltre contrassegnano la mancanza di una valutazione preliminare delle riforme del sistema di asilo compiute negli anni recenti e di una giustificazione per la nuova legislazione. Varie disposizioni della legge greca sulla protezione internazionale minano, inoltre, il diritto alla libertà, insistendo sui limiti legali della detenzione dei richiedenti asilo, consolidando confini in precedenza labili e, a quanto pare, introducendo nuovi luoghi di detenzione.

Innanzitutto, la legge ha inserito ulteriori motivazioni per la detenzione, permettendo così alle autorità greche di trattenere richiedenti asilo al fine di decidere, mediante una procedura di frontiera, in merito al loro diritto di entrare nel territorio. In secondo luogo, la legge prolunga la durata generale delle ordinanze di trattenimento del richiedente asilo da 45 a 50 giorni, che possono essere soggette ad un’ulteriore proroga di 50 giorni. È ancora più preoccupante il fatto che il periodo massimo di detenzione del richiedente sia stato prolungato da 3 a 18 mesi. Infine, le nuove norme hanno introdotto una nuova categoria di strutture di detenzione dove i richiedenti asilo posso essere trattenuti. Ad esse ci si riferisce come “strutture chiuse di accoglienza temporanea” (Κλειστές Δομές Προσωρινής Υποδοχής) nell’art.116(5) o “centri di accoglienza chiusi” , riprendendo la terminologia usata da Paesi come la Bulgaria per definire il trattenimento dei richiedenti asilo. (qui per un’analisi completa della legge).
Allo stesso tempo, e con l’intento di rafforzare la legge di cui sopra, il governo greco ha provveduto, nonostante forti riserve da parte di diverse ONG, a indicare una lista di 12 paesi considerati sicuri verso cui poter rimpatriare eventuali migranti da lì provenienti. Le nazioni individuate sono le seguenti: Albania, Algeria, Armenia, Gambia, Georgia, Ghana, India, Morocco, Senegal, Tonga, Tunisia e Ucraina, con il rischio di intensificare le espulsioni automatiche.

Passiamo quindi alla situazione interna ai Balcani e alla rotta che attraversa i paesi di quest’area: 105 gli arrivi in Bosnia Erzegovina nella prima settimana del 2020 secondo IOM, 29.537 nel corso del 2019, il 20% in più rispetto al 2018, quando furono 23.848, anno in cui vi fu l’impennata degli arrivi nel paese balcanico grazie alla nuova rotta creatasi a seguito della chiusura del passaggio con l’Ungheria. Nel corso di questi anni, sempre con riferimento dei dati dell’IOM, sono infatti passati dalla Bosnia circa 55.000 migranti.

Anche la Serbia ha visto nei primi giorni del nuovo anno un significativo afflusso: 593 migranti che si aggiungono ai 17.611 giunti nel 2019, portando gli arrivi degli ultimi 4 anni a 130.848, con 2 picchi, il primo nel 2016, con 98.975 ingressi, e il secondo nel 2019 con 17.611. Tutti dati – ufficiali e in riferimento solo alle persone identificate – che indicano una significativa ripresa del flusso dei migranti nell’area balcanica nel corso degli ultimi 12 mesi.

Di fronte a questi problemi è evidente che i fragili stati balcanici, e la Bosnia Erzegovina in particolare – con il suo sistema politico amministrativo altamente disfunzionale – non possono essere caricati del “governo” dei flussi migratori. Gli attori e gli interessi in gioco sono tanti e pongono le istituzioni locali e statali di quei territori in una posizione che oscilla tra la richiesta di assumersi responsabilità e la possibilità di essere irresponsabili.
Facciamo alcuni esempi della complessità e contraddittorietà della situazione e delle politiche che vengono implementate sul territorio:

  • Il costosissimo sistema di contenimento e respingimento dell’Unione Europea continua con nuovi investimenti in Frontex.
    Nel notiziario di dicembre 2019 del Ministero degli Interni italiano che compare mensilmente qui traspare un certo compiacimento nel descriverne il potenziamento: “Più mezzi e poteri per consentire all’Agenzia Frontex di rispondere alle sfide [sic] di gestione delle migrazioni e delle frontiere esterne dell’Ue. È quanto prevede la proposta della Commissione sulla nuova Guardia di Frontiera e Costiera Europea adottata ufficialmente dal Consiglio lo scorso 8 novembre, che tra le altre cose darà all’Agenzia un corpo permanente di 10 mila guardie, un mandato più forte sui rimpatri e la possibilità di cooperare più strettamente con i Paesi Terzi. Il Parlamento Europeo e il Consiglio firmeranno congiuntamente il testo ufficiale, che entrerà in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Il nuovo corpo permanente della Guardia di frontiera e costiera Europea sarà pronto a essere impiegato a partire dal 2021 e quindi raggiungerà gradualmente la sua piena capacità di 10 mila guardie”. Le forze Frontex saranno incrementate anche nei Balcani, come si legge qui, dopo gli accordi con Albania e Montenegro, la Commissione Europea vuole coinvolgere anche Serbia, Macedonia del Nord e BosniaErzegovina, al fine di costruire “capacità di controllo regionale dei confini” e scambio di “best practices”.
  • Il processo di privatizzazione dei servizi per i migranti in costante incremento.
In una specifica ricerca a cura della Public Services International Research Unit (PSIRU), che indaga l’impatto della privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici, intitolata Privatisation of Migration and Refugee Services and Other Forms of State Disengagement (Lethbridge, 2017) si trovano interessanti informazioni sugli orientamenti strategici a livello globale. Il coinvolgimento del settore privato nei servizi per richiedenti asilo e rifugiati è entrato in una nuova fase dalla crisi migratoria del 2015. Vi sono prove crescenti che il settore privato vede a livello globale la crisi migratoria come opportunità commerciale.
    Ciò può essere visto nei cambiamenti delle relazioni tra le Nazioni Unite e le agenzie che lavorano con i rifugiati, ad es. UNHCR e IOM. È anche visibile nelle recenti relazioni multilaterali delle banche di sviluppo e nei nuovi prestiti della Banca mondiale. L’IOM ha tradizionalmente lavorato con il settore privato in tre modi:

    1. Ricevendo risorse tecnologiche, umane e finanziarie dal settore privato che sono state usate per lavorare con i migranti in diverse situazioni.
    2. Collaborando con le aziende per migliorare le proprie prestazioni operative e strategiche e per raccogliere dati.

    3. Acquistando beni e servizi da una vasta gamma di aziende e organizzazioni in tutto il mondo.
Più recentemente, l’IOM ha concordato una strategia, 2016-2020, per lavorare con il settore privato che stabilisce obiettivi specifici per la raccolta di fondi dal settore privato e per lo sviluppo di partenariati pubblico-privato. Un’analisi di questa strategia mostra che, oltre ai modi tradizionali di lavorare con il settore privato, c’è un nuovo obiettivo di sviluppo di partenariati a lungo termine, simili alle relazioni di outsourcing.
  • Il costante inarrestabile processo di emigrazione dai Balcani “instabili”.
Il fenomeno emigratorio dei cittadini del Sud Est europeo, come già evidenziato nei precedenti aggiornamenti quale uno degli elementi fondamentali di comprensione dell’assetto di quelle società, si consolida nel tempo.
    Tim Judah, del The Economist, in Ispionline.it, riprende sinteticamente i temi evidenziandone la profonda problematicità: “Secondo le proiezioni attuali, entro il 2050 la popolazione bulgara si sarà ridotta del 39% dalla fine del comunismo, quella della Romania del 30%, quella della Bosnia del 29%, quella della Serbia del 24%, quella dell’Albania del 18% e via di questo passo. […] Le aree rurali si stanno spopolando ed è crescente la carenza di manodopera. In molte, se non tutte, le regioni dei Balcani, il lavoro non manca, non è però né ben retribuito né a buone condizioni. Ma il denaro non è l’unico motivo per cui si parte. I sondaggi mostrano infatti una mancanza di fiducia nel futuro. Il settore della giustizia è corrotto, l’istruzione è di basso livello e i sistemi sanitari non stanno migliorando, e poiché è facile ed economico andarsene, la gente lo fa. Non tutti se ne vanno definitivamente.
    La facilità con cui si può viaggiare e lavorare legalmente, così come i voli a basso costo, hanno dato origine a una nuova forma di pendolarismo. Nel breve periodo i governi dei paesi dei Balcani non sembrano preoccuparsi del problema, anzi. Chi lavora e vive all’estero manda a casa le rimesse, il numero di disoccupati scende”. Il World Migration Report 2020 di IOM conferma l’andamento della Bosnia Erzegovina che, insieme con Lituania e Lettonia, registra il più forte declino della popolazione negli ultimi dieci anni (qui per un quadro delle emigrazioni dai paesi balcanici). 
Una nuova legge sull’immigrazione di lavoratori in Germania che dovrebbe entrare in vigore all’inizio di marzo 2020 avrà ulteriori conseguenze significative sui cittadini dell’area balcanica, in particolare sui giovani scolarizzati, aumentando ulteriormente la propensione all’emigrazione, poiché tra l’altro prevede il permesso di soggiorno per ricerca lavoro e l’abbandono della priorità di assunzione di cittadini tedeschi.

I primi 20 paesi con il maggior mutamento proporzionale di popolazione in Europa. 2009-2019 (dal World Migration Report 2020, IOM)


Ad aggiungere preoccupazione al contesto regionale entro il quale si delinea questo quadro demografico di spopolamento, negli ultimi mesi del 2019 si sono presentati segnali di crisi e di instabilità di un certo rilievo. Ricordiamo:

  • l’adozione a fine dicembre della Strategy for Defense and National Security da parte della Serbia che secondo altri paesi dell’area potrebbe introdurre nuove tensioni nei Balcani Occidentali
  • o scontro durissimo tra la presidenza montenegrina e la chiesa ortodossa, scontro che ha provocato manifestazioni di piazza a Belgrado, a Podgorica, a Banja Luka, a Pale, a causa dell’approvazione da parte del parlamento montenegrino di una legge sulla libertà religiosa che prevede tra l’altro che le comunità religiose debbano documentare la proprietà di edifici e terreni per poterne mantenere il possesso. La vicenda ha scatenato forti proteste che hanno mescolato critiche al governo con affermazioni identitarie etno religiose
  • le piazze che tante volte nel corso del 2019 hanno espresso il malcontento delle popolazioni, con proteste in Serbia, Albania e Montenegro, azioni per i diritti delle donne, marce in Croazia e in Romania contro la corruzione dilagante. La Bosnia Erzegovina ha visto un’ondata di proteste per il giovane ucciso in circostanze non chiare a Banja Luka, raduni quotidiani per mesi, con la richiesta che il caso, e altri non risolti, siano chiariti e sia affrontata la piaga della corruzione nella polizia.
  • la ripresa della discussione sulla riforma degli Accordi di Dayton che ha immediatamente provocato una dura presa di posizione contraria della Republika Srpska.

Una buona notizia potrebbe essere la formazione, dopo un anno dalle elezioni politiche, del governo della Bosnia Erzegovina, tra promesse di sviluppo e un “nuovo approccio” alla questione dei migranti (ma non si fa cenno agli emigranti bosniaci). Da sottolineare il ritorno del discusso oligarca Fahrudin Radončić, che sostituirà Mektic al Ministero della Sicurezza. Quest’ultimo il giorno del giuramento sulla Costituzione dei nuovi ministri ha sottolineato che tale giuramento non avrà alcun valore perché nessun politico del Paese avrebbe problemi a infrangerlo! Pochi giorni dopo, lo stesso Mektic è stato accusato di corruzione riguardo a un progetto finanziato da fondi europei sulla collaborazione transfrontaliera per azioni anti incendio.

Riguardo al “nuovo approccio” al problema dei migranti, Radončić ha dichiarato a N1 il 4 gennaio 2020 che “i conflitti costanti in Medio Oriente possono provocare una nuova ondata di rifugiati e migranti verso l’Europa. Milioni di persone cercheranno di trovare rifugio in un paese dell’UE e prima ancora attraverseranno la BosniaErzegovina, che non ha ancora alcuna soluzione per le migliaia di rifugiati che attualmente risiedono nel nostro paese. […] Deve esserci un atteggiamento umano nei confronti dei migranti e dei rifugiati, ma non che i nostri figli, la nostra gente non possa uscire di sera per paura che accada qualcosa”. In particolare, ha poi aggiunto il ministro, gli annunci del presidente turco Recep Tayyip Erdogan sul rilascio dei migranti che risiedono nei campi turchi, prospettano una situazione catastrofica in BosniaErzegovina. Qualche giorno dopo ha ripreso il tema sottolineando la necessità di controlli più efficaci per impedire ingressi illegali, in coordinamento con i paesi confinanti.

Radončić quindi si riferisce a una situazione che potrebbe aggravarsi e si esprime insistendo sulla paura dei cittadini bosniaci che effettivamente è cresciuta anche per effetto delle rappresentazioni mediatiche dei migranti: nel periodo compreso tra aprile 2018 e gennaio 2019 molti media bosniaci hanno infatti trattato “temi legati ai migranti in modo poco professionale, diffondendo ipotesi azzardate e informazioni non verificate, toni allarmistici”. Dall’autunno 2019 l’attenzione si è estesa alle proteste dei cittadini contro l’apertura di nuovi centri di accoglienza (cfr. l’inchiesta di Belma Buljubašić apparsa sul portale del Media Center di Sarajevo) mentre i comportamenti della polizia bosniaca sono diventati più repressivi e violenti.

Sembra che si voglia “togliere” dalle città, che il territorio stesso cambi di statuto: da spazio pubblico a cui chiunque può avere accesso, diventa proprietà privata dei residenti storici, come una sorta di estensione della casa.
Cresce la propaganda anti immigrati che in certi casi utilizza le divisioni nazionali per aizzare i cittadini contro un presunto piano di “sostituzione di popolo” (cfr. il sito antimigrant.ba) il quale colpirebbe in particolare i serbo bosniaci. Si legge ad esempio: “I villaggi serbi sono presi di mira da gruppi di migranti provenienti dall’Afghanistan e dal Medio Oriente che irrompono nelle case e saccheggiano di notte. […] Ci sono migranti come le formiche. Irrompono nelle case serbe nei villaggi con pochi abitanti, per lo più anziani. Sebbene le incursioni dei migranti nelle case siano in aumento, i timori di ritorsioni spesso impediscono ai serbi di denunciare le rapine” (www.alo.rs).


All’inizio dell’estate, “liberare” la città di Bihać aveva significato spostare centinaia di persone nell’inferno di Vućjak e disporre in tutto il Cantone il divieto, che resta, di lasciare i centri di accoglienza. Nei mesi successivi si sono susseguite e diffuse molte denunce delle condizioni di vita inimmaginabili di Vućjak e infine è stato sgombrato in dicembre, alla comparsa della prima neve, dopo la visita e la durissima denuncia della Commissaria Europea per i Diritti Umani Dunja Mijatović, bosniaca, che ne aveva chiesto la chiusura. Alcuni migranti avevano iniziato uno sciopero della fame contro la catastrofica situazione, altri per protesta contro la scelta di trasferirli a Blažuj e a Ušivak, località lontane dal confine con la Croazia, da dove infatti iniziano il game e i respingimenti.

Nel corso del 2019 il The Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha diffuso regolarmente e precisamente informazioni circostanziate e documentate sui respingimenti lungo la “rotta balcanica”, specialmente in Croazia dove sono stati registrati il più alto numero di respingimenti e di abusi e le violenze più efferate. Nel corso dell’anno è stata segnalata la presenza di gruppi paramilitari ed è cresciuto l’uso delle armi da fuoco, in novembre rivolte direttamente ai migranti in transito, che ha provocato la morte di un uomo e il ferimento di un altro. Gravi ferite sono prodotte anche dall’uso dei cani in diversi passaggi di frontiera. Nei passaggi dove dei fiumi (Glina e Korana in BosniaErzegovina) segnano il confine è successo che le persone siano state costrette a entrare nelle acque gelide, col rischio elevato di annegamento o ipotermia. Lo stesso continua accadere, come abbiamo detto, sul fiume Evros in Grecia.

La stessa fonte segnala inoltre che nei primi undici mesi del 2019 oltre il 63% dei respingimenti dalla Croazia alla Bosnia Erzegovina ha riguardato persone che avevano fatto una richiesta verbale di asilo, e che in Slovenia in luglio erano stati usati spray urticanti rivolti a persone che stavano chiedendo informazioni per l’asilo.
In Serbia, a Šid, il 22 novembre 2019, secondo la testimonianza di un volontario di NoNameKitchen (NNK), i poliziotti hanno fermato i volontari e hanno sgomberato brutalmente tra i 150 e i 200 migranti che, da mesi, trovavano rifugio in un campo provvisorio creato presso una fabbrica abbandonata, hanno requisito tutti i beni dei migranti e li hanno portati in diversi campi verso il confine con l’Ungheria e comunque lontano dal confine croato. Pochi giorni dopo, le stesse persone, e volti nuovi, sono ritornate. In tutta la regione si stanno formando o ampliando diversi squat.

Sid, squat di un vecchio capannone, 2019. Foto di Anna Manzon

Ci si può chiedere se la sconfitta di Kolinda Grabar Kitatović alle elezioni presidenziali in Croazia, e la vittoria, un po’ a sorpresa, del candidato socialdemocratico cambieranno le politiche di respingimento dei migranti. Il presidente della Repubblica in Croazia deve essere consultato su questioni come l’intelligence, la politica estera, le scelte militari ed è vero che con questo voto l’HDZ si è indebolito, ma bisognerà attendere l’esito delle elezioni legislative dei prossimi mesi considerando che a oggi il controllo delle frontiere nelle modalità finora utilizzate è stato un elemento di accreditamento all’ingresso nello spazio Schengen. L’1novembre 2019 il Primo Ministro croato Plenković intervistato su questo, dichiarava: “la Croazia ha investito moltissimo nelle forze di polizia. Abbiamo 6.500 poliziotti ben addestrati e attrezzati per sorvegliare la frontiera esterna dell’Unione europea, ovvero la frontiera Schengen. Non abbiamo optato per muri, barricate o filo spinato, a differenza di altri paesi, perché riteniamo innanzi tutto che con le relazioni che abbiamo con la BosniaErzegovina in particolare non fosse il modo adeguato di proteggere la frontiera. Quindi stiamo collaborando fra i servizi di polizia della Croazia, della Bosnia-Erzegovina e del Montenegro serbo croato”. Alla richiesta di indagini sulle violenze da parte della polizia contro i migranti rispondeva: “abbiamo sempre rispettato la legge croata, abbiamo rispettato i più alti standard, ma stiamo anche proteggendo il nostro confine. Ogni accusa è stata indagata. Finora, riguardo al comportamento dei nostri poliziotti, possiamo solo elogiare i loro sforzi nel proteggere non solo la frontiera croata, ma anche le frontiere di tutti gli altri stati membri dell’Unione Europea” (euronews.com). Durante l’assemblea plenaria del 14 gennaio, alla presenza di Plenković, il Parlamento europeo ha fortemente criticato la politica della Croazia su migranti. “Ci sono stati 10.000 espulsioni illegali nel 2018 e 25.000 l’anno scorso”, ha affermato Malin Björk (Sinistra unitaria europea, Svezia), che è stata in quei luoghi. Ska Keller (Verdi, Germania) ha denunciato la violenza commessa dalla polizia croata, affermando che “è inaccettabile da parte di un paese membro dell’UE”. Plenković si è difeso assicurando che il suo paese “rispetta le leggi”, e aggiungendo che il problema riguarda ” il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, principalmente tra Grecia e Turchia”.
Intanto, a inizio gennaio 2020 sono stati arrestati 62 migranti (fonte infomigrants.net), prevalentemente marocchini, che si trovavano in un treno merci della Macedonia del Nord, al confine con la Grecia dalla quale provenivano. Stanno emergendo nuove “rotte migratorie”, quella marittima, prima dalla Turchia e ora dalla Grecia sono pericolosissime, ed è possibile che i migranti e le reti che organizzano il viaggio si stiano orientando a nuovi percorsi terrestri.

PER APPROFONDIRE:

Parte I – Il reportage di febbraio

Parte II – il reportage di aprile

Parte III – il reportage di maggio

Parte IV – il reportage di luglio

Parte V – il reportage di ottobre

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