No Man’s Land  – La nuova rotta balcanica in Bosnia Erzegovina
Il nuovo reportage con la situazione aggiornata al mese di marzo

Presi in trappola. I migranti tra epidemia, segregazione e violenza.
William Bonapace e Maria Perino
Foto in evidenza di Enrico Carpegna

L’intreccio – più volte richiamato in questo osservatorio – di interessi, attori, complesse situazioni geopolitiche, guerre, debolezze e cinismo europei – sta chiudendo in una trappola mortale popolazioni che vengono spostate e violentate nella assuefazione all’orrore dei cittadini europei.

A tutto ciò, nel corso delle ultime settimane, nonostante nei Balcani l’infezione sembri al momento estremamente contenuta in termini di contagi e di decessi, l’emergenza dovuta all’epidemia Covid19 ha aggravato la situazione e le prospettive dei profughi costretti nei centri di accoglienza e di quelli accampati in vecchi fabbricati o in case abbandonate. In data 27 marzo RadioTreMondo infatti informava sui casi conclamati in Croazia, 551 e 3 morti, ancora meno in Serbia dove gli ammalati erano 450 e in Bosnia in cui risultavano essere solo 18. Numeri ancora minori risultano negli altri paesi della regione. L’Albania è al momento la nazione con il numero maggiore di decessi che comunque risultano inferiori a una decina, esattamente 8. Nonostante questa diffusione contenuta del virus e a fronte di una situazione relativamente rassicurante, diversi governi hanno preso provvedimenti preventivi come nel caso di quello serbo e di quello croato allestendo ospedali da campo all’interno di strutture fieristiche con decine di posti letto pronti all’uso in caso di emergenza.

Al momento quindi la vera preoccupazione, piuttosto che sanitaria, è quella della tenuta delle garanzie costituzionali e dei diritti fondamentali in paesi dove i sistemi politici liberal democratici sono fragili. In Montenegro, per esempio, le autorità hanno deciso di pubblicare on line i nomi delle persone affette dal virus; in Serbia è stato decretato il coprifuoco e il tracciamento delle chiamate viene utilizzato per controllare gli spostamenti delle persone, mentre una norma è stata introdotta al fine di multare le così dette fake news. Lo stato d’emergenza è stato decretato anche in Bosnia e in Albania, mentre in Kosovo lo scontro politico sulle decisioni da prendere ha provocato la crisi di governo, lasciando il paese in grande difficoltà. Non meno preoccupante è inoltre la carenza di personale medico dovuto alla rilevante emigrazione di medici e infermieri soprattutto verso la Germania nel corso degli ultimi anni.

A questi problemi si aggiungono le serie preoccupazioni per le ricadute economiche sui sistemi produttivi dei paesi dell’area, conseguenti anche alle gravi difficoltà delle nazioni dell’Europa occidentale dovute alla pandemia in corso. In Bosnia infatti moltissime aziende sono cadute in una improvvisa e gravissima crisi proprio perché connesse alla produzione e al commercio con l’Italia e con altri paesi europei.

In questo quadro fatto di restrizioni e chiusure la condizione dei profughi bloccati nei Balcani non ha potuto che peggiorare dovendo questi subire misure da un lato di segregazione e di isolamento nei campi e dall’altra di sgombero dagli squat, fino al punto di vedersi vietare, come in Bosnia, l’ingresso in gran parte dei luoghi pubblici.

Come ricorda un articolo pubblicato su migration policy, i migranti, nel corso dei due secoli passati, sono stati in molte circostanze il capro espiatorio per le preoccupazioni di salute pubblica del momento, e oggi lo sono di nuovo con i politici che si battono contro le migrazioni e tentano di stabilire un chiaro legame tra migranti e coronavirus, imponendo l’approccio  della “nation first” e la riduzione della migrazione “indesiderabile” in nome del contenimento della diffusione della malattia.

La Grecia e l’Ungheria, ad esempio, hanno annunciato che si rifiuteranno di accettare i richiedenti asilo per un mese e il governo greco ha fatto leva sui timori per la diffusione del coronavirus per giustificare il suo controverso piano di costruzione di campi “chiusi” (essenzialmente centri di detenzione) per i richiedenti asilo che raggiungono le coste greche. Il primo ministro Mitsotakis a questo proposito all’inizio del mese di marzo aveva dichiarato che “adesso la migrazione include una nuova dimensione, dato che i flussi verso la Grecia comprendono persone provenienti dall’Iran … e le nostre isole, già gravate da problemi di salute pubblica, devono essere protette.”

A partire da questa prospettiva politica, nei due campi di Moria e di Kara Tepe sull’Isola di Lesbo le autorità greche, come riportato dal report di AreYou Syriuos del 20 marzo scorso, hanno ridotto significativamente il movimento dei migranti stabilendo che questi sono autorizzati ad uscire dal campo solo tra le 7 del mattino le 19 la sera. A ciò si aggiunge che ogni ora non possono uscire più di cento persone e che solo un membro di ciascuna famiglia per volta può lasciare il campo. Dal momento che gli ospiti residenti nei campi sono decine di migliaia, queste norme renderanno possibile a solo a un profugo ogni 20 di uscire ogni giorno. Infine è stata revocata la possibilità di ingresso almeno per 14 giorni a qualunque visitatore e per operatori delle ONG. Queste norme sono state giustificate con la volontà di proteggere i migranti dai pericoli di possibili contagi nonostante nei campi non vi sia nessuna misura di protezione o forma di tutela o d’igiene dal momento che questi centri sono sprovvisti delle condizioni minimali dei servizi di base, come una sufficiente erogazione d’acqua corrente o una distribuzione di sapone, per non parlare dell’assenza di luoghi di isolamento di persone eventualmente contagiate. Di fatto queste disposizioni hanno solo l’effetto, probabilmente intenzionale, di segregare ancora di più questa popolazione e tenerla ai margini della vita sociale dell’isola. Al contrario, solo un’azione di lenta evacuazione dei campi e in particolare dei soggetti più deboli potrebbe realmente evitare il pericolo di una crisi sanitaria drammatica le cui conseguenze sarebbero inimmaginabili.

Sono significative le immagini raccolte da Douglas Herman con i “refugee filmmakers” del Refocus Media Labs (click sull’immagine per il video):

Non meno drammatiche sono le condizioni del campo nell’isola di Chios dove a causa del sovraffollamento non è possibile immaginare il mantenimento della distanza di sicurezza tra le persone o evitare raggruppamenti come richiesto dalle norme dell’OMS. A Corfù infine, secondo il daily digest di AreYou Syriuos del 20 marzo, 1200 migranti detenuti nel Centro di Detenzione avevano cominciato uno sciopero della fame contro le terribili condizioni in cui sono costretti a dispetto delle norme anti virus.

In Bosnia le autorità hanno adottato norme di prevenzione contro l’epidemia il 17 marzo emanando lo “stato di emergenza nazionale” chiudendo locali pubblici, scuole e centri sportivi e introducendo il coprifuoco. Già dal 14 dello stesso mese a Bihać le autorità avevano proibito, con la presenza di cordoni di polizia, agli uomini e ai minori non accompagnati di poter uscire (ufficialmente per un periodo di 14 giorni) dai campi di Bira e di Miral a Velika Kladuša, costringendo paradossalmente migliaia di persone a restare in ambienti sovraffollati in cui l’epidemia potrebbe dilagare velocemente. Stranamente tali norme non sono state adottate nei confronti dei campi di Borici e Sedra.

Secondo quanto pubblicato dal giornale inglese The Guardian, inoltre, le disposizioni delle autorità prevedono anche il divieto per i migranti di “spostarsi in treno, autobus, furgoni, taxi e su tutti gli altri mezzi di trasporto”.

Resta aperto il problema dei respinti nel tentativo di attraversare la frontiera con la Croazia. Questi non potendo rientrare nei campi ufficiali vengono ad aggiungersi alle migliaia che già vivono in luoghi di fortuna senza alcuna protezione. Le autorità sembra abbiano deciso di allestire una tendopoli nell’area alquanto isolata di Lipa proprio per accogliere (almeno in parte) i circa due mila migranti che si trovano attualmente negli squat o nei campi irregolari, scatenando, tra l’altro, le proteste della popolazione locale serba che ha accusato le autorità di minacciare con l’arrivo di migranti musulmani il loro “stile di vita”.

Sempre il giornale inglese ha infine pubblicato poche settimane fa la denuncia di Semra Okanović, medico di Velika Kladuša, che affermava: “Non abbiamo abbastanza test per la popolazione locale, né per i migranti. E non abbiamo alcuna idea se alcuni di loro sono stati infettati o meno”, mettendo a nudo la preoccupante situazione e l’inquietante impreparazione da parte delle autorità locali e internazionali di fronte al pericolo di una rapida diffusione dell’epidemia proprio tra i migranti.

Uno squat a Polje nei pressi di Velika Kladuša. Febbraio 2020, Foto William Bonapace

Di fronte a questa situazione drammatica il Gruppo di Solidarietà Transbalcanica ha scritto il 18 marzo una lettera aperta alle autorità e agli organismi internazionali in cui si denuncia come “lo Stato di Emergenza, oggi in vigore in molti paesi della regione, sta venendo usato come leva per mantenere e rafforzare le disuguaglianze sociali, diventando presto fattore scatenante di ulteriore stigmatizzazione e repressione dei più vulnerabili tra noi. Questa emergenza non può diventare un pretesto per continuare con politiche di esclusione, detenzione ed espulsione, che provocano sofferenza e disagio… Chiediamo quindi l’abolizione di pratiche discriminanti e disumanizzanti, ufficiali e non ufficiali, la cessazione dell’uso della violenza ai confini e la legalizzazione dell’esistenza di tutte e tutti, la chiusura di tutte le strutture detentive e campi sovraffollati che limitano la libertà di movimento e non assicurano basilari condizioni igieniche e umane. Da singole cittadine e singoli cittadini chiediamo l’affermazione dei valori di uguaglianza e libertà, rivendicando e chiedendo a tutti voi di attivarci in azioni di cura e solidarietà.”

La lettera quindi continua chiedendo “ai governi dei paesi membri dell’Unione Europea, ai governi della regione e a tutte le istituzioni e le organizzazioni responsabili, di garantire che tutti coloro che sono costretti a vivere in strada, in strutture improvvisate prive di condizioni igieniche, o in campi sovraffollati e inadeguati, ricevano alloggi in condizioni umane e sicure anche dal punto di vista sanitario. Chiediamo che siano garantite condizioni di vita adeguate e sane per tutti, che gli edifici pubblici e privati non in utilizzo, comprese le strutture turistiche, vengano utilizzati a tale scopo”.

Mentre l’epidemia cominciava a diffondersi, si sviluppava una crisi politica con gravissime conseguenze umanitarie. Nel corso dei primi tre mesi dell’anno gli arrivi di profughi in Europa sono avvenuti essenzialmente attraverso la Grecia che ha visto, secondo i dati dell’IOM, lo sbarco di 7.404 migranti sulle sue isole e il passaggio di altri 1.422 via terra attraverso la frontiera con la Turchia. Questi flussi sono risultati in calo nel corso dei tre mesi invernali passando da 3.228 a gennaio, a 2.092 a febbraio e 2.084 (di cui 1.200 solo tra l’1 e il 2 del mese, in uno dei momenti più critici della crisi greco turca) a marzo. Il 6 marzo un bambino è annegato a seguito del capovolgimento dell’imbarcazione da cui cercava di sbarcare sull’isola di Lesbo. Il 16 marzo una bambina di 6 anni ha perso la vita a causa di un incendio della sua tenda da cui non è riuscita a fuggire.

Sicuramente ciò che ha catalizzato l’attenzione internazionale e caratterizzato quest’ultimo periodo è stata la riapertura delle frontiere da parte di Ankara verso la Grecia tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo permettendo l’arrivo di decine di migliaia di profughi sul territorio ellenico attraverso il fiume Evros e gli sbarchi sulle isole, con i conseguenti scontri con la polizia di Atene che cercava di contenere il flusso e di rinviare in Turchia i nuovi arrivati. 

Il problema della presenza di profughi in Turchia era presente da anni. L’Unione Europea solo nel 2016, quando si aprì la rotta balcanica lo affrontò con il famigerato Accordo con la Turchia (cfr. osservatorio febbraio 2019). Oggi la stima delle presenze di profughi in territorio turco si aggira intorno ai 3,6 milioni di persone, in alcune località il numero di profughi supera quello dei cittadini. Negli anni scorsi il governo turco ha impedito loro di partire verso l’Europa grazie a quell’accordo. Ma il presidente turco recentemente ha accusato Bruxelles di aver infranto le promesse fatte nel 2016. E così, dopo l’acuirsi della guerra al confine nord occidentale della Siria, lunedì 3 marzo, il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarava: “The European Union has not even paid half of the 6 billion euros that it had promised Ankara for Syrians. It has not fulfilled voluntary humanitarian admission and has not supported Turkey’s safe zone plan” in Syria”, aggiungendo che “Turkey cannot use force to stop irregular immigrants who want to leave.”

L’agenzia di stampa turca Anadolu titolava “The era of one-sided sacrifices is now over,” affermando che “The EU only transferred half of the financial support, but according to Ankara’s criticism, it failed to deliver on other promises of the deal, including voluntary humanitarian admission and visa liberalization for Turkish citizens traveling to Europe.”

Il portale greco Ekathimerini il 3 marzo analizzava nei seguenti termini la situazione: la Grecia continua gli sforzi per rafforzare i suoi confini e le iniziative diplomatiche per affrontare ciò che definisce una ” minaccia asimmetrica. “, sottolineando che anche i confini della Grecia con la Turchia sono europei.

Già a fine febbraio la Grecia aveva annunciato misure di emergenza per affrontare la crisi, tra cui un ulteriore inasprimento dei controlli alle frontiere al massimo livello, una sospensione temporanea di un mese delle domande di asilo e l’immediato ritorno dei migranti privi di documenti nel loro paese di origine. Qualche settimana prima aveva annunciato la preparazione di un registro per il controllo di tutte le organizzazioni non governative operanti in Grecia (Ekathimerini 4/02/2020).

All’inizio di marzo, mentre l’esercito greco sparava nella regione di confine del fiume Evros “con l’obiettivo di inviare il messaggio che la Grecia non consentirà di violare i suoi confini nazionali e la sua sicurezza”, l’agenzia Frontex accettava la richiesta della Grecia di assistenza immediata per la sorveglianza della frontiera di Evros e dell’Egeo orientale. La premessa di questa strategia si era già evidenziata nella conferenza stampa convocata il 3 marzo quando quattro presidenti delle principali istituzioni dell’UE hanno visitato il confine greco-turco, a Kastanies. La presidente della Commissione Europea aveva insistito nel ribadire che la Grecia è “scudo” dell’Europa, e la priorità è “mantenere l’ordine”.

Nell’arco del mese in cui si è svolta la crisi, le violazioni dei diritti fondamentali dei migranti sono state pratica costante sia da parte greca che turca come denunciato da diverse organizzazioni umanitarie, andandosi ad innestare con la concomitante politica di segregazione e isolamento dei profughi a seguito dei primi casi di positività al corona virus in Grecia. Tra le molteplici violazioni dei diritti dei migranti denunciate da Human Rights Watch, oltre alla morte di alcuni profughi negli scontri con la polizia, vi è il trasferimento ad Atene di 450 migranti arrivati a Lesbo dopo l’1 marzo a cui era stato vietato fare domanda di asilo, la detenzione di profughi in luoghi chiusi, autobus, navi e parchi circondati da forze dell’ordine, senza garantire, anche a loro, la possibilità di presentare domanda di asilo, la distruzione del campo informale di Pazarkule al confine tra i due Stati il 28 marzo da parte della polizia turca che ha caricato i restanti migranti su pullman per trasportarli a Istanbul.

Anche lungo la rotta balcanica si sono ulteriormente irrigidite le posizioni dei governi. A fine febbraio il conservatore Janez Jansa è stato nominato, per la terza volta dal 2004, primo ministro della Slovenia e la sua coalizione di governo prevede di inasprire le politiche sull’asilo e di rafforzare ancora i controlli alle frontiere; Croazia e Bosnia hanno ribadito una più stretta cooperazione contro l’immigrazione illegale in vista di una prevista crescita dei flussi in transito. Il capo della polizia di frontiera bosniaca, Zoran Galić, ha dichiarato che nel 2019 sono state fermate 13.251 persone – e ne sarebbero entrate 24.000 – ma che la pressione sui poliziotti è fortissima dovendo controllare ognuno 25 km. di confine. Pertanto il sostegno – anche con la donazione di equipaggiamenti e strumenti di controllo – e la cooperazione della Croazia saranno fondamentali per rendere più efficiente il lavoro della polizia, ha detto il Ministro della Sicurezza bosniaco Fahrudin Radončić.

Lungo il sentiero dei migranti che dal Cantone UnaSana in Bosnia porta in Croazia, Pericolo mine. Febbraio 2020. Foto di Piero Gorza

La Bosnia si è mossa inoltre nella direzione di accordi con Frontex – che l’agenzia europea ha già sottoscritto con Serbia e Montenegro – per il contenimento della immigrazione illegale, ma nel corso di un’ennesima disputa tra Serbi bosniaci e stato, Milorad Dodik, benché membro della tricefala presidenza, ha fermato la firma dell’accordo, votando contro la decisione. È interessante la motivazione addotta da Dodik e raccolta da Balkan Insight: “è una cattiva decisione. Frontex andrebbe solo al confine tra Bosnia e Croazia, e penso che sia una cattiva decisione; sigillerebbe ermeticamente la Bosnia ed Erzegovina e terrebbe i migranti qui”. Il tema della “sostituzione di popolo” che si intravvede in questa dichiarazione ritorna infatti frequentemente e si irrobustisce con certe dichiarazioni dei leader.

Intanto, nel corso del mese di febbraio ci sono stati segnali di ripresa dei tentativi di attraversare il confine serbo-ungherese, dove secondo il Courrier des Balkans ci sono stati circa 3.400 tentativi di passaggio dall’inizio dell’anno, e all’inizio di febbraio una mobilitazione di un centinaio di migranti nei pressi della frontiera di Kelebija. Il governo ungherese anche in quell’occasione ha rivolto accuse alle ONG di incitare i migranti ad attraversare la frontiera. Sia nei Balcani che, come detto, in Grecia, nel corso dei mesi si è intensificata l’azione repressiva e di criminalizzazione nei confronti di volontari e associazioni locali e internazionali, ne abbiamo dato conto nei precedenti aggiornamenti segnalando l’utilizzo dell’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (cfr. aggiornamento di luglio 2019) documentato nel recente Rapporto di Amnesty International che raccoglie i procedimenti giudiziari e le intimidazioni cui va incontro chi, in Europa, agisce in solidarietà con i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti.

Qui vogliamo sottolineare una tendenza che si è consolidata nel tempo e che si correla con la crescente mobilitazione anti migranti delle popolazioni locali.  A Lesbo, 25 mila abitanti con una presenza di profughi che si aggira intorno alle 22 mila presenze, rispetto alle 3000 per le quali erano stati predisposti i campi “temporanei”, nei primi giorni di marzo una scuola allestita da attivisti e volontari è stata distrutta da un incendio, sono aumentate le proteste dei cittadini, fomentate da gruppi locali organizzati dell’estrema destra, con azioni violente rivolte anche agli operatori internazionali (verso i quali il governo aveva già previsto norme restrittive e di controllo). Lo stesso avviene da fine gennaio in Serbia, dove gruppuscoli dell’estrema destra moltiplicano azioni anti-migranti in un clima in cui, con la ripresa dei tentativi di passaggio della frontiera serbo-ungherese, cresce l’adesione dei cittadini a posizioni xenofobe e cospirazioniste.

É certo che siamo di fronte ad un uso strategico e destabilizzante dei profughi, a vantaggio partiti populisti europei che hanno avuto degli indubbi vantaggi già dal 2015 e ora, indebolendo ulteriormente la solidarietà e la forza delle norme internazionali, si stanno ulteriormente rafforzando.

In un denso articolo sull’argomento, i corrispondenti del Courrier des Balkans hanno pubblicato il 12 marzo un resoconto delle reazioni anti-migranti all’”apertura” di Erdoğan, le quali si sono propagate dalla Grecia alla Bulgaria, alla Macedonia del Nord, alla Croazia-in cui la proposta di una ministra di accogliere 5000 minori non accompagnati ha prodotto forti reazioni negative nei media e sui social network- alle parole del leader serbo bosniaco Dodik  il quale avverte che è “in pericolo il cristianesimo europeo”, che  siamo di fronte a “una forma di occupazione del mondo cristiano”, e che l’atteggiamento del presidente turco Erdoğan fa parte di ” un grande gioco strategico “, di islamizzazione dell’’Europa.

In Serbia – dove si è diffuso lo slogan “la Serbia ai Serbi”- il partito di opposizione di destra Dveri ha lanciato una campagna anti-immigrazione, avvertendo che il paese ha rischiato di diventare “il più grande centro di immigrazione in questa parte d’Europa” nonostante le statistiche mostrino che la stragrande maggioranza dei migranti che entrano in Serbia passano rapidamente lungo il percorso verso l’Europa occidentale.

Nel Cantone di Una Sana, che continua ad essere il focus del nostro osservatorio, il sindaco di Bihać ha affermato che il danno in città è sempre più evidente, con il calo nel 2019 delle presenze turistiche, il degrado degli spazi pubblici e l’affermarsi di un’immagine negativa della zona a causa dei migranti. Un esempio, secondo il sindaco è l’area di Lipa, che, come altre, è diventata un passaggio della rotta migratoria (località nella quali si intende allestire la nuova tendopoli di cui abbiamo parlato sopra) anziché essere spazio turistico e ricreativo. Trattandosi di una delle zone dove sono presenti villaggi della piccola comunità serba del Cantone, il dibattito si è spostato sul presunto obiettivo nascosto di costringere i serbi ad andarsene. I problemi della “rotta balcanica” si intrecciano continuamente con i contrapposti nazionalismi. 

Temporary Reception Centres (TRC)

nel Cantone Una Sana* e nel Cantone di Sarajevo – BosniaErzegovina – 31/1/2020

 

TRC posti occupati Composizione prevalente% Minori non accompagnati %
Bira* 1744 uomini 70% 23%
Blažuj 743 uomini 94% 2%
Borici* 294 famiglie 8%
Miral* 679 uomini 92% 8%
Sedra* 349 famiglie 7%
Ušivak 971 uomini 78% 6%

Fonte: elaborazione dati IOM

I ristoranti e i bar non accettano più i migranti, mentre all’inizio di marzo l’accesso ai grandi supermercati era ancora consentito, luoghi dove sostare nel vagare quotidiano. A Bihać, lungo una grande strada di accesso alla città, si raggiungono il Temporary Reception Centre (TRC) nella ex fabbrica Bira, la KrajnaMetal un’altra fabbrica abbandonata dove bivaccano centinaia di giovani – a fine febbraio 2020 a detta dei presenti erano circa 300 – prevalentemente Pakistani e Afghani, e sulla carreggiata opposta un grande centro commerciale semideserto. 

Anche a Velika Kladuša a fine febbraio, nell’area di Polje, a un paio di km. dalla città, in un edificio abbandonato e in condizioni inimmaginabili viveva un centinaio di persone che dichiaravano di non avere accesso al TRC Miral, per mancanza di posti. La chiusura di Vućjak (cfr. aggiornamenti di gennaio 2020) infatti non ha comportato lo spostamento di tutte le persone nei TRC già esistenti e in quelli allestiti vicino a Sarajevo. Molte non hanno voluto lasciare il Cantone, e di queste una parte è entrata nei Centri, un’altra non ha potuto o non ha voluto.

Uno squat a Polje nei pressi di Velika Kladuša. Febbraio 2020, Foto William Bonapace

Abbiamo raggiunto il luogo accompagnati da un gruppo di giovani algerini e marocchini i quali durante il percorso ci hanno avvertiti che la vista avrebbe potuto essere scioccante. E così è stato. Abbiamo ascoltato ancora una volta il racconto del game: 30 km. al giorno a piedi cercando di arrivare a Zagabria (a 80 km. circa dal confine), da lì l’obiettivo è di prendere un autobus fino alla Slovenia e poi all’Italia. Sappiamo che esiste anche la possibilità del taxi game, cioè di avere organizzato un tratto del percorso con questo “servizio” al quale può provvedere la rete degli smuggler. Molti raccontano del pushback, si delinea una struttura nella violenza che viene sistematicamente praticata. Sembra di capire che chi esegue i pestaggi non sia solo polizia, alcuni raccontano di gente con il passamontagna nero e manganello, la divisa blu, altri di divise verdi, altri ancora di uomini in passamontagna ma con uniformi dove vi sono le scritte “polizia” e “Croazia”. Le fasi della violenza sono drammaticamente ripetitive: ritiro del telefono cellulare o rottura (in base alla qualità del dispositivo), pestaggio, requisizione di scarpe, vestiti e zaini, spinta in un fiume o torrente dove ci sono. I giovani che raccontano questi orrori – vivendo in condizioni estreme tra i topi – sono artigiani, informatici, camerieri, animatori turistici, alcuni parlano francese, altri inglese, alcuni hanno i segni delle bastonate, tutti guardano ostinatamente al futuro.

PER APPROFONDIRE:

Parte I – 2019 Il reportage di febbraio

Parte II – il reportage di aprile

Parte III – il reportage di maggio

Parte IV – il reportage di luglio

Parte V – il reportage di ottobre

Parte VI – 2020 Il reportage di gennaio

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